Nella giornata del 7 marzo due vicende nel dibattito politico nostrano hanno messo in scena la prospettiva problematica su cui l’approccio italiano alle questioni internazionali si è indirizzata. Due istantanee. La prima da Piazza Santi Apostoli, a Roma. Nel pomeriggio, il Ministro della Famiglia e della Natalità Eugenia Roccella (esponente di Fratelli d’Italia) è intervenuta a una manifestazione volta a ricordare, alla vigilia della Festa della Donna e a cinque mesi dai massacri di Hamas in Israele, i terribili fatti del 7 ottobre 2023 e le donne morte durante l’incursione.
Il 7 ottobre femminicidio di massa?
Roccella ha dichiarato: ““L’8 marzo è la Giornata Internazionale della Donna e nasce da una data luttuosa, un grave incendio avvenuto tanti anni fa. Il 7 ottobre lo è altrettanto, perché c’è stato il primo femminicidio di massa. Proverò a farla diventare la data contro il femminicidio”. Tesi sostenuta dall’esponente di Italia Viva ed ex Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi, intervenuta al medesimo convegno: “Massacrare quei corpi è stato un modo per cercare di umiliare Israele attraverso le donne di Israele, per la loro forza, la loro indipendenza, il loro coraggio. Chiediamo che quei fatti non siano solo singoli reati da accertare ma riconosciuti come un femminicidio di massa”, ha dichiarato la politica toscana.
Andreottianamente, chiaramente, potremmo dire che la situazione è un po’ più complessa. Nessuno mette in dubbio le brutali, efferate e inaccettabili azioni di Hamas e se il quadro che si delinea è quello ricostruito da molti ricercatori, che parlano di stupri di guerra e violenze oltre che di sequestri di persona, la natura criminale e terroristica degli attacchi del 7 ottobre è indubbia. Ma la questione terminologica è fondamentale. Nella guerra Hamas-Israele le donne sono vittime da cinque mesi. E più estensivamente, possiamo dirlo, lo sono i civili. I civili massacrati nel rave party del deserto e nei kibbutz il 7 ottobre in Israele. Le donne, i bambini e le fragili vittime dei duri raid israeliani nei successivi cinque mesi a Gaza e nel resto della Striscia.
I precedenti storici che Roccella e Boschi dimenticano
La dinamica è diversa da quella che altri contesti hanno visto, purtroppo, andare in scena in passato. In molte guerre tribali africane gli studi di storici e analisti hanno dato conto di un esplicito uso dello stupro e della violenza sulle donne come arma di guerra. InsideOver lo raccontò con uno struggente reportage in Congo. L’Agenzia Fides, ad esempio, ha raccontato con dovizia di cronaca i complessi fatti di Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. E tornando indietro, si può andare al caso forse più celebre: il saccheggio di Nanchino perpetrato dai giapponesi nell’ex capitale cinese tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, lungo un mese di terrore e odio etnico scaricati a terra sulla popolazione civile in cui dai 300 ai 500mila civili furono massacrati e gli omicidi volontari di donne e bambini e gli stupri si contarono a decine di migliaia. Il 7 ottobre ha comprensibilmente toccato nel profondo la coscienza di molti, ma l’umana e approfondita cultura occidentale di cui il nostro sistema si fa – non a torto – vanto come esempio di civile capacità di confronto deve evitare di assolutizzare una dialettica “bianco contro nero” che è la stessa con cui si alimentano le guerre e, oggigiorno, la durissima reazione israeliana in cui il numero di donne, bambini e civili morti copre circa i due terzi dei 30mila civili uccisi.
La7 e la pressione su Conte: Biden o Trump?
Una lettura dicotomica, quella di Boschi e Roccella, che sembra dovuta all’urgenza di mostrare solidarietà a Israele in una forma ritenuta politicamente accettabile dopo che la posizione dello Stato ebraico si è fatta, passo dopo passo, sempre più complessa per l’escalation di morti a Gaza. Ma sempre dalla giornata del 7 marzo viene un secondo caso di palese semplificazione. Ci si sposta di pochi chilometri, a Roma, a Via Novaro, sede degli studi di riproduzione La7. In serata va in scena Otto e Mezzo, il programma di approfondimento di Lilli Gruber. Ospiti in sala: l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini.
Gruber e Giannini incalzano, nel corso della trasmissione, il leader del Movimento Cinque Stelle chiedendogli una domanda secca: come si schiera Conte assieme al suo partito in vista del rematch americano delle presidenziali: Donald Trump o Joe Biden?
Conte prova a rispondere con una visione che, piaccia o meno, è articolata e strutturata: si dichiara, da leader progressista, favorevole all’agenda sociale di Biden ma ritiene più consona la visione di politica estera di Trump, perlomeno sul fronte ucraino (su Israele, ad esempio, i leader che hanno convissuto al potere dal 2018 all’inizio del 2021 hanno visioni agli antipodi). Non abbastanza per Gruber che chiede una risposta netta. Aspettandosi, esplicitamente, un chiaro esito: Conte, da alleato del Partito Democratico italiano, dovrebbe rispondere Biden.
Bianco o nero, come se le credenziali politiche di una formazione si consolidassero nel tifo per un candidato o l’altro in un’elezione straniera.
La necessità della complessità
Conte in quest’ottica ha provato ad articolare una visione. A costruire una prospettiva politica. Onori e oneri del governo forse lo hanno temprato sul tema. Non è Giuseppe Conte, e nemmeno Lilli Gruber, che deve scegliere il presidente americano, ma devono sceglierlo i cittadini della superpotenza a stelle e strisce. L’affondo di Gruber e le punture di spillo di Giannini inaugurano quella che sarà la lunga marcia che ci accompagnerà da qua a novembre: conduttori, politici e commentatori che faranno a gara a mettere il cappello sull’uno o l’altro candidato in un sostanziale rifiuto della complessità.
Cosa insegnano i due episodi del 7 marzo? Un dato di fatto molto semplice: che è ora di finire di vedere la politica internazionale col prisma esclusivo di casa nostra. Quello stesso prisma che ha portato nel 2017 e 2022 la sinistra a cavalcare, ad esempio, la corsa presidenziale di Emmanuel Macron come se la vittoria di un centrista con venature nazionaliste e ambizioni egemoniche per l’Europa contro Marine Le Pen rappresentasse un’emancipazione per l’europeismo, il progressismo, la lotta ai sovranisti. O quello che ha giustificato innamoramenti politici per soggetti agli antipodi dal modello italiano sociale, economico e culturale nelle varie destre italiane: si pensi all’afflato di Matteo Salvini per Viktor Orban e lo stesso Donald Trump, all’abbraccio problematico tra Fratelli d’Italia e i post-franchisti spagnoli di Vox e all’appoggio dato dalla destra liberale (Il Foglio e centrali politiche affini) per il presidente argentino Javier Milei.
La realtà è che il mondo è complesso, complicato e da leggere in chiave non manichea. I due episodi tutti romani di giovedì devono essere da lezione come modello di una dialettica tutta concentrata sull’introversione in cui i grandi fatti di politica estera sono traslati in un dibattito semplificatorio e che non aiuta all’approfondimento di posizioni articolate. Quelle che servirebbero per navigare nel caos della globalizzazione in frantumi. E che dovrebbero partire dal ricordo delle lezioni della storia, da conoscere e ricordare, e dall’accettazione che per capire il mondo bisogna iniziare dal mettersi nei panni altrui. Piuttosto che cercare di dare al resto del pianeta le bandiere di casa nostra.

