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Politica

Caso Adani e non solo, l’Occidente accusa l’India. Ma forse c’entra l’Ucraina…

Le accuse provenienti dagli Usa contro il magnate indiano Gautam Adani, l'uomo più ricco del Paese, rilanciano i timori di Modi.

Le accuse provenienti dagli Usa contro il magnate indiano Gautam Adani, uomo più ricco del Paese, vicinissimo al primo ministro Narendra Modi e alla guida del conglomerato che da lui prende il nome (Adani Group) hanno una valenza non solo finanziaria e industriale ma anche politica. Adani, 62 anni, è stato indiziato per la presunta frode compiuta ai suoi finanziatori statunitensi omettendo di riferire le indagini per pratiche scorrette e corruzione con cui si sarebbe accaparrato, in patria, dei business nel settore energetico. Questo ha acceso i riflettori del Dipartimento della Giustizia (DoJ) americano e della Security and Exchange Commission (Sec), la Consob a stelle e strisce, su Adani. Il cui peso industriale e finanziario in settori che vanno dall’energia alle infrastrutture è una parte fondamentale della proiezione del Paese guidato da Modi.

Il caso Adani

Nativo del Gujarat come il primo ministro nazionalista, Adani è con il suo business sempre presente laddove l’India si espande economicamente. Lo sa bene ad esempio il Kenya, dove William Ruto, presidente vicino a Modi, ha stralciato appalti per 2,6 miliardi di dollari dopo la pubblicazione delle accuse. Il magnate ha “bruciato” 12 miliardi di patrimonio in Borsa in un giorno nella seduta di giovedì scorso (non morirà di fame: ora è solo a 48 miliardi di dollari), le perdite dei suoi gruppi sono assommati a oltre 20 miliardi e, in prospettiva, si pone l’interrogativo di come il ruolo delle inchieste su Adani possa essere dirimente nel quadro dei rapporti tra l’India e i Paesi occidentali, a partire dagli Stati Uniti, che sul legame con il gigante asiatico puntano molto. E in particolare questo ha valore pensando al ruolo che Nuova Delhi potrà avere nella visione della nuova amministrazione di Donald Trump.

Dal 2017 al 2021, nel suo primo mandato, The Donald ha visto in Modi un alleato di ferro e l’India, pur mantenendo gelosamente la sua terzietà a ogni blocco, ha espanso la collaborazione bilaterale con Washington in campo economico, militare e diplomatico, rilanciando in particolare la partecipazione al forum Quad con Australia e Giappone. Un rapporto dinamico che Joe Biden ha raccolto e amplificato e che ora Trump intende riprendere.

Il magnato accusato negli Usa di frode e corruzione aspettava il Trump 2.0 come una fase di rinnovata partnership indo-americana e dunque nuovi rapporti di business, ricorda il Financial Times specificando che “Adani all’inizio di questo mese si è congratulato con Trump per la sua vittoria elettorale, promettendo in un post su X di investire 10 miliardi di dollari in energia e infrastrutture negli Stati Uniti e di creare fino a 15.000 posti di lavoro“. La sua proiezione, funzionale all’agenda Modi, è ora messa a repentaglio. Kevin Davis, professore alla facoltà di giurisprudenza della New York University, parlando con il Ft ha paragonato il rapporto tra Adani e Modi a quello che in Brasile negli anni scorsi era emerso tra il grande conglomerato Odebrecht e il Partito dei Lavoratori nello scandalo “Lava Jato”, sottolineando come in questo caso la giustizia Usa abbia fatto un salto di qualità inseguendo un individuo a capo di un’azienda accusata di pratiche corruttive in patria ma con ricadute americane (è la tesi della corte di New York che ha spiccato l’accusa) per la scelta di rivolgersi alla finanza a stelle e strisce.

Tutte le spine di Modi nei rapporti con l’Occidente

Per Modi si tratta di un nuovo grattacapo dopo il caso delle accuse emerse esplicitamente in Canada per il ruolo del Governo nell’assassinio o nella progettata eliminazione di attivisti che sostengono il separatismo sikh in India, che nelle ultime settimane si sono espanse anche negli Stati Uniti. L’India, che su dossier come la guerra in Ucraina ha ribadito la sua terzietà rispetto a Occidente e rivali e sta operando un timido disgelo con la Cina, gioca in proprio. E nell’ultimo biennio questo ha portato a un’accelerazione della pressione su Modi per dossier che erano noti da tempo ma che, per quieto vivere, erano spesso tenuti silenti.

I sikh e Adani sono due esempi. Ma non finisce qui. A maggio The Diplomat segnalava come fosse in atto “un costante declassamento della democrazia indiana su vari parametri di libertà e indipendenza istituzionale da parte di numerose organizzazioni con sede in Occidente”. A tal proposito, la testata specializzata in studi asiatici sottolineava due esempi. Da un lato, “nel suo ultimo rapporto, pubblicato a marzo, il V-Dem Institute svedese ha definito l’India un Paese che tendeva verso l’autocrazia”. Dall’altro, “il mese successivo, il rapporto annuale sui diritti umani del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha citato importanti problemi di diritti umani nello stato nord-orientale indiano di Manipur”, dove tra il 2023 e il 2024 sono emerse violente proteste. Il caso Adani è la punta dell’iceberg di una serie di problematiche che mettono l’India sotto assedio. C’è molto di vero in queste critiche, ma è sospetto il tempismo. Di questo, compreso il peso di magnati come Adani, non si sapeva forse già molto prima che Nuova Delhi iniziasse a essere più cauta nel suo abbraccio all’Occidente a guida Usa? Il buon vecchio motto di Giulio Andreotti sul pensar male, forse, potrebbe essere pertinente in questo caso.

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