L’intervista di Tucker Carlson, l’ex anchor man di Fox Tv, al presidente russo Vladimir Putin aveva ottenuto 100 milioni di visualizzazioni su X (l’ex Twitter) a sole 14 ore dalla pubblicazione. Difficile parlare di insuccesso. Si può però tranquillamente parlare di fallimento, e proviamo qui a spiegare perché. Ovviamente nulla c’entrano le ragioni più spesso addotte dai media occidentali.

Parlare di intervista “in ginocchio” e sciocchezze simili ha senso solo per chi non ha mai avuto a che fare con personaggi della stazza di Putin o, più semplicemente, non ricorda che Putin, prima dell’invasione dell’Ucraina, ha fatto centinaia di conferenze stampa e interviste con giornalisti occidentali di ogni genere e tipo, senza mai trovarsi in particolare difficoltà. Anzi, mettendo lui, spesso, in difficoltà l’interlocutore.

Indimenticabile il siparietto con la giornalista Usa, lei sì aggressiva, che qualche anno fa gli chiese se la Russia avesse intenzione di occupare i Paesi baltici. Putin rispose: “L’altro giorno sono andato a Vladivostok e il volo è durato più di quanto duri il volo che prendo quando da Mosca vado alle Nazioni Unite a New York. Che cosa vuole che me ne faccia della Lituania?”. E non dimentichiamo, solo per fare un altro esempio, che dopo un summit con Biden in Svizzera, Putin rispose alle domande di tutti i giornalisti in diretta mentre il presidente americano solo a quelle presentate in anticipo dai soli giornalisti occidentali. Quello del giornalista che, con le sue domande aggressive, fa fare brutta figura al potente di turno (di solito molto più astuto e smagato di lui, se no non sarebbe un potente) è un mito provinciale della stampa nostrana. La qualità di un’intervista non si misura dalle domande che vengono fatte ma dalle risposte che si ottengono. E qui sta il fallimento di Carlson: non c’è stata una risposta di Putin che non fosse prevedibile, scontata, come già scritta.

Fin qui, nulla di sorprendente. Carlson, che di certo non è pregiudizialmente ostile alle tesi di Mosca, ha la notorietà ma non la finezza, la preparazione e nemmeno l’astuzia per un’intervista di questa portata. Ma il fallimento più vero e profondo sta dalla parte di Putin che, forse per la prima volta, è parso un leader vecchio, anchilosato, incapace di sfruttare un’occasione clamorosa come quella offerta dall’arrivo a Mosca di uno come Carlson. Che al Cremlino non avessero capito che cosa avevano per le mani lo si è visto quasi subito, quando Putin ha chiesto a Carlson: “Ma dobbiamo fare un’intervista seria o uno show?”. Ma come: hai di fronte un divetto della Tv americana, sai che l’incontro sarà diffuso da un social network e stai a distinguere tra intervista “seria” e “show”? E infatti Putin si è lanciato nell’ormai famosa mezz’ora di ricostruzione storica che, dal punto di vista della comunicazione, è stata un errore clamoroso. Per seguirla, per discuterne le tesi spesso pretestuose o propagandistiche, bisognava essere un russo (che certe cose almeno le ha sentite raccontare a scuola) o un appassionato/esperto di storia slava. Agli altri, cioè al mondo, che cosa poteva arrivare di tutto quel pistolotto? Non a caso Carlson, americano fino al midollo, a un certo punto ha ammesso di non riuscire a seguire, di non capire più di che cosa e di chi Putin andasse parlando.

Anche per la successiva ora e mezza di intervista, era come se il presidente russo usasse Carlson per parlare ai russi, non al mondo. Ma non si capisce perché Putin dovesse approfittare di quell’occasione per ribadire la linea ufficiale, ovvero ciò che i media e le autorità russe ripetono ogni giorno, uguale uguale, da ormai più di due anni. Purtroppo per lui, i russi non hanno bisogno di essere convinti. In parte ci credono già. E l’altra parte, grande o piccola che sia, dopo la raffica di leggi speciali approvate nell’ultimo periodo ha perso ogni possibilità di discutere o contestare. Era il resto dell’audience globale offerta da X a contare, a quella Putin avrebbe dovuto spiegare le “buone ragioni” della Russia. Ma non l’ha fatto.

E, per essere onesti, non ci ha neanche provato. Qui, forse per la prima volta ma davanti a una platea globale, Putin è sembrato giustificare l’accusa che tanto spesso gli viene mossa, ovvero di essere un nostalgico dell’ursa, di essere sovietico dentro. Noi siamo convinti che la politica putiniana, dalla prima presidenza nel 2000 all’invasione dell’Ucraina nel 2022, poco a nulla abbia a che fare con l’Unione Sovietica. Ma certo il Putin che abbiamo visto con Carlson, che ripete e si ripete, che si affida a una palette di slogan più o meno collaudati senza badare all’interlocutore, che in sostanza fa balenare un messaggio sostenuto più dalla forza (“Gli occidentali non hanno capito che la Russia combatterà do konzà“, dove do konzà vuol dire sia “fino alla fine” sia “fino a quando non avremo ottenuto ciò che vogliamo, fino a quando il lavoro sarà finito”) che dalla politica, somigliava tanto a certi suoi predecessori del tempo che fu, un po’ imbalsamati dalla permanenza al potere. Un’immagine di vecchiaia, anche personale ma soprattutto collettiva, di un Paese immobile sulla propria potenza, non più dinamico come lo fu nel primo decennio putiniano, sempre meno capace di raccontarsi a un mondo che, come dimostra il fallimento delle sanzioni occidentali, è in larga parte ancora aperto alle sue narrazioni. L’Unione Sovietica non riusciva a vivere senza il nemico occidentale e non a caso cominciò a sgretolarsi quando l’Occidente divenne un po’ meno nemico. La Russia ha preso la stessa strada?