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Politica

“Cara Italia, alleiamoci”: l’appello-meme dell’Iran

La finta lettera aperta sembra far parte di un'accorta strategia di comunicazione che ha vinto la guerra "memetica".
iran

Altro che Open to Meraviglia e le campagne per il turismo che tanto esaltavano Daniela Santanché (pace – politica s’intende – all’anima sua). La più originale idea per promuovere  il marchio dell’Italia nel mondo, e per giunta a costo zero, l’ha escogitata l’Iran. O per essere più precisi, l’anonimo estensore dell’account X dell’ambasciata iraniana in Ghana. Martedì 14 aprile, il presidente della Repubblica Islamica Masoud Pezeshkian si era complimentato, oltre che con Spagna, Cina, Russia, Turchia ed Egitto, anche con l’Italia, Paese di «forti radici culturali e storiche», per aver preso le distanze dai «crimini del regime sionista». Il giorno successivo, dal social di Elon Musk il rappresentante diplomatico nello Stato africano ha pubblicato un appello. Destinatario unico: l’Italia.


«Cara Italia», si legge nel tweet, «il tuo Primo Ministro ha appena difeso il Papa e ha perso un alleato a Washington. Vorremmo candidarci per il posto vacante». A seguire, il “curriculum” vantato dalla fu Persia: 7 mila anni di civiltà, un comune amore per la letteratura, con parallelismi che vanno dai poeti Hafez e Omar Khayyam ai nostri Dante e Petrarca, il vanto per le bellezze architettoniche, creando un immaginario ponte fra Persepoli e il Colosseo, e infine, immancabile, il «cibo», che «richiede più tempo per essere preparato rispetto alla durata d’attenzione di Trump». Sarcasmo a piene mani, sublimato in ironia nell’affondo finale: «L’unica cosa per cui Iran e Italia si sono mai battuti è chi ha inventato il gelato. Il faloodeh è arrivato per primo. Il gelato è arrivato più rumorosamente. Siamo in guerra fredda su questo da 2.000 anni». Il post diventa virale in poche ore, suscitando commenti sardonici a cui l’ambasciata replica con altrettanto umorismo. Come quando un utente domanda se per caso gli iraniani, a differenza degli italiani, tagliano gli spaghetti, e il social media manager ribatte così: «L’Iran nega categoricamente tutte le accuse di taglio della pasta. Rispettiamo l’integrità territoriale degli spaghetti».

Ilarità fuori luogo mentre il popolo iraniano piange i suoi caduti? A parte il sense of humour oggettivamente ben riuscito, la finta lettera aperta sembra far parte di una strategia di comunicazione vera e propria. Nell’ultimo mese, dall’Iran sono circolati dei meme che utilizzano personaggi disegnati dall’intelligenza artificiale con mattoncini Lego. Gli autori fanno parte di un collettivo, denominato Explosive News, nome presumibilmente fantoccio a indicare un team legato al governo, benché quest’ultimo neghi. Video anch’essi, in tutta obiettività, costruiti bene, e tutti ironici. In uno, ad esempio, un iraniano fa alla griglia quattro aerei americani come fossero spiedini, o in un altro, un ufficiale dell’esercito di Teheran si esibisce in un rap, mentre il presidente statunitense Donald Trump finisce dentro un bersaglio fatto di Epstein files. Gli audio si trovano anche su Spotify. Il 14 aprile Youtube (Alphabet, gruppo Google) li ha cancellati con l’accusa di essere dei “contenuti violenti”, subito dopo che il presunto collettivo, all’indomani della tregua, ne aveva pubblicato un altro dal titolo “L’Iran ha vinto”.

Perché scegliere l’Italia

Nel frattempo, però, Nancy Snow, una delle massime studiose di propaganda studies degli Stati Uniti, ne ha tratto una lezione da non sottovalutare: «Quella a cui stiamo assistendo non è solo una guerra militare, ma anche una guerra estetica. Chi controlla i meme controlla lo stato d’animo». Sono finiti i tempi in cui noi occidentali, sul versante mediatico, eravamo abituati a vedere il Medio Oriente come una landa di barbuti col turbante e il kalashnikov che parlano da una caverna citando il Corano (mentre negli Usa, in ogni caso, c’è un ministro, Pete Hegseth, che predica la guerra santa evocando Ezechiele 25:7, non rendendosi conto di aver citato Pulp Fiction…). Un esperto italiano di marketing, Marco Lutzu, ha commentato così: «Per ottant’anni gli Stati Uniti hanno inventato e dominato il linguaggio della comunicazione pop globale. Lo hanno usato per vincere la Guerra Fredda, per esportare il sogno americano, per convincere il pianeta che il loro stile di vita fosse il modello universale. Nel 2026 il Paese che per decenni hanno dipinto come arretrato, teocratico, premoderno… gli sta rubando gli strumenti e li sta usando meglio di loro. In questo momento, l’Iran controlla i meme. Gli Stati Uniti stanno diventando il meme».

Scontato dire che, in questo conflitto per l’egemonia memetica, il nostro Paese funge da mero pretesto. È significativo, però, che le menti propagandistiche degli ayatollah abbiano scelto proprio l’Italia, che ora come ora è l’unica nazione del blocco occidentale verso cui l’Iran, sia pur da una postazione periferica, ha fatto pubblica dichiarazione di trasporto. Si tratta di un modo tutto particolare, e certamente finalizzato a mettere in imbarazzo il governo Meloni, per rimarcare un’affinità, bisogna dire, non infondata. Nonostante l’islamizzazione politica imposta dal khomeinismo, l’Iran è erede di un impero, quello persiano, così come l’Italia è, almeno geograficamente e culturalmente, pronipote dell’antica Roma. E per venire all’oggi, italiani e iraniani hanno in comune un vivo gusto per la convivialità, attribuendo al buon cibo un valore identitario. La trovata, dunque, segue una logica con un suo senso, concepita meticolosamente. E di gran lunga più contemporanea e brillante dei botticellismi farlocchi, stile Venere influencer, partoriti dai communication strategist nostrani. Fatto salvo, ça va sans dire, che il pur buonissimo dessert iraniano non potrà mai battere il glorioso gelato all’italiana.

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