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L’articolo di Philip Pilkington, al quale abbiamo dedicato una nota pregressa, merita un approfondimento, che s’intreccia con il discorso  del premier canadese Mark Carney a Davos, tanto acclamato nel mondo e al quale abbiamo dato meritato spazio, dal momento che riconosceva come l’Ordine basato sulle regole fosse fittizio e sia finito.

The Most Important Foreign Policy Speech in Years

Nel riprendere il discorso di Carney abbiamo accennato a come questi abbia lanciato il guanto di sfida a Trump, sollecitando le potenze medie a statuire alleanze tra di esse, diversificate e pragmatiche, per creare una rete che dia a ciascuna le risorse e la capacità di resistere alla coercizione dell’Impero.

In realtà, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra e attuale premier del Canada ha parlato in nome e per conto della madrepatria: al di là delle note altisonanti, era un invito alle potenze medie a creare rete con Londra e, di fatto, porsi sotto la sua tutela.

Può apparire velleitario, ma non lo è, basta osservare come Londra abbia di fatto gestito la “coalizione dei volenterosi” europei nel corso della guerra ucraina, modello che sta tentando di rilanciare in grande stile potendo contare sulla residuale anglosfera, che la leadership albionica ritiene gli possa dare agio di approcciarsi all’agone globale come una sorta di grande potenza.

Da qui la mossa, prima della colonia canadese poi della Gran Bretagna, di tentare un nuovo approccio alla Cina: non più ostile, ma costruttivo. La speranza di Londra è quella di dividerla dalla Russia, della quale resta nemica irriducibile, con l’idea di trovare in questo convergenze con la nuova amministrazione Usa, che tale fine recondito conserva.

Al di là delle ipotesi geopolitiche in campo, e per riprendere l’articolo di Pilkington, un aspetto di tale scritto più interessante di altri è quello che vede il ritorno dell’Europa ai fasti del bunker di Hitler e alle illusioni di resilienza coltivate allora e oggi, quelle di preservare il “giardino”, escludendo dal novero della civiltà il resto del mondo, condannato alla legge della giungla.

L’assertività di Trump sulla Groenlandia, che usando della legge della giungla all’interno del giardino ha rotto l’incanto, non è solo uno scontro geopolitico, né solo la necessità di piegare l’Europa alla ragionevolezza sul conflitto ucraino.

Lo ha ben compreso Carney, che ha definito l’aggressione di Trump come l’ultimo tassello, dopo le crisi finanziarie e la pandemia, sfilato alla scintillante architettura del cosiddetto mondo basato sulle regole. La crisi della Groenlandia è il momento epifanico della rottura irreversibile di tale sistema.

Una rottura che, secondo tanti, in realtà è solo il disvelamento della brutalità pregressa, la fine delle finzioni, con l’Impero che si è mostrato come il mostro che è sempre stato.

Vero, ma è anche altro, e sul punto occorre alzare il livello, accennare a qualcosa che ha a che vedere con la transpolitica cara ad Augusto del Noce o altro e più profondo. In realtà, e qui soccorre Pilkington, il mondo basato sulle regole era un sistema simbolico strutturato da norme ma, soprattutto, fondato sui cosiddetti valori, tema assente nel suo scritto, ma presente nel discorso di Carney.

E più che le regole contavano i valori, da contrapporre alla tirannide comunista e alla subumanità del cosiddetto terzo mondo. Erano i valori il fattore trainante, laddove le regole servivano solo a normalizzare la brutalità.

Un corpus di norme e valori che ha dato vita a sistema esoterico, trattenuto al tempo della Guerra Fredda (tanto che non si parlava neanche di mondo basato sulle regole, ma solo della libertà opposta alla tirannia), e incrementato al parossismo dopo la caduta del Muro, nel quale i circoli esoterici hanno assurto il ruolo di dominus globali.

Le crisi finanziarie, la globalizzazione, la pandemia, al contrario di quanto ritiene Carney, non hanno rappresentato un vulnus a tale sistema, ma, insieme al climate-change, all’ideologia LGTBQIA+ (che è altro dai diritti delle persone costrette in tale schematica sigla), il cancel culture sono state generate nell’ambito di tale esoterismo e a questo appartengono.

Create da élite globali – culturali, finanziarie e tecnologiche – che, usando strumentalmente la Politica, hanno pensato di creare un mondo nuovo, a loro misura ovviamente; un mondo abitato da Valori imposti come religione universale, i cui dogmi erano indiscutibili.

L’imposizione di tale Credo universale è stata brutale, ancora più brutale dello sfoggio muscolare finora mostrato da Trump, ricomprendendo i sacrifici umani rituali, come accenna ad esempio Pilkington a riguardo del bagno di sangue imposto agli ucraini nella guerra per procura contro la Russia (solo l’ultimo rituale in tal senso: dal genocidio del Ruanda a Gaza, il sangue versato per generare il mondo nuovo è corso a fiumi).

E, nella sua follia, il mondo esoterico basato sulle regole ricomprendeva anche l’opzione apocalisse, quella gnostica, della catastrofe globale (altro da quella cristiana che è la rivelazione-vittoria di Gesù Cristo).

Trump ha rotto tale sistema. Ha riportato la Politica al centro del potere imperiale, ha rinnegato i valori in favore degli interessi e vuole ricacciare oltre l’orizzonte degli eventi l’opzione apocalisse chiudendo la guerra ucraina (non perché sia buono, ma perché non vede interesse a vellicare la distruzione globale).

Così, per tornare a Carney, nel suo discorso ha rilanciato i valori, i loro valori ovviamente (che nel mondo della Grande Finanza, dove l’ex banchiere  è di casa, hanno ritorni precipui); e, per farlo, ha citato, come modello, Il Potere dei senza potere di Vaclav Havel. E colpisce che vi ha associato un anno, inutile quando si cita un libro: il 1978.

Anno cruciale: quello dei tre Papi, dopo Montini e Luciani, Wojtyla, il papa slavo che doveva buttar giù il comunismo, e dell’assassinio di Aldo Moro, che chiuse le porte alla possibilità di una riforma del comunismo internazionale dall’interno (prodromico al fallimento successivo di Gorbacev), in favore dello scontro irriducibile Est – Ovest.

La vittoria dell’Occidente, con l’avvento del momentum unipolare, fu la vittoria dei circoli esoterici internazionali che nel ’78 avevano sfidato il potere pregresso, anzitutto la Politica e i Padroni dell’economia reale.

Un dominio globale che sembrava irrevocabile, come sancito dalla Fine della storia, titolo esoterico del volume di Francis Fukuyama uscito nel 1992, l’anno che, con l’avvento di Bill Clinton, sancì il trionfo della Grande Finanza e dei circoli esoterici associati di cui sopra.

Poi, dopo vari vulnus al sistema, più o meno ricomponibili, è arrivata la variabile Trump e tutto è cambiato (con strascichi del passato, ovviamente). La brutalità imperiale resta quella pregressa, cambia però – oltre al ritorno della Politica e, in parte, della Old economy – il fondamento e la declinazione della stessa. La Forza è al servizio dell’interesse, non più della follia esoterica; né c’è necessità di rivestirla di formule magiche: si torna, peraltro solo se necessario, alla bruta propaganda.

La disfida contro Trump a cui ha dato voce Carney è a questo livello, non una mera contrapposizione geopolitica.

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