Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

È dal 2003 che l’Iraq non conosce pace. La stabilità conseguita nel dopo-Stato Islamico grazie all’entrata nel paese delle forze armate e paramilitari iraniane sembrava destinata a durare nel tempo, ma i sogni egemonici di Teheran e di pace di Baghdad si sono presto scontrati con la realtà.

Da poco più di un anno il paese è ricaduto nel vortice dell’anarchia a causa di proteste diffusesi a macchia d’olio, il cui grado di violenza è aumentato sensibilmente a partire da giugno. Le manifestazioni, inizialmente, erano guidate da istanze anti-corruzione e anti-carovita, ma hanno poi assunto caratteri antigovernativi e anti-iraniani, palesandosi come un tentativo di rivoluzione colorata per indebolire il neonato corridoio regionale dell’asse della resistenza Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.

Ma l’Iran non è l’unica potenza ad avere interessi nel paese ed essere colpita dall’arresto civile, perché anche la Russia ha investito numerose risorse, economiche ed umane, nel suo risollevamento e considera una priorità la permanenza dello status quo creatosi nel dopo-Stato Islamico. Colpendo Baghdad, si stanno attaccando simultaneamente Teheran e Mosca.

Gli interessi della Russia

L’intensificazione delle proteste e la diffusione di attentati terroristici hanno spinto Mosca ad adottare una serie di precauzioni: dapprima sono stati invitati i cittadini a non viaggiare nel paese, e più recentemente Rosneft ha sospeso i lavori in corso in un pozzo petrolifero nel Curdistan. Il gigante energetico russo è presente nel Curdistano iraqeno dal 2017, anno della conclusione di un accordo per lo sviluppo di cinque blocchi con una capacità di 670 milioni barili di greggio.

Il motivo ufficiale della sospensione dei lavori è la volontà di proteggere i lavoratori da eventuali conseguenze inaspettate dell’operazione Primavera di Pace lanciata da Ankara, poiché i blocchi si trovano nel settentrione del paese, al confine con la Siria, ma la realtà potrebbe essere più complessa.

Le proteste sono sempre più capillari ed organizzate, e, mentre aumentano gli attacchi contro obiettivi iraniani, sullo sfondo dei periodici raid aerei condotti dall’aviazione israeliana contro le postazioni militari filo-iraniane, si registra anche un incremento degli attacchi contro siti statunitensi – come probabile rappresaglia di Teheran al caos dilagante nel paese.

Ciò che si sta delineando è uno scenario da guerra civile, di nuovo, e mantenere una presenza nel paese comporterebbe più rischi che vantaggi, a maggior ragione se quella presenza è radicata in luoghi di alta rilevanza strategica come siti di estrazione petrolifera. Inoltre, il Cremlino è a conoscenza del fatto che lo Stato Islamico sta tentando di riorganizzarsi dopo l’azzeramento territoriale e la morte del califfo, e non è un’eventualità remota che possa scegliere come luogo della risurrezione proprio il Curdistan iraqeno.

Sospensione dei lavori, ad ogni modo, non equivale ad un’automatica ritirata dal settore energetico iraqeno. Fino ad oggi la Russia ha investito oltre 10 miliardi di dollari in progetti per lo sfruttamento delle risorse idrocarbure contenute nel sottosuolo e, oltre a Rosneft, sono presenti anche Lukoil, Gazprom Neft and SoyuzNefteGaz. Alla luce di questi numeri, è molto probabile che il Cremlino stia temporeggiando per capire come potrebbe evolvere la situazione e quale strategia adottare per proteggere meglio i propri interessi.

Energia a parte, i due paesi stanno sviluppando relazioni molto strette anche in altri settori strategici, come tecnologia, agroindustria, e difesa, e il merito è soprattutto della Commissione Intergovernativa Russo-Iraqena. Durante l’ultimo incontro della Commissione, ad aprile scorso, i due paesi hanno siglato 16 accordi di cooperazione e memorandum d’intesa, il cui raggio d’azione spazia dai trasporti alle telecomunicazioni.

La paralisi creata dalle proteste non ha solo causato la sospensione parziale dell’impegno russo nel settore petrolifero, ma ha anche spinto il governo iraqeno a mettere in stallo i negoziati per l’acquisto del sistema S400. Il paese aveva mostrato un crescente interesse nell’arma, galvanizzato dalle decisioni di Turchia e India di dotarsene e dai recenti raid israeliani, salvo poi congelare le discussioni per dedicare l’attenzione al bisogno urgente di ripristinare l’ordine nel paese onde evitare il rovesciamento.

L’importanza dell’Iraq

Esercitare influenza sul paese è vitale per qualunque potenza guidata da disegni egemonici nella regione del Grande Medio Oriente. L’Iraq, infatti, è perfettamente collocato fra il Vicino oriente, il Caucaso meridionale e la penisola arabica, un crocevia attraverso il quale è possibile avere accesso ad una serie di teatri estremamente importanti.

L’Iraq instabile ha portato alla trasformazione del Medio oriente nella centrale internazionale dello jihadismo, perciò un Iraq pacificato avrebbe ripercussioni positive sull’intero vicinato, fungendo da contrappeso decisivo per fermare l’espansionismo turco e saudita. Questa considerazione ha giocato un ruolo di prima importanza nel convincere l’Iran a intervenire militarmente e la Russia a tentare la strada della diplomazia delle armi e dell’energia.

Mosca e Teheran hanno stravolto uno status quo più che quarantennale, creando una divisione del potere deleteria per gli interessi dell’asse Stati Uniti-Israele-Arabia Saudita, perciò l’Iraq è nuovamente caduto preda di un’anarchia produttiva: è l’unico modo per evitare il consolidamento del nuovo ordine mediorientale co-guidato da russi e iraniani.