L’accusa di aver mobilitato i servizi segreti e averli coinvolti in una caccia senza quartiere per scovare ed eliminare gli oppositori politici nascosti all’estero. La durissima retorica anti musulmana adottata dal primo ministro di un Paese – di per sé già attraversato da profonde divisioni sociali – vicino ad essere confermato per un terzo mandato consecutivo. E ancora: le controverse misure adottate da quello stesso leader per limitare alcuni dei diritti garantiti da una democrazia degna di questo nome. L’esaltazione della sua persona in tutte le forme, unita ad un aggressivo intervento statale/burocratico contro giornalisti e attivisti ritenuti scomodi. Non stiamo parlando della Cina di Xi Jinping ma dell’India di Narendra Modi. Da tutti considerata la “democrazia più grande del mondo”.
Analizzando – e confrontando – l’approccio adottato dall’Occidente per raccontare – e rapportarsi – con i due giganti asiatici, emerge un clamoroso doppio standard. Stati Uniti ed Unione europea sembrano chiudere, non uno, bensì due occhi di fronte ad alcune tendenze autocratiche dell’India. Al contrario, qualsiasi cosa che chiami in causa la Cina è amplificata da un coro di indignazione collettiva. Colpa, ovviamente, della geopolitica. Inutile far finta di nulla: il blocco occidentale considera, a torto o ragione, Nuova Delhi un partner arruolabile per arginare l’ascesa di Pechino, immaginata invece come rivale sistemico a tutto campo.
Caccia agli oppositori
Prendiamo la notizia, poco discussa, dell’uccisione di Hardeep Singh Nijjar, avvenuta in Canada nel giugno 2023, e del piano per eliminare Gurpatwant Singh Pannun, sventato negli Stati Uniti nel dicembre dello stesso anno.
Il primo era un cittadino canadese di origini indiane, leader della comunità sikh della British Columbia, ed è stato ucciso da alcuni killer misteriosi. Il secondo è invece un avvocato americano-canadese, anch’egli di origini indiane, residente a New York. I due erano accomunati dall’appartenenza alla rete di organizzazioni che promuovono l’indipendenza del Khalistan, e cioè uno Stato per i fedeli di religione sikh che questi attivisti vorrebbero separare dall’India. Ebbene, organizzazioni del genere sono considerate dal governo Modi alla stregua di movimenti di stampo terroristico, così come i loro membri dei pericolosi criminali.
Il premier canadese Justin Trudeau è stato il primo a puntare il dito contro i servizi segreti indiani, accusandoli di aver organizzato l’omicidio di Nijjar. Delhi ha subito rigettato le accuse – e continua a farlo – scatenando un braccio di ferro diplomatico con Ottawa. Nel giro di qualche settimana, il Financial Times avrebbe rincarato la dose citando alcuni funzionari anonimi dell’amministrazione Biden, secondo i quali le autorità statunitensi avrebbero sventato un piano orchestrato dagli 007 indiani per uccidere, a New York, l’avvocato Pannun. Insomma, Canada e Stati Uniti hanno sostanzialmente accusato Delhi di aver complottato per assassinare cittadini stranieri residenti all’estero rei di difendere il Khalistan.
Levate di scudi e reazioni? Un incontro tra Joe Biden e Modi congelato e nient’altro. Le mosse della Cina, al contrario, vengono raccontate nei minimi dettagli. Queste mosse alimentano, per esempio, innumerevoli dibattiti sulla pericolosa “repressione di Pechino” e sulle presunte centrali di polizia dislocate all’estero per catturare dissidenti e oppositori. Perché, invece, le accuse rivolte contro l’India non indignano allo stesso modo i paladini dei diritti umani e della democrazia?
Culto della personalità e retorica anti musulmana
Prendiamo il culto della personalità. I giornali occidentali hanno scritto decine di articoli per raccontare l’accentramento del potere politico cinese nelle mani di Xi Jinping. Della sua dottrina fatta studiare nelle scuole e ai funzionari di Partito. Delle app che consentono di imparare a memoria le frasi del presidentissimo cinese. Dei ritratti propagandistici che ne fanno i media locali e così via.
In India, dove pure il sistema politico democratico offre ancora il principio di checks and balance, non troviamo una situazione troppo diversa. Modi è il cuore e cervello del Paese. Ha centralizzato su di sé il potere come nessuno dei suoi predecessori aveva mai fatto. È intervenuto per modificare i programmi scolastici, rimuovendo Darwin e altre parentesi indesiderate. Ha fatto creare persino un’applicazione per smartphone, NaMo, che include un gioco in cui l’utente guadagna punti ogni volta che approva il comportamento del primo ministro. Giudici, intellettuali, giornalisti e oppositori? Messi a tacere adottando metodi più o meno intesi come democratici.
Vale infine la pena analizzare il doppio standard dell’Occidente nei confronti della tutela dei musulmani. Non si registrano dichiarazioni al vetriolo di Biden e degli altri leader europei all’indirizzo di Modi e della sua politica di esclusione delle minoranze a discapito della maggioranza indù. Il discorso cambia quando, al contrario, c’è da parlare dello Xinjiang e degli uiguri, la minoranza etnica turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina.
Dal punto di vista prettamente geopolitico, infine, all’India viene concesso l’onore di fare affari con la Russia di Vladimir Putin come se niente fosse – Delhi ha acquistato ingenti quantità di petrolio (e armi) da Mosca riversando nelle casse del Cremlino decine e decine di miliardi di dollari – di stare con un piede nel Quad, al fianco degli Stati Uniti, ma anche con uno nel gruppo dei Brics, insieme alla Cina e, di nuovo, la Russia (leggi: i nemici dell’Occidente). Il doppio standard dell’Occidente rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang.