Se la sinistra non tornerà alla sua stella polare, e cioè il superamento della disuguaglianze strutturali di reddito, di potere e di conoscenza, annunciare di voler porre in secondo piano la cultura woke si ridurrà a una svolta puramente tattica che la farà perdere ancora una volta. Carlo Galli è netto riguardo l’esternazione della democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez («Il woke 1 è stata una follia») e l’uscita a ruota del leader del M5S, Giuseppe Conte («Il woke non può più essere l’ossatura ideologica» dei progressisti). In mezzo, infatti, c’è stato proprio un articolo, pubblicato il 18 agosto su Repubblica, in cui il docente di Storia delle dottrine politiche all’Alma Mater di Bologna metteva in fila una serie di osservazioni critiche sul carattere non solo insufficiente, ma anche controproducente del wokismo per una sinistra orfana, come spiega in questa intervista, di «pensiero dialettico». Vale a dire di un pensiero che vada alla radice delle contraddizioni sociali, e non si limiti a tentare di amministrare l’esistente.
Professor Galli, innanzitutto può chiarirci cosa si deve intendere con woke?
“L’espressione è da tempo usata dagli avversari nel significato negativo di “sedicenti risvegliati”. Deriva infatti dal verbo awake, destarsi. Chi lo adopera in senso dispregiativo vuole indicare, semplicemente, chiunque non gli vada bene. Un po’ come il termine “comunista” in bocca a Berlusconi, per il quale comunisti erano tutti quelli che non la pensavano come lui. Sotto il profilo politico, l’elemento propulsivo del pensiero woke consiste nel fatto che negli Stati Uniti, società profondamente diversa dalla nostra perché composta di minoranze razziali, il pensiero critico elaborato all’interno delle università delle due coste è uscito dagli spazi circoscritti della cultura alta ed è diventato una sorta di merce di consumo, grazie alla quale sono state proposte, con estrema assertività e violenza verbale, alcune critiche alle strutture simboliche, culturali e concettuali della società”.
Critiche che provengono dai gender studies e dalla teoria intersezionalista, secondo la quale le differenti forme di ingiustizia (economica, di genere, razziale ecc) vanno identificate e appunto intersecate, è corretto?
“Nel woke confluiscono un certo femminismo, la legalrace theory e ogni tentativo di far emergere l’origine politica, e dunque di potere, di ogni aspetto sociale, così che si possa comprendere che il dato apparentemente “di natura” è in realtà una costruzione sociale, artificiale. Considerazione che in sé non ha nulla di sbagliato, dal punto di vista metodologico. Ma che può diventare grottesca, ridicola, inutile e fare il gioco della reazione, come quando alcune persone hanno preteso che ci su rivolgesse a loro non il pronome più ovvio ma con un altro a loro scelta fra cui “they”, loro, come se una persona fosse una moltitudine, e cambiasse personalità a giorni, a ore. Secondo tale concezione, la libertà consiste nel diritto di definirsi come si vuole. Da qui, in Italia, l’uso della lettera schwa, dal sanscrito, come sostituto delle desinenze, o le toilettes non binarie. Si pensi ora alla reazione di quelle femministe che credono nella “essenza” femminile, di fronte alla tesi che essere donna sarebbe un’invenzione e che non c’è differenza fra uomo e donna. La tesi del woke è: tutte le differenze sono uguali, e devono essere decise solo dagli interessati. Ne discende una critica radicale alle strutture sociali politiche culturali e linguistiche, percepite come l’esito di poteri storici che hanno conculcato le minoranze.
Per chi mastica filosofia, qui si sente l’eco del post-strutturalismo, della french theory di Foucault, Deleuze, Derrida.
