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Politica

Campbell, l’uomo di Biden che “blinda” il Dipartimento di Stato

L’uscita di Victoria Nuland dal Dipartimento di Stato, annunciata da Tony Blinken con enfasi e calorosi ringraziamenti per il saluto alla diplomazia Usa della più nota dei “falchi” liberal-interventisti, è da considerare un messaggio di Joe Biden per una gestione...

L’uscita di Victoria Nuland dal Dipartimento di Stato, annunciata da Tony Blinken con enfasi e calorosi ringraziamenti per il saluto alla diplomazia Usa della più nota dei “falchi” liberal-interventisti, è da considerare un messaggio di Joe Biden per una gestione più pragmatica degli affari internazionali? La questione andrebbe analizzata con attenzione guardando al profilo che il presidente Usa ha scelto nei mesi scorsi per coprire il vuoto lasciato nei mesi scorsi dal pensionamento della numero due di Blinken, Wendy Sherman.

Campbell dall’accademia al governo

Nuland, terza nella gerarchia di Foggy Bottom in quanto sottosegretario di Stato per gli affari politici dal maggio 2021, avrebbe dovuto lasciare la posizione di vice di Blinken che suppliva da luglio dell’anno scorso. Tornando sul gradino più basso del podio. La mancata promozione è venuta per scelta diretta di Biden con la nomina di Kurt M. Campbell, funzionario di lungo corso e, soprattutto, figura di diretta fiducia della Casa Bianca.

Classe 1957, Campbell porterà una sostanziale novità rispetto a Nuland. Da un’esperta di politiche europee ed euroasiatiche focalizzatissima sulla priorità di contrastare la Russia con un contenimento in profondità si passa a una figura che indirizzerà la diplomazia Usa verso un approccio di confronto, muscolare ma pragmatico, con la Repubblica Popolare Cinese di cui Campbell è grande esperto. Campbell viene direttamente dallo staff di Biden, ove ricopriva il ruolo di direttore degli affari asiatici del National Security Council. Chiamato Asia Czar dai fedelissimi di Biden, ha al contrario di Nuland, diplomatica nella forma e nella sostanza di formazione, un background accademico.

Campbell, dopo aver servito nell’intelligence della Marina Usa, ha esordito ad alti livelli insegnando relazioni internazionali alla John F. Kennedy School of Government ad Harvard dal 1988 al 1993. Fellow per International Affairs, Council of Foreign Relations e International Institute for Strategic Studies e già docente nel Regno Unito al St. Cross College di Oxford, ha lavorato col National Security Council e con il dipartimento per la gestione dei rapporti degli Usa con i Paesi Nafta (Canada e Messico) nell’era Clinton, dal 2000 al 2007 ha svolto il ruolo di vicepresidente del dipartimento di sicurezza nazionale al Centre for International and Security Studies (Csis) e dal 2007 al 2009 è stato Ceo dal Center for a New American Security (Cnas).

L’uomo dell’Asia della Casa Bianca

Campbell ha fatto un salto politico importante con l’amministrazione di Barack Obama, durante la quale è stato Segretario di Stato aggiunto per gli affari dell’Indo-Pacifico, iniziando a studiare politicamente il graduale riposizionamento di Washington dallo scacchiere mediorientale all’Estremo Oriente. Il pivot to Pacific obamiano è stato in larga parte pensato da Campbell, grande esperto dell’ascesa cinese, nel suo impegno tra il 2009 e il 2013.

Otto anni dopo, con Joe Biden, Campbell è tornato a un ruolo di prima responsabilità sull’Asia. Il suo approccio alla geopolitica è orientato alla tutela, pragmatica, dell’interesse nazionale. Nel 2021, alla vigilia dell’ingresso nello staff di Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Biden, Campbell invocava su Foreign Affairs una strategia volta a fare della competizione con la Cina non una sfida esistenziale ma una prospettiva per fermare il declino dell’America sul fronte militare, politico, industriale. Insomma, un volano. Nell’amministrazione Usa la sua influenza è risultata palese quando, nota The Hill, “Campbell è stato coinvolto in una serie di iniziative volte a contrastare la Cina, inclusa la visita di stato del primo ministro indiano Narendra Modi; Il vertice estivo di Biden con Giappone e Corea del Sud a Camp David e la nascita di Aukus, il partenariato trilaterale per la sicurezza indo-pacifico con Regno Unito e Australia, nel settembre 2021″. Al contempo, ha riportato la testata americana, gode comunque di consapevole credito nelle élite diplomatiche cinesi che lo ritengono un negoziatore e non una figura prevenuta sulla concorrenza a tutto campo con Pechino.

