Il presidente del consiglio spagnolo, Mariano Rajoy, ha convocato la prima seduta del parlamento della Generalitat de Catalunya per il 17 gennaio. Un potere conferitogli dopo l’applicazione dell’arti. 155 della Costituzione spagnola con il passaggio dei poteri dal governo catalano a quello centrale di Madrid. Mancano poco meno di 20 giorni, ma la situazione è tutt’altro che di facile soluzione e, quello che sembra profilarsi, è uno scenario di completa paralisi istituzionale, dove  i partiti indipendentisti, ottenuta la maggioranza dei seggi devono fare i conti con le divisioni interne, l’assenza forzata dei propri leader e un partito nazionale, Ciudadanos, che è primo nei consensi. Il rebus è servito e per Barcellona non saranno giornate semplicissime.

Sul fronte indipendentista, c’è un primo grande scoglio che è rappresentato dalla divisione programmatica. Le liste che si sono presentate alle elezioni del 21 dicembre con un programma comunque tendente alla secessione da Madrid, non si sono presentate con una base programmatica unitaria né con un patto di governo reale. C’è la precondizione dell’indipendentismo, che resta un obiettivo di medio-lungo termine, ma poi, a questo, si aggiunge l’inevitabile realtà dei fatti che è quella che questi partiti sono chiamati prima di tutto a gestire la Catalogna. Appurato che la maggioranza popolare che si è espressa alle elezioni del 21 dicembre è una maggioranza non indipendentista (i voti per i partiti costituzionali superano quelli assegnati ai partiti secessionisti), Junts per Catalunya e Esquerra Republicana, così come la Cup (Candidatura d’Unitat Popular) devono da un lato mantenere ferme le loro idee secessioniste ma, dall’altro lato, devono anche far capire di essere forze che vogliono governare per tutti i catalani. Uno scopo che non sembra essere ancora particolarmente chiaro nelle parti più estreme di questi partiti, soprattutto nell’estrema sinistra della Cup, e che però incide nella formazione del governo come già aveva inciso nelle convulse giornate successive al referendum di ottobre e antecedenti allo scioglimento delle autorità della Generalitat da parte di Madrid.

Un secondo problema è di ordine pratico: i leader dei partiti indipendentisti che si contendono il trono di Barcellona, e cioè Oriol Junqueras per Esquerra Republicana e Carles Puigdemont per Junts per Catalunya sono impossibilitati a diventare presidente del governo catalano. Junqueras, che raccoglie più sostegno politico negli altri partiti secessionisti, è in carcere. E questo sembra essere di per sé un ostacolo abbastanza insormontabile a una prospettiva di governo per una delle figure più importanti del movimento indipendentista. Puigdemont, dal canto suo, non può tornare in Spagna se non vuole finire sotto processo e arrestato. Dal suo “buen retiro” in Belgio, l’ex presidente catalano ha ottenuto una vittoria abbastanza sorprendente, portando la propria lista ad essere la prima più votata nel blocco catalanista. E adesso, dopo aver svolto la campagna elettorale “da remoto”, a Bruxelles, si vocifera voglia fare lo stesso se incaricato di formare il governo dal “Parlament”. Una prospettiva non particolarmente apprezzata da molti indipendentisti, specialmente dagli altri partiti, e considerata impraticabile da parte sia dei partiti “costituzionali” sia dal governo centrale. Il ministro dell’Interno, Ignacio Zoido, ai microfoni della radio spagnola Cope, ha espresso totale disapprovazione verso l’ipotesi di Puigdemont presidente da Bruxelles dicendo che “ridicolizza” il voto di tutti i catalani. Il primo ministro Rajoy, parlando di Puigdemont alla conferenza stampa di fine anno, ha detto di non avere intenzione “di dare una risposta di tipo giuridico, ma di buon senso: è assurdo pretendere di diventare presidente di una comunità vivendo all’estero”. Rajoy ha ribadito che chiunque può essere candidato finché non viene inabilitato da una sentenza di un tribunale, ma “non è il caso di una persona fuggita dalla giustizia spagnola”. Se quindi Puigdemont scalpita per tornare in Spagna, ma non lo fa senza la certezza di non essere arrestato, da parte del governo sembrano esserci pochi dubbi sull’eventuale investitura del presidente uscente.

In tutto questo, resta un altro nodo da sciogliere. Perché se il blocco indipendentista ha ottenuto più seggi, il partito Ciudadanos, “unionista” (anche se questa definizione giornalistica è assolutamente poco tollerata da loro), è quello che ha ottenuto più voti di tutti, superando la soglia del milione di elettori. Il portavoce di Ciudadanos nel parlamento della Catalogna, Carlos Carrizosa, proprio per via di questo successo elettorale come prima forza della regione, ha reclamato per il suo partito la presidenza della camera autonoma. In un’intervista a Catalunya Ràdio, Carrizosa ha sostenuto che “la cosa più democratica è che il presidente del Parlamento sia una persona di Ciudadanos”, vista la rappresentanza di circa un milione e 200mila catalani, indicando in José María Espejo-Saavedra, la persona più adatta per quel ruolo. La nomina di uno di C’s a questa carica potrebbe essere l’avvio di un procedimento di dialogo fra le forze, ma per ora la Catalogna è ancora in alto mare. Il rischio di un governo fragilissimo e di nuove elezioni resta sempre dietro l’angolo.

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