“L’idea di fondo è decostruire, disgregare, sminuzzare l’esistente e pensare a una società sostanzialmente priva di forma, corrispondente a un brodo gelatinoso in cui nuotano infinite identità, ciascuna gelosissima del proprio particolare, e nessuna in grado di costruire un universale. È un pensiero che vede l’universale come un formalismo che merita di essere demolito in quanto espressione di un potere razzistico, schiavistico, imperialistico, patriarcale. Di qui il fenomeno della cancel culture. C’è una statua a Cristoforo Colombo? Va abbattuta perché Colombo era imperialista, genocida, patriarcale eccetera. Ma accuse del genere si possono rivolgere praticamente a ogni forza o personalità o processo che abbia fatto la Storia, visto che, piaccia o non piaccia, la Storia è stata fatta con criteri che non sono quelli odierni. Fatte le debite proporzioni, in Italia lo abbiamo visto con gli sfregi alla statua di Indro Montanelli. Ragionando così bisognerebbe abbattere anche le statue di Garibaldi, che pare facesse commercio di lavoratori forzati cinesi verso l’America. Né si potrebbe leggere alcun brano di alcun testo del passato, perché a partire dall’Iliade sono tutti intrisi di violenza, maschilismo, sottomissione della donna. Insomma, l’elemento critico viene travolto da quello farsesco, che genera un anti-woke speculare, secondo il quale tutte le culture sono state così, è vero, ma questo va bene. E così sono nate le cosiddette “guerre culturali” negli Stati Uniti. Guerre che ora sta vincendo la destra”.
Cavalcare la cultura dei diritti individuali mettendo in ombra quelli sociali si è rivelato un boomerang, quindi, per la sinistra.
“Il punto vero è che non c’è nessuna differenza sostanziale fra destra anti-woke e pseudo-sinistra woke. Sotto il profilo teorico, sono posizioni che credono che l’origine, lo svolgimento e la finalità della politica sia il singolo individuo col suo potere e i suoi diritti. In altre parole, il pensiero woke non è che una variante di quello individualistico promosso dal neo-liberismo a pensiero unico. Questo non vuol dire che il woke sia centrato sul fattore economico o che sia promotore del libero mercato. Vuol dire che il singolo individuo nascerebbe con diritti autonomi prepolitici, immediati. Ma dire che un soggetto è immediato e non ha nulla che lo preceda è il primo passo, appunto, verso il neo-liberismo, perché il neo-liberismo postula che non ci sia niente che precede la volontà individuale di acquisizione”.
Nel senso che passano in secondo piano le motivazioni profonde delle sofferenze sociali?
“Certamente. La critica mia e di altri sostiene che l’individuo non è l’origine della politica, semmai è un fine, per implementare il quale è necessaria un’immersione dell’oggettività. Sto parlando dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che assegna alla Repubblica il dovere di rimuovere gli ostacoli materiali alla fioritura delle personalità. Ecco, nella cultura woke non c’è traccia della percezione che la questione fondamentale della politica non è la libertà di amare, ma di svolgere attività lavorative che rendano il soggetto politicamente centrale”.
Per esempio?
“Prendiamo il matrimonio fra omosessuali. La critica da destra è: è immorale e distrugge i fondamenti della società. La posizione neoliberista qual è? Ma fate un po’ quel che volete, cosa volete che importi a me, tanto il giorno dopo le nozze posso licenziarvi a mio arbitrio. In un’ottica neo-liberista, perseguitare gli omosessuali in quanto omosessuali è una perdita di tempo, ciò che conta è schiacciare l’individuo in quanto lavoratore. In entrambi i casi la struttura economica non esiste: anche Vannacci è contro il woke, è omofobo, ma non sa pronunciare la parola “capitalismo”.
Il woke complice più o meno involontario del neo-liberismo, che pure dice di voler combattere?
In estrema sintesi, il woke è l’ossessione sul privato inteso come unica componente della dimensione pubblica. E questo è neo-liberismo, il cui assunto fondamentale è che non esiste la società ma solo un brodo primordiale di atomi individuali, tutti uguali fra loro e tutti animati dalla medesima logica calcolante, acquisitiva e utilitaristica. Woke vuol dire trovarsi una nicchia simbolica per la propria tribù, un’enclave, piccola o grande che sia, per vivere la propria differenza senza preoccuparsi della propria disuguaglianza. Dentro la nicchia ci possono stare tanto il supercapitalista quanto il suo operaio, felici di poter dire pubblicamente che hanno una determinata qualità. Attenzione: il woke non va confuso con il pensiero critico che guarda alle altre linee di fratture, oltre quella capitale-lavoro di Marx, e cioè quella uomo/donna e quella razziale, negli Stati Uniti. I nemici del woke mettono tutto dentro il medesimo calderone, ma vanno distinti il pensiero critico che fa un lavoro di scavo genealogico sulle contraddizioni strutturali, e la pretesa di risolverle partendo e terminando con l’individuo, il quale non deve essere disturbato nei suoi diritti.
