A Tripoli gli scontri proseguono senza sosta, la capitale libica sta entrando oramai nella seconda settimana di battaglia per il controllo delle sue arterie principali. Si sono letti in questi giorni nomi di milizie, gruppi, personaggi, signori della guerra, un calderone di fatti e misfatti che rendono l’idea della confusione di queste ore a Tripoli ed in Libia. “È una lotta interna tra milizie di Tripoli – spiega Alessandro Scipione, giornalista di AgenziaNova in questi giorni impegnato a cercare il più possibile di indagare a fondo sugli scontri – Negli ultimi due anni le milizie tripoline hanno formato una sorta di “cartello” composto dalle Forze Rada, dalla Brigata dei rivoluzionali di Tripoli, dalla Brigata al Nawasi e dalla Brigata Abu Salim. Si tratta essenzialmente di milizie di ispirazione islamista”. Adesso questo cartello è di fatto messo in discussione da altre sigle ed altri gruppi che vogliono spartirsi la torta di una capitale senza più uno Stato.

“Il conflitto a cui assistiamo oggi vede confrontarsi la Settima brigata di Tahruna, città pro-Gheddafi che si trova 80 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e le milizie tripoline – conferma infatti Scipione – L’impressione è che si sita cercando di tagliare le unghie agli islamisti che da anni hanno dettato Tripoli a legge”.

C’è davvero lo zampino di Haftar? 

I sospetti sul caos creatosi a fine agosto nella capitale libica, sono caduti subito ovviamente sul generale Haftar. Leader in Cirenaica, dove con il suo esercito controlla gran parte della regione da cui ha espulso diversi gruppi islamisti, Haftar da tempo aspira a diventare leader in tutto il paese. E con le forze di Tahruna le sue milizie hanno sempre avuto rapporti discreti, per non dire cordiali. “È difficile però dire se dietro tutto questo c’è la longa manus di Haftar – afferma  Michela Mercuri, docente dell’Università di Macerata ed autrice del libro Incognita Libia – Così come è difficile dire se dietro vi è la longa manus francese che, in qualche modo, guida i fili del generale della Cirenaica”.

Ma, come fa notare la stessa Mercuri, Haftar con le milizie della cosiddetta Settima Brigata in passato ha avuto buoni rapporti. Anzi, nel mese di giugno proprio a Tahruna, lì dove vi è la sede della Settima Brigata, le forze di sicurezza legate al governo di Al Serraj hanno arrestato alcuni soggetti con l’accusa di essere spie del generale della Cirenaica e dell’Egitto. Proprio Il Cairo potrebbe essere un altro attore dietro i recenti movimenti della Settima Brigata: Al Sisi è sostenitore di Haftar, per l’Egitto la prospettiva di vedere una Libia più sbilanciata verso il generale vuol dire aumentare la proprio influenza in tutto il Paese. 

In poche parole, è possibile quindi che l’esercito di Haftar abbia contribuito ad incendiare la situazione a Tripoli: “Se da un lato è difficile dimostrarlo al momento – afferma ancora Mercuri – Dall’altro ci sono tanti elementi che potrebbero far pensare ad un suo zampino. Diversi analisti che seguono sul campo la situazione, sono propensi a vedere in Haftar e nei suoi sponsor internazionali alcuni degli attori principali dietro il caos tripolino”.

Chi c’è veramente dietro la Settima Brigata

Si sa che i miliziani della Settima Brigata provengono dalla cittadina di Tahruna, alla cui tribù principale appartengono almeno un quarto dei cittadini di Tripoli. Si tratta dunque di una località strategica politicamente e militarmente, che potrebbe godere anche di un certo sostegno popolare nella capitale. Non a caso il suo leader, Abdel Rahim Al-Kani, nei suoi proclami parla di lotta alla corruzione e defenestrazione degli islamisti che tengono in ostaggio Tripoli. “Molti della Settima Birgata sono militari di professione addestrati ai tempi di Gheddafi – dichiara Alessandro Scipione – Ho letto alcune ricostruzioni secondo cui la Settima Brigata sarebbe al soldo di Qatar e Turchia, quindi legata essenzialmente alla Fratellanza musulmana.” Ma su quest’ultima ricostruzione il giornalista di AgenziaNova nutre non pochi dubbi: “Le foto che circolano in rete li ritraggano in uniforme militare e senza barba – afferma Scipione – Non è un caso che Sarraj decise, poco dopo il rocambolesco insediamento a Tripoli nel 2016, di istituire proprio nella sede della sede della Settima brigata la seconda caserma (la prima si trova a Tripoli) della neonata Guardia presidenziale.”

Inizialmente dunque la Settima Brigata è alleata di Sarraj, anzi risulta essere una delle forze maggiormente affidabili per il governo voluto dall’Onu e sostenuto da Usa ed Italia. Ma qualcosa poi è cambiato, fino a degenerare negli scontri di questi giorni: “Sarraj aveva chiesto alla Settima Brigata di presidiare la zona dell’aeroporto – ricostruisce ancora Scipione – Ma questa scelta non è stata digerita dalle milizie tripoline. Queste ultime hanno più volte forzato Sarraj nel revocare l’ordine, forse proprio questo ha creato l’attrito sfociato nelle battaglie odierne”.

