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Ho investito un giorno della mia vita per leggere l’interessantissimo Rapporto sulla competitività europea redatto da Mario Draghi su incarico della Commissione europea guidata da Ursula von Der Leyen. E sono felice di averlo fatto, anche perché ho imparato molte cose. Poi ho speso un po’ di altro tempo per scorrere i commenti dei giornali italiani. Da un lato ho molto sorriso. L’ennesima epifania di Draghi è stata accolta con inni da stadio (Mario! Mario! Mario! Ale-oo,ale-oo!) appena temperati da una malinconica considerazione: ma dove vogliamo andare senza Mario? Che ci illudiamo di fare? Ma dai, per favore…

Al netto del “Draghi for presidente” o “santo subito”, però, mi è venuta un’altra considerazione, sicuramente dettata da un difetto di competenza. In strettissima sintesi, Draghi scrive che l’Europa resta indietro perché in tre settori decisivi (innovazione tecnologica, riconversione energetica e difesa) non riesce a compiere un vero sforzo comune e a semplificare le proprie pratiche. Il tutto si traduce in una mancanza di produttività e competitività che ci allontana sempre più dagli altri soggetti a livello della Ue, ovvero gli Usa (26% del Pil mondiale) e la Cina (17%, come la Ue). In Europa si campa meglio e più a lungo, si respira aria più pulita, l’assistenza sociale è migliore. Ma tutto questo finirà (o sarà bruscamente ridimensionato) se non ci diamo una mossa.

Faccio le debite scuse a Draghi per questo riassunto “for dummies”. E ai lettori, semmai, chiedo di leggere il Rapporto al link evidenziato all’inizio. Ciò che a me qui preme è una considerazione certo non tecnica ma che mi pare essenziale. Facciamo tutte le cose saggiamente indicate da Draghi. Ma per fare cosa, esattamente?

Il paragone costante con Usa e Cina che ricorre nel Rapporto, se vogliamo pensarci un attimo, è corretto a livello numerico ma non a livello politico. Usa e Cina sono Paesi con un forte e univoco governo centrale e praticano una strategia imperiale. Basta osservarne sia il comportamento quotidiano sia le strategie di lungo periodo. Per fare solo un paio di esempi: la conduzione Usa dell’allargamento della Nato e il progetto della Nuova Via della Seta della Cina. Sia l’uno sia l’altro Paese non fanno sconti: l’interesse dell’impero è primario rispetto a qualunque altra considerazione. Se è interesse dell’impero invadere l’Iraq o fornire copertura totale (politica e militare) a Israele, o non rompere i rapporti con l’Arabia Saudita o con la Turchia, gli Usa lo fanno. Se è interesse dell’impero insediarsi nell’Africa delle materia prime o trafficare con l’Iran e i vari “stan” dell’Asia Centrale in cerca di gas, o appoggiare la Russia in funzione anti-americana, la Cina lo fa. Perché pensa che sia nel suo interesse.

E l’Europa, che fa? Ha almeno un centesimo di questa proiezione esterna? Ovviamente no. La Ue non aveva alcun interesse a rompere con la Russia che, come scrive lo stesso Draghi nel suo rapporto, forniva il 45% del gas a noi necessario a prezzi “relativamente bassi”, ma lo ha fatto ugualmente. Secondo voi, gli Usa lo avrebbero fatto, in un caso simile? Forse pensate di sì. E allora perché non rompono con l’Arabia Saudita, Paese dittatoriale ma decisivo negli equilibri del mercato petrolifero mondiale? Proseguendo: perché l’Italia è rimasta l’unico Paese Ue presente con un contingente militare nei Paesi del Sahel (350 uomini in Niger), quando quella regione èm determinante non solo per le relazioni con il continente africano ma anche per problemi come i flussi migratori che riguarda direttamente l’Europa?

Sono solo due esempi, potremmo farne mille. Quindi non può esistere un’Europa assertiva e coesa nell’innovazione tecnologica, nelle strategie energetiche, nella costruzione di un sistema di difesa, senza un’Europa autonoma e libera di decidere del proprio destino. Cosa che non è. E su questo occorre essere molto chiari. Quando il Rapporto Draghi scrive che l’ombrello militare Usa ci ha consentito di spendere meno per la difesa e investire di più in settori civili, siamo alle soglie della favola. Certo, tecnicamente è vero. Ma per gli Usa (e la Cina, dove può, fa uguale; e la Russia idem, se potesse) quelle per il settore militare non sono spese, sono investimenti. È la protezione della “sicurezza nazionale” che consente loro di bloccare Tik Tok (esempio sciocco ma utile per capirci) o qualunque altra iniziativa che, in qualunque parte del mondo, potrebbe nuocere ai loro interessi. Volete un esempio più serio? Eccolo: per qualche anno gli Usa hanno criticato il gasdotto Nord Stream tra Russia e Germania e a un certo punto, guarda caso, il gasdotto è saltato in aria. È anche per questo (non solo per questo) che, come dice il Rapporto, sono europee solo 4 delle 50 compagnie più importanti del settore tecnologico. Ed è per la stessa ragione che la Cina guida in settori come l’auto elettrica o le tecnologie green.

Il filo doppio che ci lega agli Usa ha ovviamente i suoi non pochi vantaggi. Potersi appoggiare a un fratellone, come sappiamo fin dall’infanzia, in molti casi aiuta. Poi, però, bisogna crescere. E forse non è un caso se, dal crollo del Muro in avanti, più la presenza Usa nel Vecchio Continente è cresciuta e più la Ue ha perso smalto. Non è negli interessi economici o politici degli Usa far crescere l’Europa nel senso auspicato da Draghi. E questo, lui che ha tanti amici oltreoceano, lo sa bene.

Fulvio Scaglione

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