La sinistra woke obietterebbe di poter lottare su tutti i fronti contemporaneamente.
Le forze della sinistra erano un tempo tutte schierate sulla critica strutturale (il PCI è arrivato al divorzio solo nei primi anni Settanta), ma dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione del mondo sovietico si è arresa, pensando che la critica all’economia politica sia impossibile, dato che ormai il paradigma capitalistico ha vinto, e la sua ragion d’essere è diventata democratizzare, per quanto possibile, le dinamiche del capitalismo, cosa che concretamente si è risolto nell’idea di un Pd come “partito dei diritti”. Prospettiva sbagliata, perché così si è ciechi davanti a un fatto ovvio, e cioè che il capitalismo non ha come priorità i diritti, ma il profitto. Il capitalismo è fatto così. Ma non si può applicare come primaria la logica dei diritti come fossero variabili indipendenti rispetto alle dinamiche del potere economico, sperando di averla vinta. E, infatti, le sinistre non l’hanno avuto vinta per niente: facendo proprie le ragioni e le priorità del capitalismo non hanno trovato il modo di impedire, quando è scoppiata la crisi del 2007-2008, che il soggetto neoliberista fosse esposto a tutta la durezza della crisi e vedesse ridotta la sua sfera di libertà, i suoi spazi democratici e il suo benessere. E questi soggetti hanno abbandonato la sinistra che non li ha difesi e tutelati, e hanno votato populista o senz’altro a destra. Senza peraltro ottenere nulla,se non contentini simbolici e ideologici.
Qui a InsideOver abbiamo dato conto di una critica da sinistra al woke, quella della filosofa Susan Neiman, secondo cui per uscire dall’impasse bisognerebbe tornare al genuino spirito illuminista della modernità, abbandonando quello post-moderno che, in definitiva, sarebbe reazionario. Che ne pensa?
“Non penso che il grande sconfitto sia l’Illuminismo, ma il pensiero dialettico. Anzi, l’Illuminismo, proprio con il suo universalismo, è stato uno dei motori del liberalismo, cioè del pensiero dei diritti. Un pensiero potentissimo perché intrinsecamente polemico, armato, rivoluzionario, perché serve a spazzare via ciò che è arbitrario e autoritario, ma che i diritti li dà per scontati, e non si occupa delle condizioni e dell’origine del soggetto, e non acconsentirà mai a concepirsi come un pensiero storico, situato, rispondente a determinati interessi. Storico, per un illuminista, rimanda al fatto che i diritti sono l’esito finale e trionfale del progresso umano. Oltre il quale non c’è di meglio. È l’illuminismo che ha in sé, nel proprio individualismo, il germe della propria scomparsa e del proprio superamento nell’utilitarismo. Oggi, naturalmente , l’illuminismo non è più presente sulla scena politica e intellettuale, travolto dall’utilitarismo mercatista e dalla critica woke, ma la vera vittima del neoliberismo e della sua crisi è stata il pensiero dialettico, che argomenta pe4 genealogie e contraddizioni, non negando i diritti ma ponendo in evidenza che sono sempre parziali, fondandosi su un punto cieco che è il soggetto proprietario. L’ideale del razionalismo moderno, e dell’Illuminismo, è sì accettabile, per il pensiero dialettico, ma è argomentato in modo inaccettabile, che ignora la propria storicità. Il pensiero dialettico, invece, è capace di leggere le contraddizioni che stanno nei concetti, che li generano e che li muovono. Hegel, insomma. E poi Marx, secondo il quale il capitalismo finisce quando una parte della società (il proletariato) capisce la propria centralità, e solo quando questa parte sarà realmente centrale l’intera società sarà libera. Ma questo è l’esito di un processo fatto di contraddizioni da superare una volta conosciute, non è un’affermazione puramente immediata. Politicamente, è la differenza fra un partito comunista e un partito borghese progressista. Possono collaborare? Sì. Hanno nemici in comune? Sì. Sono la stessa cosa? No, perché hanno differenze interne profonde”.
Con una battuta: più Hegel e Marx e meno Foucault e Judith Butler?