Il reale interesse della Francia

Oltre che su Tripoli, gli occhi da quando sono iniziati gli scontri nella capitale libica sono puntati su Parigi. L’Eliseo, che ai tempi di Sarkozy è stato promotore della guerra contro Gheddafi anche e soprattutto in funzione anti italiana, adesso potrebbe avere secondo molti un ruolo negli scontri in Tripolitania. Come detto in precedenza, vista anche l’influenza che la Francia esercita su Haftar, la longa manus transalpina potrebbe rivelarsi molto più che un semplice sospetto.

“Sicuramente la Francia preferisce il caos a Tripoli piuttosto che una pax italiana – taglia corto Mercuri – E già questo è un primo motivo”. Ma secondo la docente, che nel suo libro nei mesi scorsi ha anticipato la possibilità della rottura degli equilibri nel Paese, c’è dell’altro. In particolare, Parigi avrebbe fatto dei calcoli su quella che è la situazione tutta interna alla Libia: “Se l’ovest del paese è destabilizzato – dichiara Mercuri – la Francia ha la garanzia di avere un est molto più influente e forte. E noi sappiamo che Macron, in vista delle possibili elezioni di dicembre che il presidente francese si ostina a volere in Libia farebbe di tutto per favorire l’est e perorare la causa di Haftar”. 

Ma in ballo ci sono anche interessi energetici. “I giacimenti dell’est in gran parte sono ancora inesplorati – spiega ancora Michela Mercuri – Quelli dell’ovest invece sono in gran parte in mano all’Eni e quindi all’Italia. Un est stabilizzato darebbe una chiave di accesso importante per i giacimenti di quella regione alla Francia, ma un ovest destabilizzato potrebbe anche rimettere in discussione le attuali concessioni su cui storicamente si accentrano gli interessi il nostro paese”.

Il pericolo dell’aumento dei flussi migratori verso l’Italia

Gli scontri a Tripoli accrescono le preoccupazioni di Roma anche in funzione della sicurezza e del controllo del flusso migratorio. L’Italia già dall’estate del 2017, quando quello dell’immigrazione è diventato un problema in cima alle preoccupazioni di molti cittadini, con Minniti agli interni ha elaborato un piano per contrastare le partenze. Una strategia volta di fatto a pagare il governo di Al Serraj per bloccare trafficanti di esseri umani e potenziare la debole guardia costiera. Ma in realtà molti di quei soldi sono finiti nelle tasche di milizie e clan, specie della zona di Sabrata, trasformatisi da organizzatori dei viaggi della speranza in principali oppositori. 

“Il quadro però adesso sembra variare in peggio per l’Italia – afferma Michela Mercuri – Enti, clan, milizie, gruppi di potere ed istituzioni a cui Roma si è appoggiata per contrastare l’immigrazione sono molto più deboli. Questo rischia di favorire nuovamente i trafficanti di esseri umani, con conseguente aumento delle partenze dalla Libia verso l’Italia”.

Le partenze dalle coste libiche sono diminuite drasticamente negli ultimi mesi, anche questo forse ha indispettito diverse milizie che hanno poi iniziato i combattimenti a Tripoli: “È diminuita la torta da spartirsi – spiega Mercuri – Dunque clan e gruppi di potere provano a ritagliarsi un nuovo posto al sole perchè non ci sono più i lauti guadagni provenienti dallo sfruttamento dell’immigrazione”.

Cosa aspettarsi nei prossimi giorni a Tripoli?

E adesso in tanti si chiedono però come finirà. Per davvero la capitale libica è destinata ad essere sotto scacco dei combattimenti ancora per i prossimi giorni? “Difficile a dirsi – afferma Alessandro Scipione – L’impressione è che si sita cercando di limitare il ruolo delle milizie tripoline più estremiste.”

Ma secondo Scipione tutto dipende anche dal futuro contesto internazionale: “Il contesto geopolitico oggi è profondamente mutato rispetto a due anni fa -dichiara il giornalista di AgenziaNova – Solo per citare un esempio, la nuova amministrazione Usa è ai ferri corti con la Turchia, paese che ha una profonda influenza sulle forze politiche e i gruppi armati di Misurata e Tripoli, ma anche con la Francia di Emmanuel Macron. E’ inevitabile che tutto questo abbia delle ripercussioni anche sullo scenario libico”.

L’Italia, in tutto questo, secondo Scipione ha un’occasione importante: “Può rimediare, almeno in parte, al disastroso intervento a guida francese nel 2011. L’avvicinamento all’Egitto, in questo senso, potrebbe essere la giusta mossa per arrivare a una soluzione di compromesso.”