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A pochi giorni dalle elezioni per il parlamento catalano, anche le opere d’arte entrano nella sfida fra Barcellona e Madrid. Teatro della disputa e degli scontri fra manifestazioni e Mossos d’Esquadra è stata la citta di Lleida, nella parte occidentale della Catalogna, dove la polizia catalana, insieme con i tecnici inviati dal governo aragonese, hanno dato il via al trasferimento forzoso di 44 opere d’arte che appartenevano al monastero di Sigena (Aragona) e che da circa 30 anni erano state acquistate dalla Generalitat di Catalogna e assegnate al museo della città catalana. Le autorità aragonesi hanno sempre sostenuto che la cessione di queste opere da parte delle ultime suore del convento, appartenente all’ordine di San Giovanni, fosse da considerarsi illegale. Stesso pensiero della giustizia, che in due occasioni ha sentenziato che le 44 opere cedute dalle religiose nel 1983, nel 1992 e nel 1994 per 50 milioni di pesete fossero oggetto di una vendita non a norma di legge e che dunque andassero restituite. Il motivo dell’illegittimità risiederebbe nel fatto che a suo tempo la vendita fu realizzata senza il permesso del ministero dei Beni culturali e della comunità autonoma: condizione necessaria per il trasferimento di opere d’arte. Quando, nel 1997, si ebbe notizia di questo mancato assenso pubblico, il comune di Villanueva de Sigena e la Comunità di Aragona intrapresero un percorso giudiziario che è culminato nel 2015 con la condanna degli acquirenti alla restituzione del tesoro del monastero.

Caso ha voluto – ma secondo i catalanisti la casualità non c’entra – che questo processo di restituzione dovesse avere il proprio apice proprio nella fase più calda dei rapporti fra Catalogna e Stato centrale, con la regione commissariata dall’applicazione dell’art. 155 e i ministri di Madrid che sono diventati automaticamente gli assessori della Catalogna nei loro rispettivi ambiti. Alla fine di novembre, il ministro della Cultura spagnolo, Íñigo Méndez de Vigo y Montojo, attualmente anche delegato alla Cultura per la Generalitat catalana, ha ricevuto dai magistrati l’ordine di riconsegnare i lavori ai proprietari. Il ministro, a quel punto, non ha potuto fare altro procedere all’operazione di restituzione come ordinato dal tribunale. Ma tanto è bastato, evidentemente, perché lo scontro, da giuridico, diventasse politico, e che l’ordine del giudice fosse preso come emblema di quanto lo Stato spagnolo derubi la regione catalana. Quando all’alba di lunedì, gli esperti aragonesi accompagnati dalla Guardia Civil e dai Mossos d’Esquadra, sono entrati nel museo di Lleida per iniziare i lavori di trasferimento, sono stati accolti da almeno 500 manifestanti riuniti all’esterno dell’istituto, cantando slogan contro Madrid e iniziando una serie di piccole schermaglie con la polizia che hanno ricordato i momenti del referendum del primo ottobre. Angel Ros, sindaco della città e presidente del Partito socialista catalano, ha espresso la sua contrarietà al trasferimento affermando che l’articolo 155 della Costituzione, quello attraverso cui il governo centrale ha assunto il potere in Catalogna non possa essere applicato all’arte sacra. Più duro invece il commento dell’ex presidente catalano, Carles Puigdemont, ancora autoesiliato a Bruxelles, che con un messaggio apparso sul suo profilo Twitter, ha accusato Madrid di “approfittare di un colpo di Stato per depredare la Catalogna con assoluta impunità”.

Ancora una volta dunque Catalogna e Stato si trovano su due fronti contrapposti, con i separatisti che considerano illegittime le sentenze dei tribunali nazionali perché parte di una logica centralista tesa a togliere poteri e beni a Barcellona. Il governo di Madrid, seguendo il comportamento tenuto durante tutto il processo indipendentista, si è schermato dietro all’impossibilità di andare contro una decisione del potere giudiziario. In questo senso, si rivedono le stesse posizioni assunte durante le fasi antecedenti e successive al referendum secessionista, quando il governo Rajoy ha sostanzialmente delegato alla giustizia il compito di reprimere l’iniziativa dei partiti indipendentisti, per mostrare come fosse la legge e non la politica a negare validità all’indipendenza. I secessionisti, al contrario, hanno sempre negato validità alle scelte dei tribunali – da quello costituzionale a quello penale – dichiarando che siano frutto di scelte di matrice centralista. Nel frattempo, il tempo scorre e la Catalogna si prepara ad andare al voto. Secondo un recente sondaggio, i partiti separatisti mancheranno di pochi seggi la maggioranza del Parlamento locale, ma si teme il pareggio con il blocco costituzionale. In questo caso, la frattura catalana sarà ancora più evidente.