“Per la verità, dietro il woke si avverte l’ombra di Nietzsche, del pensiero-dinamite del genio che aveva colto le contraddizioni del razionalismo e della dialettica. Ma come per la fisica nucleare, bisogna poi vedere che uso ne fai. Diciamo che la decostruzione nietzschiana, da cui poi discende anche quella di Foucault, ha in sé un problema: quando al mondo liberale e capitalistico è venuto meno l’avversario dialettico, comunista, si è adagiato sull’autocritica. Ma un’autocritica non dialettica, bensì puramente negativa, per cui il soggetto non è più il prodotto della Storia, ma il prodotto del potere. Tutto è potere, e quindi tutto è possibile e non esiste un luogo originario che possa essere interpretato come punto critico di trasformazione radicale. Il potere si patisce o al potere si resiste. L’idea della liberazione non c’è più. Il pensiero negativo non vede alcuna possibilità di uscire dal mare infinito del potere, dentro il quale possono esserci solo forme o di subordinazione o di resistenza”.
Ma come mai allora il woke ha avuto successo?
“È una sorta di nietzscianesimo popolare, che anziché rimanere chiuso all’interno delle università, e semmai essere mediato da partiti politici responsabili, si è diffuso in forma iper-semplificata, in versione dislogans, senza mediazione, perché negli Usa non esistono veri partiti, in una società, quella americana, piena di contraddizioni e piena di malessere che vive la lotta politica come scontro fra indiani e cowboy. Il pensiero negativo che da sofisticata interpretazione della civiltà occidentale si è ridotto a slogan è potentissimo per l’uso verbalmente violento che se ne può fare, ma è incapace di modificare i rapporti di potere nella società. Ora, pare che una parte del Partito Democratico americano abbia capito che gli elettori sono scontenti di una politica che punta molto su rivendicazioni individuali e simboliche, anziché su rivendicazioni materiali e strutturali. Il Partito Democratico è un’entità frastagliatissima, ed è rimasto scottato dal fatto che il woke genera un anti-woke più forte e più numeroso. I bisogni materiali, invece, restano, e sono sempre meno risolvibili. L’individuo, da solo, non ne viene a capo, e sto parlando di sanità, pensioni eccetera. Beni che sono diventati discrezionali, cioè che devi pagarti da solo”.
Lei pensa che la svolta no woke, nella sinistra americana e italiana, sarà effettiva o apparente, cosmetica, dato che negli anni il woke si è sedimentato, è diventato sensibilità comune a sinistra?
“Se è così, perderanno ancora le elezioni. La Schlein nasce woke, fuori dal perimetro della cultura socialista. Conte ha colto la palla al balzo per fare i conti con la Schlein. Avs nega che in Italia ci sia mai stata una cultura woke, sostenendo di non aver mai dimenticato i diritti sociali, visto che si chiede il salario minimo. Un po’ pochino. Pensare di intervenire sulle contraddizioni del sistema economico con il salario minimo è un’idea debole. Si può fare di più, puntando a far emergere la sostanziale e continuativa subalternità del lavoro rispetto al capitale. Si potrebbe far notare che neanche un decimo dell’energia messa nell’elaborare il ddl Zan è stata messa per far saltare le parti del Jobs Act più anti-operaie. E il Jobs Act non l’ha fatto la destra. Insomma, secondo me c’è ancora molta strada da fare per liberarsi dall’idea che la politica sia un insieme di slogan azzeccati, candidati fotogenici, qualche ammiccamento ora ai diritti soggettivi ora ai diritti sociali, senza mai un’analisi radicale. Conte è più sveglio, quindi si è buttato su un tema in chiave anti-Schlein, e naturalmente Meloni e la destra stanno a guardare e fanno passare l’idea che la sinistra prima era woke, e ora si è candidamente pentita. Ma mai che da sinistra si faccia notare agli anti-woke che hanno la stessa cecità dei woke sulle contraddizioni strutturali della società, aggiungendo magari che a destra, nel 2022, sono partiti da rivoluzionari, e poi hanno implementato di fatto l’agenda Draghi. Ma questo a sinistra non possono dirlo, perché è l’agenda Draghi è il sogno neanche troppo segreto anche della sinistra”.