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La lunga lotta sotterranea per il potere che da tempo aveva polarizzato la casa reale saudita è state decisa da un’iniziativa dell’attuale monarca, Salman bin Abdulaziz, che nella notte tra il 20 e il 21 giugno ha deciso di promuovere il figlio Mohammed bin Salman al ruolo di principe ereditario a scapito del precedente successore designato Mohammed bin Nayef.

La mossa del monarca saudita giunge come un vero e proprio fulmine a ciel sereno ed è destinata a produrre importanti ripercussioni non solo all’interno della corte di Riyadh, da tempo avvezza ad essere scossa da intrighi e trame sotterranee, ma anche sul posizionamento internazionale del regno wahabita e sulle delicate dinamiche del Medio Oriente. Promuovendo il figlio, Salman esplicita il suo appoggio alla linea politica perseguita dal giovane e ambizioso principe, da sempre in prima linea nella promozione dell’ampia riforma economica Saudi Vision 2030, destinata a consentire all’economia saudita di districarsi dalla dipendenza dal petrolio, e di una politica estera notevolmente attiva e, a tratti, avventurosa. Mohammed bin Salman, 31enne ministro della Difesa, è infatti il principale fautore dell’interventismo saudita in Yemen: “Giovane ed energico […] promette di tenere testa all’Iran, rilanciare l’Arabia Saudita come potenza regionale e creare un nuovo e più forte consenso tra le fasce più giovani della popolazione”, ha scritto Cinzia Bianco sul numero di marzo di Limes.  

Nonostante il palese fallimento dell’avventura yemenita, che l’Arabia Saudita prosegue con ottusa ostinazione contribuendo alla catastrofe umanitaria del Paese, Mohammad bin Salman ha visto la sua visione geopolitica prevalere su quella di Mohammad bin Nayef, inizialmente prescelto da Salman quale primo sovrano destinato a traghettare le sorti del regno dalle mani dei figli del capostipite Abdualziz a quelle dei suoi nipoti. Definito da Cinzia Bianco “falco dell’antiterrorismo”, Mohammad bin Nayef si è costruito una solida reputazione a partire dal 2011, quando guidò la repressione delle rivolte dei sauditi sciiti della Provincia Orientale e delle proteste in Bahrein, ma è stato costretto a recedere dalla sua posizione di erede al trono a causa della perdita di influenza dovuto a un supposto “moderatismo” in tema di politica internazionale. L’opposizione di bin Nayef alla guerra in Yemen ha di fatto sancito l’apertura, per Mohammad bin Salaman, della strada verso la nomina a principe ereditario: il governo saudita ha deciso di portare avanti una strategia di netta contrapposizione contro lo storico rivale iraniano, rilanciando l’avventurismo che in passato ha visto lo Stato wahabita impegnarsi in operazioni rischiose come il tentativo di rovesciare il governo di Assad in Siria. L’Iran viene visto oramai come la vera minaccia esistenziale agli interessi sauditi, mentre al tempo stesso il contenimento di Teheran è destinato ad essere programmato in stretta collaborazione con Washington, che a partire dall’ascesa di Donald Trump alla presidenza ha riportato Riyadh al centro della sua strategia geopolitica.

Non è un caso, infatti, che la scelta di Salman sia arrivata sulla scia degli importanti eventi prodottisi nella regione del Golfo nelle ultime settimane, a breve distanza dalla visita di Donald Trump nel Paese, a pochi giorni dalla decisione di rompere le relazioni diplomatiche col Qatar, fortemente promossa dalla cerchia di Mohammad bin Salman, e a poche ore dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Rex Tillerson circa un possibile regime change in Iran. Inoltre, la corte saudita ha decretato il suo appoggio al piano economico di Mohammad bin Salman ritenendola la migliore garanzia per consentire il proseguimento del modello sociale wahabita, fondato sulla redistribuzione alla cittadinanza della rendita petrolifera sotto forma di sussidi ai servizi, posti di lavoro ed esenzioni fiscali, chiave di volta per comprendere la duratura accettazione da parte della popolazione di un regime oltremodo oscurantista e liberticida. Tale contratto sociale appare messo a rischio dall’apertura di enormi voragini nei bilanci del regno a causa dei crolli dei prezzi petroliferi: per questo motivo, la diversificazione economica è considerata un’assicurazione sulla vita da parte di un’élite che ha scommesso su Saudi Vision 2030, ritenendolo l’unica via d’uscita dal rischio di un completo fallimento dello Stato.

Mohammad bin Salman, saldando la sua ambiziosa proposta di riforma economica con le sue attive e aggressive posizioni in tema di politica estera, è riuscito a scalzare il rivale, considerato più esperto, dall’ambito ruolo di principe ereditario: il giovane leader, tuttavia, si trova in una posizione oltremodo precaria. Se l’avventurismo saudita rischia di portare a una nuova, rovinosa destabilizzazione del Medio Oriente, al tempo stesso il successo di Saudi Vision 2030 è ancora tutto da conseguire, dato che l’ampio piano economico comporterà una notevole mole di investimenti che potrebbero risultare gravosi per il regno wahabita negli anni a venire. A soli 31 anni, il giovane erede al trono vede accumularsi sulle sue spalle un’enorme mole di responsabilità: se la sua capacità di leadership si dimostrerà inferiore alla sua ambizione, tuttavia, la scelta del monarca Salman a favore del figlio potrebbe rivelarsi rovinosa per il futuro dell’Arabia Saudita.

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