Dopo gli scontri dei giorni scorsi, a Tripoli è di nuovo tensione. Questa volta però la capitale libica non è scossa dagli ennesimi confronti tra due o più diverse fazioni che si contendono il territorio. Al contrario, barricate e disordini hanno fatto la loro comparsa per le strade dopo la diffusione della notizia relativa a un incontro tra il ministro degli Esteri libico, Najla Mangoush, e l’omologo israeliano Eli Cohen. Un vertice quest’ultimo tenuto a Roma lo scorso 23 agosto e che, almeno nelle intenzioni iniziali, doveva rimanere segreto. Diversi gruppi di manifestanti hanno così iniziato ad assaltare sia le zone governative, così come l’abitazione privata della stessa Mangoush. Le violenze sono andate avanti anche a Misurata, dove le forze di sicurezza locali sono riuscite a sventare soltanto all’ultimo un assalto contro l’abitazione del premier Abdul Hamid Ddeibah.

L’incontro della discordia

I dettagli sono trapelati nei giorni scorsi in primis sui media israeliani. Si è trattato di indiscrezioni ufficiose che, con il passare delle ore, sul finire della scorsa settimana hanno trovato diverse conferme. In particolare, Majla Mangoush il 23 agosto sarebbe atterrata a Roma per alcuni incontri informali e non ufficiali. In pochi sapevano della sua presenza nella nostra capitale. Qui però non ha visto soltanto le autorità italiane. Nella sua agenda c’era anche un vertice con Eli Cohen, il responsabile della diplomazia israeliana nell’esecutivo guidato da Benjamin Netanayahu.

Un incontro del genere non poteva certo avere un rango di ufficialità. Tra Libia e Israele non ci sono mai stati normali rapporti diplomatici. Soltanto Egitto e Marocco, nel contesto nordafricano, intrattengono relazioni con lo Stato ebraico. Il rais Muammar Gheddafi, quando era a capo della jammahiriya libica, è sempre stato uno dei leader arabi più contrari alle normalizzazioni dei rapporti con Israele e uno dei più importanti sostenitori della causa palestinese. Per questo il vertice era destinato a rimanere segreto. Tuttavia l’incontro romano è stato poi reso pubblico. Forse un’incomprensione mediatica o forse un atto diplomatico studiato a tavolino. Ad ogni modo, anche in Libia la notizia di un bilaterale tra i due ministri degli Esteri si è iniziata rapidamente a diffondere. Creando, nel giro di poco tempo, un vero e proprio terremoto politico e importanti disordini in gran parte della Tripolitania.

Cosa c’è in ballo tra Libia e Israele

Al momento non è ancora chiaro in che modo sia uscita la notizia. E non ci sono nemmeno importanti dettagli sui contenuti dell’incontro tra Mangoush e Cohen. Appare probabile un lavoro di mediazione portato avanti sia dall’Italia che dalla Turchia, ossia i due principali alleati del governo di Tripoli. La scelta di Roma quale sede dell’incontro non è quindi casuale e non ha riguardato unicamente aspetti logistici.

Sembra possibile anche un input arrivato dagli Usa. La Casa Bianca, già dall’era Trump, è impegnata nel mediare tra alcuni governi arabi e lo Stato ebraico. Circostanza che nel 2020 ha portato alla firma degli accordi di Abramo, con cui Emirati e Bahrein hanno normalizzato i rapporti con Israele. All’elenco si è poi aggiunto anche il Marocco. Lecito quindi pensare che suggerimenti in tal senso siano arrivati a Tripoli.

Del resto in Libia sono diverse le questioni aperte. Dal petrolio al gas, passando poi per i dossier relativi a sicurezza e lotta al terrorismo, sono molti i fronti che interessano il governo israeliano. I tentativi di avvicinamento però sono saltati fuori. E ora a Tripoli si teme nuovamente il caos. Diversi gruppi di manifestanti non hanno digerito il vertice tra i due ministri. In difficoltà lo stesso premier Ddeibah, il quale per il momento si è limitato a una sospensione di Mangoush e alla promessa dell’apertura di un’inchiesta.

Mangoush rifugiata in Turchia

La diretta interessata, ossia la titolare del ministero degli Esteri libico, non ha potuto fare rientro nel suo ufficio. E nemmeno nella sua città. Mangoush attualmente si troverebbe a Istanbul, tutelata dalle autorità turche. L’assalto alla sua abitazione privata vale come un campanello d’allarme fin troppo evidente per l’incolumità del ministro. Anche la scelta di andare in Turchia potrebbe non essere casuale. Dopo l’esplosione delle violenze in Libia, per la titolare della diplomazia di Tripoli dirigersi ad Ankara ha rappresentato forse la scelta più ovvia. Nell’attesa di capire quale sarà la situazione nei prossimi giorni.

Cosa potrebbe accadere adesso

Come detto, Ddeibah ha in qualche modo preso le distanze da Najla Mangoush. La sospensione del ministro e l’apertura dell’inchiesta, suggeriscono un tentativo da parte del premier di far passare il vertice come un’iniziativa estranea al suo governo. A Tripoli però nessuno crede a una totale distanza tra Ddeibah e l’incontro di Roma. La posizione dell’attuale capo dell’esecutivo libico è quindi sempre più precaria. Le notizie sul vertice segreto fanno seguito alle pressioni, giunte da Usa e Onu, a favore della creazione di un nuovo governo di unità nazionale capace di traghettare la Libia al voto.

I disordini di queste ore potrebbero dare un’importante spallata alle velleità di Ddeibah di rimanere al potere. Nel frattempo, le forze di sicurezza locali temono altri scontri. L’ira per l’incontro ai massimi vertici tenuto con rappresentanti israeliani potrebbe sfociare in ulteriori gravi episodi di guerriglia urbana. Con tutte le conseguenze del caso.