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Davanti al Rideau Cottage a Ottawa, in un gelido lunedì mattina, il primo ministro Justin Trudeau ha annunciato il suo ritiro dalla politica, mettendo fine a una carriera politica iniziata con grandi promesse ma terminata per esaurimento. Paragonandosi a un pugile, Trudeau ha detto di sentirsi svuotato, specialmente dopo l’abbandono di molti dei suoi alleati più stretti. Rinunciando al ruolo di leader del Partito Liberale e di capo del governo dopo nove anni al potere, ha reso ancora più palese il distacco tra l’ideale di un Canada illuminato e la realtà di un Occidente travolto dal Trump 2.0. Una folata di vento gli ha portato via gli appunti.

Nel 2017, sei mesi dopo l’inizio del primo mandato di Trump, la situazione per il progressismo sembrava così disperata che una rivista statunitense mise in copertina un canadese sottolineandone l’aspetto piacente, i capelli normali e l’idea che potesse esistere un leader nordamericano non ancora xenofobo. Evidente il contrasto col vicino: Trump istituiva il muslim ban, mentre Trudeau accoglieva i rifugiati siriani all’aeroporto con abbracci. “A coloro che fuggono da persecuzioni, terrore e guerra, i canadesi vi accoglieranno, indipendentemente dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza”, twittava Trudeau.

Secondo i critici, Trudeau ha incarnato una politica progressista solo di facciata, preferendo difendere lo status quo piuttosto che sfidarlo. Non è riuscito ad affrontare in modo deciso le disuguaglianze economiche e sociali, facendosi dettare l’agenda spesso dagli Stati Uniti, seguendo fedelmente le linee politiche di Joe Biden su questioni come l’Ucraina e il conflitto israelo-palestinese. Dopo due mandati lascia tra scandali, inerzia e passività. La sua parabola politica ricorda quella di tanti centristi: retorica ambiziosa, ma esiti deludenti.

Figlio di un primo ministro, cresciuto in una famiglia glamour e benestante (sua madre aveva frequentato i Rolling Stones), Trudeau lavorò come istruttore di snowboard, tentò la carriera di attore, prima di diventare insegnante. Il brillante elogio funebre del 2000 lo impose come figura pubblica di rilievo. Conquistò il potere nel 2015 parlando di ”vie solari” e imponendo nel suo gabinetto più donne che uomini. Evocò le atmosfere del primo Barack Obama, e sperava di ripetere col Canada quello che Tony Blair aveva imposto con la narrazione della ‘Cool Britannia’ degli anni Novanta. In comune ora le due storie hanno soltanto il duro impatto con la realtà, e con il ritorno dell’ondata conservatrice.

Non sono mancate alcune vittorie, come il tentativo di rendere il Canada più consapevole sul clima con una tassa sul carbonio che gli valse lodi dagli ambientalisti ma rabbia feroce nelle province delle praterie, in particolare l’Alberta con le sue vaste sabbie bituminose. Le stesse provincie che gli avrebbero provocato la grossa grana dei trucker, l’assedio di Ottawa dei camionisti contro i vaccini che trasformò Trudeau nel simbolo del wokismo autoritario più odiato dalla destra populista e accelerò la sua fine. Amato dalle classi colte metropolitane e detestato da tutti gli altri, ha licenziato ministre donne, tra cui un’indigena, che avevano osato sfidarlo, mentre sul piano economico ha permesso a diversi monopoli di prosperare.

In politica estera, ha fatto poco per sostenere la causa palestinese, ed è rimasta indelebile la gaffe dell’omaggio a un veterano nazista ucraina in Parlamento: una standing ovation di tutto l’arco parlamentare, con Trudeau in prima fila, seguita da una figuraccia mondiale non appena si è scoperto il curriculum dell’invitato.

Alla fine, la decisione della ministra delle Finanze, Chrystia Freeland, di dimettersi poco prima di Natale ha segnato il punto di non ritorno. Con il Partito Liberale che precipita nei sondaggi e il Partito conservatore oltre il 40 per cento, Trudeau ha deciso di lasciare. Freedland, neoliberista di ferro che ha tenuto a lungo a bada i dazi trumpiani e il posizionamento geopolitico del Canada, filo-ucraina massimalista e nipote di un editore nazista, ora potrebbe diventare la principale candidata alla successione. Troppo tardi, però, per salvare l’eredità di Trudeau e il suo partito da un probabile tracollo nelle elezioni del 2025.

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