Campbell, un pragmatico alla Biden

Nel febbraio 2024 è stato confermato per colmare il vuoto lasciato al Dipartimento di Stato dalla Sherman e che Biden ha deciso di riempire presidiando Foggy Bottom. Tempi complessi aspettano l’amministrazione Usa in questo 2024. E Biden, vecchio pragmatico molto navigato sulla politica estera, sa che la sovraestensione Usa nell’attenzione per le guerre alle periferie della sua sfera egemonica (Ucraina e Gaza) rischiano di distrarre la proiezione americana, minata anche dai raid Houthi nel Mar Rosso, dalla priorità nell’Estremo Oriente. Al contempo, la stella dei liberal interventisti a Washington è in appannamento. E se Blinken difficilmente si può iscrivere a questa categoria, sicuramente negli anni le pressioni di Nuland hanno giocato un ruolo nel fare di Foggy Bottom una centrale interventista su determinati scenari, a partire dall’Ucraina, più palese rispetto a quelle militari e d’intelligence.

Ora Biden blinda il Dipartimento di Stato con una figura dal pedigree diverso da molti dei pupilli dell’interventismo liberal, di cui la Nuland era una delle ultime campionesse. Già nel 2020 aveva messo a tacere presto le possibili voci che vedevano Susan Rice, consigliera per la sicurezza nazionale di Obama vicinissima a Hillary Clinton, come possibile vicepresidente, mentre è dai tempi uscita dai radar Samantha Power, ambasciatrice all’Onu dal 2013 al 2017.

Tramonta l’interventismo liberal?

Il trio Clinton-Rice-Power, riporta Mario del Pero in Era Obama, giocò un ruolo decisivo nel piegare le resistenze di Obama e del segretario alla Difesa Robert Gates nel promuovere l’ultima grande impresa dell’interventismo “umanitario”, la partecipazione Usa ai raid sulla Libia nel 2011 e fece pressione sulla Casa Bianca e il Pentagono aprendo la strada all’attacco a Gheddafi. Si manifestò quel “modello” che vedeva gli Usa promuovere le loro azioni con hard e soft power, un’applicazione militare dello stesso metodo di pensiero che avrebbe portato al famoso “Fuck the Eu” della Nuland in Ucraina. Nel 2013, in seguito alla nomina della Rice alla guida del National Security Council nel secondo mandato di Obama, il repubblicano interventista per eccellenza, il Senatore ed ex candidato presidenziale John McCain aveva visto nella decisione l’inizio della possibilità di forgiare un’alleanza trasversale tra Democratici e Repubblicani per promuovere un intervento in Siria.

Campbell non è un pacifista, sia ben chiaro. Ma ha sempre preferito lo smart power, l’idea di costruire alleanze e di forgiarle col tempo, alla decisione di spingere per dinamiche di proiezione militare o di ingerenza in casa altrui. La priorità della sua azione è andata, spesso, al rafforzamento della deterrenza e del sistema di alleanze americano. Una visione più organica al pensiero di Joe Biden che a quello dei maggiorenti presenti e passati di Foggy Bottom. Ancorati a un’idea, plasticamente esposta nella diplomazia americana, di promozione battagliera dei valori statunitensi. Anche a costo di rischiosi compromessi e di azioni potenzialmente dirompenti negli scenari internazionali. Un travestimento in salsa umanitaria e progressista dell’unipolarismo neoconservatore, se non nei contenuti quantomeno nei fatti. Dottrina, questa, borderline se applicata alla polveriera mediorientale. Fonte di sicuro disastro se promossa con la Cina, ove il confronto deve essere al tempo stesso governato e plasmato secondo precise linee rosse. Quelle linee che, per Biden, Nuland non avrebbe potuto governare. Al contrario del suo “zar” asiatico.

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