L’ultimo nemico sulla lunga lista di Recep Tayyip Erdogan è Sedat Peker. La Turchia attende ogni settimana il video con cui il boss, in diretta da Dubai, descrive il suo rapporto con il Sultano e quanto il leader turco sapesse o fosse direttamente coinvolto nei suoi traffici. E questo appuntamento con il pubblico turco preoccupa l’establishment turco più di tante altre questioni che in teoria dovrebbero essere all’ordine del giorno. Il sistema Erdogan, già messo a dura prova in questi anni, vacilla per colpa di un boss mafioso che si è trincerato negli Emirati Arabi Uniti, con cui la Turchia non ha un accordo di estradizione. Problema che adesso ad Ankara stanno pensando id risolvere con uno dei metodi che i servizi segreti hanno usato più volte: un blitz delle forze speciali per rapire e riportare in patria il personaggio scomodo.

Per la Turchia non sarebbe un’operazione così straordinaria. Le teste di cuoio turche hanno una certa esperienza nel campo delle “rendition”, cioè quei rapimenti volti a portare in patria chi non può arrivarci attraverso i metodi legali dell’estradizione. E di recente Ankara ha già fatto capire di non avere alcuna remora nel farlo. Il caso di Selahaddin Gulen, in questo senso, è esemplare. Il nipote del predicatore islamico nemico di Erdogan era oggetto di un mandato di arresto dell’Interpol ed era andato a vivere in Kenya. Da anni combatteva una lunga battaglia legale per evitare l’estradizione, che Ankara chiedeva con insistenza. Ma quando la polizia di Nairobi lo ha fermato e successivamente liberato in assenza di capi di imputazione, per il MIT non c’è stato altro da fare che mettere in atto il piano alternativo, cioè il rapimento. La prima a parlare di questa operazione è stata la moglie di Selahaddin Gulen, Serriye, che ha pubblicato dei video tramite i propri canali social per denunciare il rapimento del marito. Ma la notizia è iniziata a circolare solo alcuni giorni dopo, fino a culminare con la foto dell’uomo in manetta davanti a ben due bandiere turche. La firma del MIT, a questo punto, è sembrata inevitabile.

I casi ovviamente non sono relativi solo alla Turchia. Rapimenti all’estero sono noti sia sul fronte occidentale – si pensi alla Cia contro i terroristi di Al Qaeda o anche dello Stato islamico – che su quello mediorientale. A suo tempo non va poi dimenticata la caccia sistemica da parte del Mossad sia a ex criminali nazisti che ai terroristi legati a Settembre Nero e ad altre sigle palestinesi. E la stessa Ankara ha agito in questo modo quando si trattò di prelevare il leader del PKK, Abdullah Ocalan, sempre a Nairobi, così come per catturare altri personaggi legati al mondo di Feto, il nome con cui viene identificata la rete golpista legata a Fetullah Gulen.

Ora per Erdogan i problemi sono due. Da una parte c’è il fatto che i video di Peker sono visualizzati da milioni di persone e stanno scardinando in un modo nuovo la leadership del Sultano. Vero che è un boss accusato di essere a capo di una estesa rete criminale – accusato, tra le altre cose, di essere coinvolto nei traffici di armi da Turchia a Siria quando ancora non era intervenuto l’esercito di Ankara – ma è comunque un personaggio che ha sfruttato il suo nome ergendosi alla stregua di un oppositore oscuro. Rapirlo ora sarebbe un nuovo gesto di forza che verrebbe considerato un modo per coprire presunti traffici illegali. A questo si aggiunge il nodo politico: gli Emirati sono un nemico strategico della Turchia con cui ha ingaggiato una sfida globale dal Medio Oriente al Mediterraneo orientale fino al Sahel e la Libia. Colpire nel cuore di Dubai rapendo un uomo senza permesso equivarrebbe a una miccia di una sfida più intensa. In questo mondo “hobbesiano”, come l’ha definito il Jerusalem Post, tutto appare lecito per leader più autoritari e Stati assertivi: ma dalle parti di Ankara sono attenti a evitare di accendere altre tensioni quando è in corso un lento “appeasement” con l’Occidente.

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