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Poche ore fa, Donald Trump ha emesso l’ennesimo ordine esecutivo per portare al 100% i dazi su qualsiasi prodotto farmaceutico marchiato o brevettato. Per scampare l’insostenibile gabella, il produttore ha una sola strada: costruire uno stabilimento farmaceutico negli Stati Uniti. All’annuncio mi sono venuti diversi pensieri sparsi. Il primo è stato: quanto ci rimetteranno i cittadini-pazienti americani? E quanto ci rimetterà l’Italia? L’una e l’altra cosa le ha ben spiegate in queste pagine Francesca Salvatore, intervenuta da par suo quando dei dazi sui farmaci si cominciò a parlare. Io qui sintetico: ci rimettono gli uni e l’altra, insieme con Irlanda, Germania e Svizzera che sono i maggiori fornitori europei degli Stati Uniti.

Poi, però, di pensiero me n’è venuto un altro. Anzi un ricordo: tutti gli anni in cui ho sentito dire, e ho letto sui maggiori giornali, che la Russia ci “ricattava” con il gas. E che per il nostro benessere e la nostra sicurezza dovevamo smetterla, toglierci quel cappio dal collo. Gli americani, soprattutto. Lo ripetevano un giorno sì e un altro no. Joe Biden, nel 2021, l’aveva chiesto ufficialmente alla Ue e la sua amministrazione, per risultare più convincente, aveva anche sanzionato alcune delle aziende che partecipavano alla costruzione del Nord Stream 2. Poi, guarda caso, nel 2022 un commando ucraino aveva fatto saltare i gasdotti, accolto da quel “Grazie Usa!” esclamato sui social da Radoslaw Sikorski che era stato ministro degli Esteri della Polonia dal 2007 al 2014 e, tu guarda sempre le combinazioni, avrebbe riottenuto la carica (più quella di vice-premier) nel 2023.

Certo, nel 2021 i dati dicevano che il 45% del gas importato dalla Ue veniva dalla Russia, larghissimamente il primo fornitore, per un quantitativo totale di 150 miliardi di metri cubi l’anno. Chiunque, e non necessariamente un esperto del settore, saprebbe che dipendere in misura così larga da un solo fornitore non è buona politica. Dal punto di vista commerciale non sarebbe nemmeno economicamente conveniente, se non fosse che, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il gas russo, oltre a essere facilmente ottenibile via gasdotto, aveva pure un prezzo competitivo sul mercato. Per dire: a dicembre 2021, il gas naturale russo costava 273 euro per milione di metri cubi mentre il GNL americano ne costava 413,3.

Ma non stiamo a sottilizzare: avere un fornitore così predominante, che ci “ricattava”, non andava bene. Bisognava cambiare. Però… Quando eravamo ricattati dalla Russia, che cosa succedeva? In altre parole, questo ricatto a che cosa ci costringeva? L’Europa ha cominciato a importare petrolio e gas russo in maniera sistematica dai primissimi anni Sessanta e ha proseguito serenamente a farlo fino al 2021. Per essere onesti dovremmo dire che ancora oggi la Russia è il terzo fornitore di gas per l’Europa, dopo Norvegia (45,6%, toh), e Algeria (19,3%), tant’è vero che Trump ce lo rimprovera e l’obbediente Von der Leyen si è subito messa in moto, annunciando provvedimenti fatti apposta perché entro il 2027 sia messa “fine alla dipendenza dall’energia russa” (quella della dipendenza, come si vede, è proprio una fissa).

In tutto il periodo in cui siamo stati ricattati dal gas russo sono successe le seguenti cose, che citiamo un po’ alla rinfusa: è crollato il Muro di Berlino (1989) e poco dopo anche l’Urss (1991); è nata l’Unione Europea (1993) che a metà degli anni Duemila è arrivata ai confini della Russia; si è allargata la Nato, e pure l’Alleanza Atlantica a metà degli anni Duemila è arrivata ai confini della Russia. E i due Paesi di più recente ingresso ufficiale nella Nato, Svezia e Finlandia, avevano comunque già goduto per molti anni una partnership privilegiata con l’Alleanza. In più, e scusate se inserisco una nota venale, il periodo del ricatto russo è coinciso con il periodo di massimo sviluppo dell’economia europea. Perché il nostro schema, detto in soldoni, era quello: energia accessibile, trasformazione, esportazioni.

