Per anni, in Europa, abbiamo puntato il dito contro Mosca. Troll, hacker, macchine del fango e finanziamenti occulti provenienti dalla Russia sono stati il fantasma che ha giustificato leggi speciali e inchieste parlamentari. Ma oggi, a dieci mesi dalle elezioni presidenziali francesi del 2027, lo spettro dell’ingerenza assume un volto “nuovo”: quello di Israele. Non più solo un sospetto nelle pieghe del Web, ma una strategia annunciata a chiare lettere dall’ambasciata stessa di cui vi abbiamo parlato su InsideOver.
Nelle ultime settimane, infatti, la Francia è stata scossa da una duplice rivelazione. Da un lato, la clamorosa uscita dell’ambasciatore Joshua Zarka che, in un’intervista televisiva, ha violato apertamente la riserva diplomatica. Dall’altro, i dettagli di una sofisticata campagna di disinformazione digitale contro esponenti de La France Insoumise (LFI) orchestrata da Tel Aviv.
Polemiche in Francia per le parole di Zarka
Il 4 giugno, durante un’intervista a Complément d’Enquête su France 2, l’ambasciatore israeliano in Francia Joshua Zarka ha dichiarato di preferire «chiunque piuttosto che Jean-Luc Mélenchon» come prossimo inquilino dell’Eliseo. Non contento, ha rivelato di aver incontrato Marine Le Pen lo scorso aprile, giustificando la scelta con l’evoluzione del partito.
La reazione della classe politica francese è stata unanime e fulminea. Manuel Bompard, coordinatore nazionale della LFI, ha parlato di «palese ingerenza straniera». Il deputato Arnaud Le Gall è stato ancora più duro: «E’ un diplomatico in servizio, dovrebbe mantenere la neutralità. Ditegli di chiudere la bocca». Anche Olivier Faure (Partito Socialista) ha tuonato contro «un’ingerenza inaccettabile», sottolineando come non si possa essere sorpresi nel vedere un inviato di Netanyahu «ammettere apertamente i suoi legami con l’estrema destra francese». Persino dalla maggioranza, Nathalie Loiseau ha attaccato l’ambasciatore per aver interferito “in modo manifesto” nella vita politica interna. Zarka ha giustificato l’incontro con Marine Le Pen dicendo che il “Rassemblement National è cambiato” rispetto al vecchio Front National antisemita.
Una strategia ben precisa
L’uscita dell’ambasciatore non è un episodio isolato, ma il vertice più visibile di una strategia sommersa. Proprio in queste settimane, un’inchiesta congiunta dei giornali Libération e Haaretz ha gettato luce su un tentativo di interferenza digitale durante le elezioni municipali francesi dello scorso marzo. L’obiettivo? Tre candidati de La France Insoumise: Sébastien Delogu (Marsiglia), François Piquemal (Tolosa) e David Guiraud (Roubaix).
Secondo gli investigatori francesi di Viginum, l’operazione è stata condotta da una società con sede in Israele chiamata BlackCore, che sui propri sitisi presentava come una «compagnia d’élite specializzata in influenza, cyber e tecnologie per l’era moderna della guerra dell’informazione». I metodi utilizzati ricalcano quelli della propaganda più aggressiva: siti web fake, account falsi su larga scala, foto di profilo generate dall’intelligenza artificiale e persino annunci diffamatori durante giochi come Candy Crush.
Nonostante le evidenze, il governo francese si muove con prudenza. Il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, ha annunciato alla fine di maggio un’«azione giudiziaria», ammettendo che l’ingerenza proveniva dal territorio israeliano. Tuttavia, ha precisato che “il carattere statale o meno di questa ingerenza non è stato stabilito”. Una cautela sorprendente, dato che BlackCore non risulta nemmeno nei registri ufficiali delle imprese israeliane, il che suggerisce una copertura ben studiata.
La domanda a questo punto è: BlackCore agiva per conto del governo Netanyahu o come attore privato? Se la Francia non ha ancora ufficializzato l’accusa, è perché un’ammissione di interferenza statale da parte di Tel Aviv aprirebbe una crisi diplomatica gravissima tra Parigi e Tel Aviv. E le parole dell’ambasciatore non fanno altro che gettare benzina sul fuoco.
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