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Politica

Ecco cosa c’è davvero dietro il caso del doping in Russia

La “persecuzione” per lo sport russo sembra non potersi chiudere nel breve periodo, considerate le nuove violazioni registrate a carico di due atleti che hanno preso parte alle gare dei Giochi Olimpici invernali appena conclusi nella regione sud coreana di...

La “persecuzione” per lo sport russo sembra non potersi chiudere nel breve periodo, considerate le nuove violazioni registrate a carico di due atleti che hanno preso parte alle gare dei Giochi Olimpici invernali appena conclusi nella regione sud coreana di Pyeongchang

Sono stati portati alla luce due eclatanti casi di violazione delle regole anti-doping, commesse da parte di Alexander Krushelnitsky, che ha conquistato la medaglia di bronzo nel curling a squadre miste insieme alla moglie Anastasia Bryzgalova. A seguito del test preliminare effettuato dopo la competizione, l’atleta russo è stato trovato positivo al meldonio, una sostanza cosiddetta “performance enhancing drug” (PED), ovvero sostanza per incentivare le prestazioni, che agisce attraverso l’aumento della circolazione cardiaca e la maggiore ossigenazione dell’organismo. Insomma, una sostanza che per uno sport di precisione e concentrazione come il curling ha poco a che fare. Naturalmente Krushelnitsky ha negato categoricamente l’utilizzo di di sostanze proibite durante tutta la sua carriera sportiva, dal momento che si è sempre fortemente opposto all’impiego di doping.





Il responso della Commissione investigatrice è però stato perentorio, e dunque la coppia è stata squalificata e ha dovuto rinunciare alla medaglia conquistata. Un’altra atleta della rappresentanza olimpica russa è stata tuttavia accusata di assunzione di sostanze proibite: si tratta della bobbista Nadezhda Sergeeva, la quale è invece risultata positiva alla trimetazidina, un farmaco utilizzato nella cura dell’angina pectoris, che contrasta l’ipossia e l’ischemia cellulare, dunque con funzioni simili al meldonio. Anche il caso della Sergeeva è “particolare”, così come dichiarato dalla stessa Nicole Hoevertz, capo del gruppo di implementazione del Comitato Olimpico Internazionale durante la conferenza stampa conclusiva dei Giochi. La stessa atleta, infatti, era stata più volte fotografata in pubblico con una t-shirt che recitava “I don’t go doping, I am za sport” (Non faccio uso di doping, io sono per lo sport). 

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Dunque cosa c’è di vero o non detto circa la situazione degli atleti russi e l’uso di doping? La prima cosa che viene da pensare, anche in relazione all’utilizzo delle sostanze incriminate, nella fattispecie, lascia molti dubbi sulla vicenda. Il meldonio, oltre alla sua totale inutilità in uno sport come il curling, è stato inserito inserito nella lista delle sostanze proibite dalla WADA, l’agenzia mondiale dell’anti-doping, all’inizio del 2016, e tale circostanza fu causa scatenante della squalifica biennale emessa a carico di Maria Sharapova, la famosa tennista russa rientrata nel circuito WTA soltanto poche settimane fa. Per ciò che concerne la trimetazidina, invece, abbiamo il parere pronunciato dal direttore medico e scientifico del CIO, il dottor Richard Bludgett che, in occasione della conferenza stampa summenzionata, ha parlato della natura della sostanza e della sua possibile presenza in medicinali che curano la cefalea emicrania, soprattutto in Cina e Giappone, e che in dosi minime può essere ricondotto a queste possibilità di impiego”. Tale farmaco ha uno smaltimento molto rapido, tra le 5 e le 10 ore, attraverso le urine, dunque esattamente nei tempi utili per le verifiche anti-doping post gare. In aggiunta a ciò, si scopre anche che i due atleti erano stati entrambi sottoposti in precedenza ad altri controlli anti-doping, così come molto più serrate erano state le verifiche sugli atleti russi rispetto a quelli delle altre nazionalità, come ammesso anche dalla Hoevertz. 

Quello che dunque sembra un caso, probabilmente non lo è. Si sospetta infatti che tali sostanze possano essere state somministrate agli atleti attraverso i pasti, dunque alla loro insaputa. La situazione sarebbe pienamente assimilabile a tutto il caso montato attorno al doping di stato a carico della Federazione Russa, che ha comportato la sospensione di Mosca dal CIO, salvo una eventuale riammissione per buona condotta. Dei 96 atleti sospetti ed esaminati, a fronte delle migliaia ingiustamente dichiarate, soltanto uno era stato effettivamente trovato positivo a sostanze vietate. Il sospetto è che la volontà sia stata quella di generare una macchina del fango contro lo sport russo, che già ha subito l’onta di far gareggiare i propri atleti sotto la bandiera olimpica, impedendo in caso di vittoria l’intonazione del proprio inno nazionale, ma di screditare l’attività nazionale in favore dello sport anche in vista dei prossimi mondiali di calcio FIFA che si terranno in Russia la prossima estate. 

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