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Politica

Catalogna, Paesi Baschi e l’incubo di un nuovo voto: perché la Spagna è al bivio

I movimenti secessionisti di sinistra saranno l'ago della bilancia di un eventuale governo Sanchez. E quindi una nuova miccia per la destra

La mappa della Spagna post-elezioni è implacabile. Un mare azzurro e tre aree rosse: Siviglia (più Badajoz e Caceres ma con dei distinguo), Catalogna e Paesi Baschi. Di queste tre ridotte della sinistra iberica, gli ultimi due hanno un significato estremamente particolare. Oltre infatti ad avere estromesso il Partito popolare dalla vittoria, queste due regioni rappresentano non solo bastioni socialisti ma soprattutto aree dove il voto dei movimenti indipendentisti risulta ed è risultato anche questa volta decisivo. Movimenti che, a parte alcuni rari casi, sono quasi tutti assimilabili alla sinistra radicale e che quindi già facevano parte della precedente esperienza di governo socialista.

Il sostegno di Puigdemont

Non solo. Al momento, la possibile riproposizione della coalizione di governo con a capo Pedro Sanchez potrebbe reggersi proprio sull’appoggio esterno dato dal simbolo del separatismo catalano, Carles Puigdemont, colui che per evitare la condanna in Spagna ha deciso di auto-esiliarsi in Belgio in attesa del mandato di arresto internazionale (richiesta arrivata il giorno dopo le elezioni). Il suo partito Junts per Catalunya ha già messo in chiaro che il proprio “sì” a un nuovo governo targato Partito socialista si fonderebbe sue amnistia per i reati legati alla “sedizione” e rilancio dell’autodeterminazione. Il risultato elettorale spagnolo, quindi, oltre a mostrare una Spagna politicamente divisa tra destra e sinistra, mostra anche un Paese profondamente spaccato in relazione alle regioni storiche. Una divisione che nasce da un problema irrisolto, e forse irrisolvibile, e che concerne il rapporto tra indipendentisti e Stato centrale.

Miriam Nogueras di Junts per Catalunya insieme a Josep Rius e Antoni Castella (EPA/ENRIC FONTCUBERTA)

La grande svolta di Vox

La questione è estremamente rilevante anche perché il 2017, anno del famoso referendum (incostituzionale) in Catalogna, ha rappresentato da una parte uno dei moment più critici della vita della Spagna democratica, dall’altra parte il momento in cui iniziava a risorgere in tutta la Spagna una reazione di riscoperta dell’unità nazionale intercettata da Vox di Santiago Abascal. La Spagna infatti era almeno fino a quell’anno una curiosa eccezione rispetto al resto dell’Europa. Il nazionalismo, infatti, è ancora oggi – ma soprattutto lo era prima – identificato come una questione di ordine regionale. Il nazionalismo è basco o catalano, confermando quindi l’idea che hanno le parti separatiste di queste regioni di essere nazione a parte e non semplice parte di una nazione spagnola. L’epoca del referendum catalano e poi della fragilità del governo di Mariano Rajoy ha reso possibile l’ascesa mediatica e politica del partito di destra radicale. E non è un caso che Abascal, proprio a ridosso del voto di domenica scorsa, abbia voluto dire che si aspettava di nuovo caos in Catalogna una volta che Vox sarebbe entrato al governo. Fu proprio quella sfida all’unità spagnola a fare da battesimo del fuoco alla nuova realtà della destra iberica.

Indipendentisti non più forti ma decisivi

Ora, se dal lato di Vox il richiamo a questo pericolo non ha innescato la corsa al voto per la lista verde, va detto, d’altro canto, che sulle liste indipendentiste ci sono da sfatare alcuni miti ideologici. Il primo è quello che l’intera popolazione di queste regioni voglia la separazione da Madrid: il referendum del 2017, se può essere utilizzato come lente, ebbe un’affluenza definitiva del 43,03% (con un 90% di sì per la secessione), segno che quasi il 60 per cento dell’elettorato se ne tirò fuori. Il secondo tema è quello dei risultati elettorali di questa tornata, dove va ricordato che l’unica lista indipendentista a migliorare i propri consensi è stato Bildu, la coalizione “abertzale” guidata da Arnaldo Otegi che ha guadagnato un deputato. Junts per Catalunya ha perso un deputato, Erc, la Esquerra Republicana, ha perso sei seggi in parlamento, mentre il Partito nazionalista basco è passato da sei a cinque rappresentanti nel Congresso.

Al netto di questi risultati, va analizzato però un fatto: che il Psoe, se vorrà governare, avrà necessariamente bisogno di tutti questi movimenti. Ed è chiaro che questo imporrà sacrifici e concessioni nei confronti di questo blocco autonomista radicale che, di solito, si muove in questo senso in modo simile. Questo a maggior ragione se si osservano altri due elementi: la Catalogna andrà alle elezioni per il proprio parlamento nel 2025, il Pais Vasco nel 2024. Specialmente per il secondo, la campagna elettorale si giocherà inevitabilmente anche sul comportamento delle varie sigle di fronte a questa paralisi istituzionale. Ed è chiaro che se Bildu ha già detto che farà di tutto per non fare arrivare la destra al governo, il Partito nazionalista basco non può fare altro che affermare quantomeno il fatto di non poter essere alleato di Vox.

Arnaldo Otegi, coordinatore di EH Bildu. Foto: EPA/JAVIER ETXEZARRETA.

Il Partito popolare non riesce a rafforzarsi in Catalogna

In questo “grande gioco” delle due regioni fondamentali della politica spagnola, la scarsa capacità del Partito popolare di sfondare quantomeno nell’area di Barcellona è un tema essenziale. Ottenere sempre pochi deputati dalla Catalogna è un handicap notevole, che fa il paio con quanto accade nella regione basca e in Navarra, dove però resiste grazie all’Unión del Pueblo Navarro, di destra. Ma qui torna il grande punto interrogativo sulla capacità del centrodestra spagnolo di convincere l’elettorato basco e catalano, che a questo punto sembra abbastanza sordo anche ai richiami della stabilità o del cosiddetto “voto utile”. Il Partito pienamente nazionale in queste regioni è di fatto il Psoe, il quale tuttavia deve fare i conti col fatto che per governare deve sicuramente promettere maggiore potere e autonomia alle Comunità: cosa che di fatto verrebbe gestita a seconda delle esigenze dei partiti più estremisti.

Campagna elettorale già pronta?

Questo non farà altro che produrre due effetti uguali e contrari. Da un alto soddisfare le esigenze di movimenti indipendentisti indeboliti dal voto ma fondamentali per la fiducia, quindi più agguerriti. Dall’altro lato, fornire al centrodestra del Partito popolare e alla destra di Vox armi utilissime in caso di campagna elettorale più o meno ravvicinata e che si preannuncia lunga e infuocata. Il centrodestra ha già da tempo attivato il proprio slogan “Que te vote Txapote!” per accusare Sanchez di flirtare con gli ex rappresentanti di Eta mai pentiti. Sulla Catalogna, invece, qualora Puigdemont dovesse fornire la fiducia a Sanchez, il blocco di destra inizierebbe immediatamente una campagna contro un governo nato da un uomo sotto mandato di cattura e che ha voluto dividere la Spagna. In tutto questo però, nessuno cerca di dare una risposta e una soluzione concreta a queste divisioni interne, condannando la Spagna tanto alla palude politica e ai giochi di potere con i regionalismi, quanto a un continuo problema di convivenza pacifica tra regioni che mostrano al loro interno anime diverse e complesse.

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