Anche il Nilo avrà il suo giorno in tribunale. Ad un concerto negli Emirati Arabi Uniti, un fan ha chiesto alla famosa cantante egiziana Sherine Abdel-Wahab di eseguire la sua canzone “Mashrebtesh Min Nilha?” (“Non hai bevuto dal Nilo?”). Sherine ha risposto con una battuta sul fiume notoriamente inquinato: “Prenderai la bilharzia (una malattia causata da parassiti) se lo farai. Meglio bere Evian!”.

La battuta della cantante ha fatto indignare l’avvocato Hany Gad, che ha citato in giudizio Wahab per aver insultato l’Egitto. Sebbene il governo insista che l’acqua del Nilo sia pulita, la gente ne rimane spesso avvelenata.

In molti paesi questo caso sarebbe diventato una barzelletta. Invece in Egitto è accaduto davvero riporta l’Economist. Nessuno è in grado di citare in giudizio una persona perché un fiume si è risentito. Ma in Egitto i giudici spesso limitano la libertà di parola e promuovono e difendono un nazionalismo paranoico.

Nel 2014 è stata contestata una pubblicità di Vodafone con Abla Fahita, un personaggio popolare tra i bambini. Si sosteneva che l’annuncio fosse un piano in codice per un attacco terroristico. Le luci di Natale sullo sfondo erano presumibilmente i cavi per una bomba; il centro commerciale era l’obiettivo. L’accusatore, Ahmed Spider, è un sostenitore di Hosni Mubarak. Il burattino è stato accusato di essere un agente britannico e le accuse hanno dichiarato che l’annuncio conteneva messaggi dei Fratelli Musulmani. Erin Cunningham, giornalista del Washington Post, ha scritto che “l’inchiesta sul fantoccio è un segno estremo del clima di paura e paranoia in Egitto”. La causa è stata alla fine respinta, ma non prima che i dirigenti di Vodafone fossero interrogati.

Gli egiziani sono famosi per il loro irriverente senso dell’umorismo. Ma i tribunali sembrano non averne. La figlia del defunto presidente, Anwar Sadat, ha citato in giudizio il ministero dell’informazione nel 2009 per il film hollywoodiano “I Love You, Man”, perché vi era un cane che portava il nome del padre e leader ucciso. Ha sostenuto che insultava sia suo padre che l’Egitto, e ha chiesto la rimozione dai cinema del film.

Adel Imam, l’attore di maggior successo in Egitto, è stato condannato per “aver insultato l’Islam” nel 2012 per i suoi ritratti di fondamentalisti in diversi film. La condanna è stata successivamente annullata. Naguib Sawiris, un magnate delle telecomunicazioni, ha affrontato un procedimento analogo per aver twittato un’immagine di minnie in niqab.

Tali casi abbondano anche sotto il regime apparentemente laico di Abdel-Fattah al-Sisi. Un blogger è stato accusato per aver affermato che un terzo delle donne egiziane tradisce i propri mariti. A settembre l’Egitto ha scelto il film “Sheikh Jackson” come candidato agli Oscar in lingua straniera. Due mesi dopo, l’attore principale della pellicola è stato denunciato per disprezzo della religione. Il film raccontava di un religioso islamico che ha una crisi di fede quando sente la notizia che il suo idolo d’infanzia, Michael Jackson, è morto.

Anche Abla Fahita, il personaggio egiziano tanto caro ai bambini, si è ritrovato di nuovo in tribunale nel 2016, questa volta per aver tenuto in mano una copia di “Cinquanta sfumature di grigio” in una pubblicità e per aver lanciato così “allusioni sessuali”.

La cantante Wahab dopo essere stata citata in tribunale per la sua battuta sul Nilo si è scusata e ha promesso di evitare altri “ingenui errori” in futuro. Ma Il Sindacato Musicisti Egiziani da allora le ha vietato di esibirsi nel paese ed ha affermato che i suoi commenti hanno messo in “un ingiustificato ridicolo il nostro caro Egitto”.

Il sindacato esercita un enorme potere sulla cultura popolare egiziana e in precedenza ha cercato di vietare i concerti metal, accusando gli artisti di essere “adoratori del diavolo”. Ha anche vietato alle attrici di indossare “abiti succinti” sul palco e di recente ha bandito il gruppo pop libanese Mashrou Leila dopo che i fan hanno sventolato bandiere arcobaleno durante un concerto.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY