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Il caso Flynn getta ulteriori ombre sulla condotta delle agenzie governative nell’inchiesta sul Russiagate. Com’è emerso la scorsa settimana, il team legale del tenente generale Michael T. Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump dal 20 gennaio al 13 febbraio 2017, tra le prime “vittime” del Russiagate, ha chiesto alla Corte federale di rendere nota una prova “decisiva” che dimostrerebbe la sua innocenza nonché la cattiva condotta degli agenti dell’Fbi che lo interrogarono. Nello specifico, un giudice federale statunitense ha desecretato documenti del Federal Bureau of Investigation (Fbi) che dimostrano come l’ex consigliere di Trump sia stato vittima di un “piano deliberato” del bureau allo scopo di incastrarlo.

Flynn, repubblicani all’attacco

Ora i repubblicani, che definiscono il caso “peggio del Watergate”, vogliono vederci chiaro. Come rende noto Fox News, i deputati Jim Jordan e Mike Johnson hanno chiesto che il direttore dell’Fbi Christopher Wray fornisca al Congresso una serie di informazioni dopo le rivelazioni su Flynn: in particolare, i repubblicani vicini a Trump chiedono chiarimenti sul misterioso agente dell’Fbi, Joe Pientka, che partecipò all’interrogatorio con l’ex consigliere per la sicurezza nazionale. Fox News ha precedentemente stabilito che Pientka era altresì coinvolto nell’indagine sull’ex collaboratore Trump, Carter Page. Oltre a un’intervista a Pientka, i repubblicani hanno chiesto di parlare con Bill Priestap, ex vicedirettore della divisione controspionaggio dell’Fbi.

Il presidente Trump ha lanciato ulteriori accuse di tradimento nei confronti degli ex funzionari dell’Fbi che hanno preso di mira Flynn nei primi giorni della sua amministrazione. “La bufala della collusione Russia è il più grande scandalo politico nella storia americana. Tradimento!!!” ha twittato sabato. 

Cosa dicono i documenti dissecretati su Flynn

Come spiega l’Agenzia Nova, I documenti dissecretati includono una nota scritta di Bill Priestap, allora direttore del controspionaggio dell’Fbi, nel quale viene suggerita agli agenti dell’agenzia la condotta da adottare negli interrogatori a carico del generale Flynn: “Quale dovrebbe essere il nostro obiettivo? L’ammissione della verità, o spingerlo a mentire, così da poterlo processare e/o farlo licenziare?”, recita la nota. “Se lo spingiamo ad ammettere di aver violato il Logan Act (legge che proibisce i negoziati da parte di cittadini Usa non autorizzati con governi stranieri), possiamo trasmettere la questione al dipartimento di Giustizia, e lasciare che decida. Oppure, se inizialmente lo spingiamo a formulare testimonianze non veritiere, poi gli presentiamo (parte omessa) e lui ammette, possiamo trasmettere al dipartimento di Giustizia”, prosegue la nota.

La tesi dell’avvocato di Flynn, l’avvocato Sidney Powell, è chiara: sostiene che l’Fbi abbia “manipolato” i verbali del suo interrogatorio del 2017, durante il quale l’ex consigliere per la sicurezza nazionale si sarebbe dichiarato di colpevole di aver mentito ai federali. In una mozione di 27 pagine, Powell chiede al tribunale che esamina il caso di “respingere l’intera accusa” per “l’oltraggiosa cattiva condotta del governo” e degli agenti del Bureau che hanno manipolato le dichiarazioni di Flynn sui suoi rapporti e contatti con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. Uno degli agenti dell’Fbi che condusse l’interrogatorio a Flynn fu peraltro Peter Strzok, licenziato quando la squadra investigativa del Consigliere speciale Robert Mueller scoprì gli sms denigratori contro il Presidente Trump che l’agente federale scambiava con la sua collega e amante Lisa Page. Secondo l’avvocato dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Strzok condusse l’interrogatorio in maniera tale da portare Michael T. Flynn a mentire.