All’inizio del nuovo anno, le forze armate israeliane (Idf) hanno inaugurato una nuova unità operativa: il Centro per le operazioni di Coscienza. Il nome altisonante e per certi versi anche inquietante, quasi da romanzo distopico, in realtà non è un’assoluta novità nel campo delle Idf, ma, come ricordato da Haaretz, rappresenta la “reincarnazione di un’altra divisione che si era impegnata principalmente nella legittimazione internazionale e negli aspetti legali dell’attività militare israeliana”.

La riforma strutturale che ha portato alla nascita di quanto nuova unità operativa è stata il frutto delle idee di un colonnello, tale colonnello K, fino a poco tempo fa un funzionario dell’intelligence, che era stato incaricato di studiare il problema della crescita del soft-power israeliano. L’idea di K era quella di concentrare in un unico dipartimento l’intera pianificazione di tutte le attività “soft” rivolte verso eserciti stranieri, diplomatici, stampa estera e opinione pubblica. Il tutto con l’obiettivo di creare consenso attraverso la persuasione, che è poi ciò in cui consiste appunto il soft-power.

Questo programma nasce in particolare dall’esigenza di Israele di influenzare il nemico e l’opinione pubblica occidentale sulle mosse militari israeliane sul fronte settentrionale e nei territori palestinesi. In buona sostanza, da Tel Aviv vogliono che la comunità internazionale si convinca, attraverso queste attività di influenza, che le operazione militari israeliane abbiano sempre una legittimazione politica e culturale.

Un programma che nasce già da alcuni anni e che ha avuto un suo primo successo al culmine della seconda intifada, l’allora capo dello stato maggiore delle Idf, Moshe Yaalon, affermò che la vittoria sarebbe stata raggiunta attraverso “l’incisione conoscitiva”, e cioè dalla presa di coscienza da parte palestinese che gli attacchi terroristici non avrebbero spinto Israele alla capitolazione. E in effetti gli attacchi terroristici iniziarono a diminuire di numero e di qualità anche perché l’Autorità palestinese e Hamas giunsero alla conclusione che non solo Israele non si sarebbe fermato, ma che il prezzo che il popolo palestinese avrebbe dovuto pagare sarebbe stato ancora più salato in termini di vite e di condizioni di vita.

Gadi Eizenkot, attuale capo di stato maggiore delle Idf è un grandissimo sostenitori di questa “battaglia sulla coscienza”. Il colonnello Gabi Siboni, suo fedelissimo, ha recentemente pubblicato un articolo sul meccanismo di modellamento cognitivo, per l’Institute for National Security Studies dell’università di Tel Aviv. Siboni insieme Gal Perl Finkel, hanno scritto in particolare dell’importanza dei portavoce delle Idf. “L’utilizzo delle capacità dell’unità del portavoce dell’Idf consente di parlare direttamente con molti destinatari negli Stati nemici, sui social media, nonché con elementi terroristici.” si legge nell’articolo, “ciò viene effettuato utilizzando le varie capacità sviluppate nell’Idf, progettate per creare legittimità in un pubblico di destinatari internazionali, influenzare il nemico e persino mantenere la deterrenza. L’attuale sviluppo della tecnologia nei social media, sia palese che segreta, costituisce un vantaggio strategico per Israele accanto alle tradizionali risorse cinetiche”.

In questo senso, due sono gli episodi-chiave per comprendere questo porcesso “cognitivo” dell’esercito israeliano. Il primo è quello dell‘intervista di Gadi Eisenkot al quotidiano arabo Elaph, la prima storica intervista di un vertice militare israeliano a un quotdiano di un Paese arabo che non riconosce Israele. Il secondo episodio, le dichiarazioni del portavoce delle Idf, Ronen Manelis, rilasciate al quotidiano libanese Ahewar , sempre il lingua araba, sulla questione dei missili iraniani in Libano e sul possibile conflitto contro Hezbollah.

Qualcosa sta cambiando nei rapporti con gli Stati esteri e con l’opinione pubblica. Israele ha un nuovo obiettivo: convincere della propria legittimità ad agire. E siamo agli inizi di una nuova era nella comunicazione dei vertici militari di Tel Aviv. E adesso, sarà importante comprenderne gli sviluppi in chiave non solo militare, ma anche politica. 

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