Era febbraio quando la FAO lanciava l’allarme di una carestia imminente nella Striscia di Gaza. Da lì poi, nonostante i ripetuti appelli dell’Organizzazione per l’alimentazione delle Nazioni Unite, sono passati tre mesi, nel silenzio assordante di una crisi umanitaria fin troppo ignorata. E dunque, la carestia, in quel lembo di terra martoriato, è arrivata. Era prevedibile? Senza ombra di dubbio sì, come hanno sostenuto da sempre l’Onu e, per lo appunto, la FAO. Si poteva fare qualcosa per arginare questa crisi umanitaria senza precedenti? Purtroppo, sembrerebbe di sì, come spiegano Richard Hall, Bel Trew e Andrew Feinberg, in un dettagliato articolo sul The Independent.
Nell’inchiesta portata avanti dai tre giornalisti, vengono svelati i passi falsi, le opportunità mancate e, soprattutto, le scelte politiche dell’amministrazione Biden, che hanno permesso che si diffondesse la carestia nel nord di Gaza.
“Biden ha fatto molto di più che armare Israele”
Quello che emerge dai documenti trapelati, dalle testimonianze di ex funzionari americani, e dalle voci provenienti da Gaza, è che “Joe Biden ha fatto molto di più che armare Israele”. Difatti, al di là dei miliardi di dollari che Washington ha destinato a Netanyahu in aiuti militari, ci sarebbe persino dell’altro.
“Dei documenti interni dell’USAID [Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale] rivelano che l’amministrazione [USA] ha respinto o ignorato le richieste di usare la sua influenza per persuadere il suo alleato Israele perché consentisse l’ingresso a Gaza di aiuti umanitari sufficienti per fermare la carestia”. E tutto questo, per Josh Paul, ex funzionario del Dipartimento di Stato, alla luce della catastrofe in atto nella Striscia, è da inquadrare come “una complicità diretta degli Stati Uniti”.
L’agenzia governativa succitata, dall’inizio della guerra, avrebbe lanciato ben 19 avvertimenti sulla grave crisi umanitaria palestinese. Tuttavia, a quanto pare, sarebbero tutti caduti nel dimenticatoio, “rivelando, di fatto, una chiara scelta politica”. Un attuale dipendente dell’USAID – che preferisce rimanere anonimo per ovvie ragioni – ha rincarato la dose, affermando che “gli Stati Uniti sono stati complici nel creare le condizioni per la carestia a Gaza. Non solo la nostra risposta è stata deplorevolmente inadeguata, ma ne siamo in gran parte attivamente responsabili”.
I primi a cadere sono i bambini
Delle 35mila vittime palestinesi, si stima che la metà siano bambini. Poi, oltre ai morti, ci sono anche i vivi, molti dei quali sono ormai sfiancati dalla fame. Già, perché in mancanza di cibo, i primi a cadere sono proprio i bambini. Arvind Das, caposquadra a Gaza per l’International Rescue Committee, ha dichiarato: “Ora è normale vedere bambini e donne magri come un foglio, letteralmente senza carne”.
Famiglie intere che sopravvivono con un pasto al giorno, palestinesi che “ricorrono al mangime per animali” in mancanza d’altro. Ragazzi di dodici anni che pesano quanto bimbi di cinque. E, ancora, madri che non riescono ad allattare i propri figli “perché non hanno abbastanza cibo per nutrirsi”. E difatti, Das, che pure ha lavorato in Sudan e in Siria, al The Indipendent ha detto di non aver mai visto “una situazione di grave malnutrizione simile a quella di Gaza”.
Aiuti umanitari: troppo pochi per la carestia a Gaza
Se la Striscia è stretta nella morsa della fame, significa che gli aiuti umanitari che arrivano dall’esterno non sono sufficienti.
Per comprendere a fondo l’inadeguatezza degli aiuti umanitari, occorre fare un passo indietro, fino ad arrivare al 7 ottobre. Prima di allora, infatti, “circa due terzi della popolazione di Gaza dipendeva dagli aiuti alimentari e ogni giorno entravano nel territorio più di 500 camion”. Dopo lo scoppio della guerra, e con la conseguente invasione dell’esercito israeliano nella Striscia, “il numero medio di camion in entrata è sceso a 90 al giorno”. Va da sé che, in un momento ancor più delicato, dove tutto è ridotto in macerie, sarebbe servito un incremento di aiuti umanitari, non di certo una drastica riduzione.
La situazione, se possibile, si è aggravata a partire dal 7 maggio, data in cui le forze israeliane “hanno occupato il valico di Rafah, bloccando il trasferimento degli aiuti attraverso l’importante frontiera”. Come se non bastasse, per qualche giorno è stato chiuso un altro valico cruciale, quello di Kerem Shalom, a seguito di un attacco rivendicato da Hamas, e in cui sono morti quattro soldati dell’IDF.
Attualmente, Israele afferma che il valico in questione è stato riaperto, tuttavia “i funzionari delle Nazioni Unite sostengono che, ad oggi, è troppo pericoloso per gli operatori umanitari accedervi in modo adeguato”.
In aggiunta alla chiusura temporanea dei valichi, c’è stato poi l’ingresso dell’esercito a Rafah, e la catastrofica “evacuazione” forzata di ottocentomila persone in direzione Khan Yunis – ridotta in macerie.
Questa mossa ha suscitato – finalmente – una risposta di Joe Biden, che per la prima volta, lo scorso 9 maggio, ha minacciato la sospensione degli aiuti militari a Netanyahu “se le sue forze di difesa fossero entrate nella città vera e propria”.
Un ammonimento risuonato più come un flatus vocis. Fame e morte continuano a dilagare a Gaza.