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Il presunto avvelenamento dell’attivista politico russo Aleksej Navalnyj ha avuto dei riflessi impensabili sul piano delle relazioni diplomatiche tra l’Unione Europea e la Russia, provocando una crisi che potrebbe culminare nell’introduzione di nuove sanzioni contro quest’ultima.

Il piano

Il 7 ottobre, dopo settimane di accuse velate e proposte variegate di rappresaglie contro il Cremlino, fra le quali l’annullamento del Nord Stream 2, i governi di Francia e Germania hanno comunicato, attraverso una dichiarazione congiunta firmata dai rispettivi ministri degli esteri, di aver raggiunto una decisione finale sul caso Navalny: la Russia è direttamente “coinvolta ed è responsabile” dell’avvelenamento dell’attivista, non vi è altra “spiegazione plausibile”, e, perciò, verrà chiesta l’introduzione di sanzioni nei suoi confronti in sede europea.

Nella dichiarazione si legge che “le proposte [ndr. di sanzioni] riguarderanno individui ritenuti responsabili di questo crimine e della violazione di norme internazionali […] e un’istituzione coinvolta nel programma Novichok”.

Heiko Maas, il capo della diplomazia di Berlino, commentando la decisione franco-tedesca, ha spiegato che le sanzioni saranno “mirate e distruttive” perché trattasi di una “grave violazione del diritto internazionale perpetrata con agente chimico di guerra, qualcosa che non può restare senza conseguenze”.

La posizione francotedesca ha incassato l’immediato supporto di Londra, mentre è stata ovviamente criticata dal Cremlino, che continua a negare ogni coinvolgimento e, anzi, ha avanzato la tesi suggestiva che l’intero evento sia stato orchestrato e sceneggiato da Navalnyj in persona per ottenere visibilità e appesantire ulteriormente il clima da guerra fredda che dal 2014 caratterizza i rapporti tra Bruxelles e Mosca.

L’intenzione di implementare delle sanzioni contro Mosca, che si accumuleranno a quelle già in vigore per via della guerra in Ucraina e di altri dossier, segue di un giorno la pubblicazione dei risultati effettuati dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), che confermerebbero la presenza di Novichok nel sangue dell’attivista.

I russi non credono all’avvelenamento

Navalnyj, pur venendo dipinto come il principale oppositore del Cremlino e, più in generale, del putinismo, non gode di grande supporto tra i connazionali e neanche l’avvelenamento ha cambiato la situazione. Secondo un sondaggio d’opinione del prestigioso Centro Levada, datato 2 ottobre, soltanto un russo su tre (33%) crede alla storia dell’avvelenamento, il 45% non prova particolari emozioni e sentimenti a riguardo, né positivi né negativi, ossia è indifferente, solamente il 20% approva il suo operato e, curiosamente, coloro che credono all’avvelenamento manifestano delle opinioni sul tema tutt’altro che omogenee.

In breve, secondo quanto emerso dai risultati del sondaggio, credere alla pista dell’avvelenamento non equivale a credere che sia stato obbligatoriamente un tentativo di eliminazione partorito nelle stanze dei bottoni del Cremlino. I russi, infatti, sull’argomento mostrano tre posizioni inconciliabili che sono, rispettivamente, la convinzione che Navalnyj sia stato avvelenato dal governo (30%), da qualche personaggio sul quale ha indagato la sua fondazione anti-corruzione (8%) o dai servizi segreti di un Paese occidentale (8%).

Il caso, un riepilogo

Navalny si è sentito male la mattina del 20 agosto a bordo di un volo che lo avrebbe portato da Tomsk a Mosca, costringendo l’aereo ad un atterraggio di emergenza poco dopo il decollo. La situazione è parsa grave sin dai primi istanti, perché l’attivista anti-corruzione era stato ricoverato in stato comatoso, ma è stata al tempo stesso caratterizzata da un alone di mistero, perché l’ospedale di Omsk non aveva trovato tracce di avvelenamento nel sangue.

Una volta che le condizioni di Navalnyj si sono stabilizzate, la famiglia ne ha richiesto ed ottenuto il trasferimento all’estero, più precisamente in Germania, dove si trova tutt’oggi ricoverato. Dagli accertamenti effettuati dal personale medico tedesco nel corso della degenza sarebbero emerse prove di un avvelenamento da Novichok, un agente nervino di produzione sovietica che, tuttavia, negli anni è stato prodotto anche in diversi Paesi occidentali.

Da quando, a inizio settembre, i medici tedeschi hanno dato per certo l’avvelenamento da Novichok – e dal 6 ottobre le loro conclusioni sono supportate e rafforzate dall’Opac – tra l’Ue e la Russia è scoppiata una nuova crisi diplomatica, che gli Stati Uniti e la Polonia hanno sfruttato per mettere sotto pressione la Germania, chiedendo come ritorsione punitiva e simbolica l’annullamento del gasdotto della discordia, il Nord Stream 2.