Oggi liberi da ricatti. O no?

Poi, come detto, tanti discorsi sul ricatto da eliminare e infine l’invasione russa dell’Ucraina, quando si è finalmente deciso di togliere la testa dal cappio russo. Niente da dire: l’Europa voleva rispondere all’invasione e uno dei modi che ha scelto è stato questo. E il ricatto era così stringente che è bastato decidere, per eliminarlo. Un clic e non c’era più. Però… Oggi dovremmo essere liberi da ricatti, giusto? E invece no. Dicevamo più sopra dei farmaci: non è un ricatto dire “o costruisci una fabbrica da me o non entri?”. Credevamo che l’Organizzazione mondiale per il commercio avesse come fine statutale quello di “promuovere un commercio globale liberale e non discriminatorio” ma forse avevamo capito male, visto che da lì solo silenzio. Per l’Italia, l’esportazione negli Usa di farmaci vale circa 8 miliardi l’anno, mica bruscolini.

Ma restiamo all’energia. Quando la Von der Leyen è andata nella clubhouse scozzese di Trump a trattare (vabbè, si fa per dire) la questione dei dazi, si è impegnata ad aumentare le importazioni di energia dagli Usa. Ovviamente per liberarci dalla Russia, questa la motivazione ufficiale. L’impegno consiste nello spendere 250 miliardi di euro l’anno per comprare in America petrolio, gas, GNL e combustibile nucleare. Questo perché altrimenti i dazi sulle esportazioni europee sarebbero stati ancora più alti del 15% imposto. E tutti gli osservatori sono concordi: quei 250 miliardi la Ue non li ha, non può spenderli. Senza avere, peraltro, alcuna vera garanzia: come i dazi al 100% sulle esportazioni farmaceutiche dei Paesi europei ben dimostrano.

Ma non solo. Anche nel recente discorso all’Onu Trump, oltre a manifestare un chiaro disprezzo per l’Europa, ha detto che gli Usa non interverranno direttamente nella guerra in Ucraina. Che gli europei devono prendersi sulle spalle l’onere della difesa. E che se proprio vogliono, possono comprare le armi americane e poi farne ciò che vogliono, regalare agli ucraini o usarle in proprio. Alla faccia delle vecchie alleanze e delle vecchie amicizie.

Prima che salti su il solito pirla a darmi del putiniano, chiarisco. L’Europa voleva punire la Russia per l’invasione dell’Ucraina e colpirla nelle finanze privandola dei ricchi introiti del gas? Benissimo. E se rinunciare al gas russo significa fare sacrifici (perché, lo sappiamo bene, il vecchio modello economico è andato a rotoli) e pagare l’energia tre volte più di prima, con relativa crisi delle aziende, va bene uguale, se riteniamo che l’importante questione politica ed etica (non si cambiano i confini di Stati sovrani con la violenza) valga l’impegno. Perfetto. Ma non si venga a parlare di “ricatto”. Compravamo il gas russo perché ci conveniva, stop. E perché con quello abbiamo realizzato il più lungo periodo di sviluppo economico mai visto sul continente. Preoccupiamoci piuttosto del “ricatto” attuale. Che a differenza dal presunto ricatto russo si esercita a 360 gradi: dall’energia alla difesa, dal commercio alla tecnologia (vedi le polemiche del Governo e delle Big Tech Usa sui regolamenti europei). E vediamo che cosa riusciamo a fare in proposito. Sempre che la classe politica europea abbia qualche idea in proposito. E non sia tutta come il nostro Mario Draghi, che da primo ministri italiano ci faceva il mazzo perché preferivamo i condizionatori alla libertà, e da bramoso aspirante successore della Von der Leyen lamento che ora l’energia costa troppo.

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