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Cambiare i trattati europei? Per la cancelliera tedesca Angela Merkel ora si può. La pandemia di Covid-19 ha funto da virus acceleratore anche per la dimostrazione dei limiti politici e operativi dell’Unione Europea come organizzazione internazionale, ha spiazzato Bruxelles sul fronte della gestione delle conseguenze politiche ed economiche della crisi, messo le istituzioni principali (Bce a parte) ai margini della definizione di processi in cui il ruolo degli Stati è apparso con la massima salienza, ha infine mostrato la macchinosità dei processi interni e la fragilità (se non addirittura l’inesistenza) strategica dell’Ue sul piano geoeconomico nel corso della fase iniziale della campagna vaccinale. Su cui ha traballato sia la presidente tedesca della Commissione, Ursula von der Leyenche la sua ex capa di governo e cancelliera, travolta dalle critiche per gli errori e i ritardi sul fronte interno dopo una fase iniziale di controllo della pandemia.

La svolta della Cancelliera

La costruzione europea è riflesso dei desiderata della Repubblica Federale, a lungo la Germania, anche andando in direzione ostinata e contraria rispetto alla realtà dei fatti, ha difeso a spada tratta il mantenimento dei trattati europei per come erano stati pensati tra il 1992 (Maastricht) e il 2007 (Lisbona), scavando trincee per tutelare il principio dell’austerità fiscale, il mantra del 3% nel rapporto deficit/Pil, la deflazione interna come via di risoluzione delle crisi. I danni rovinosi causati all’economia europea a partire dall’infausto biennio 2010-2012 li conosciamo bene. Eppure, Angela Merkel nel contesto della crisi del Covid si è dimostrata più assertiva, favorevole alla rottamazione dell’austerità, al superamento delle regole europee su pareggio di bilancio e aiuti di Stato. Il motivo? La Germania era il primo Paese a beneficiare di questa svolta, che ha garantito un’iniezione di denaro monstre nell’economia colpita dal Covid e rafforzato a lungo la centralità tedesca nell’Unione. Ora pronta a trasmettersi con nuovi obiettivi e sfide.

Parlando della pandemia di fronte agli eurodeputati del Partito popolare europeo di cui la sua Cdu è parte fondamentale nella giornata del 21 aprile la Merkel ha colto l’occasione per un’apertura degna di nota: “Credo che l’Europa abbia bisogno di maggiori competenze nel settore della sanità. Questo, probabilmente, richiederà anche modifiche ai trattati”. Una svolta per la figura ritenuta a lungo la custode della cristallizzazione delle regole europee. Ma al cambiare delle sfide per la Germania cambiano anche le linee guida di riferimento per l’Europa. Giocoforza plasmata dalle rotte percorse dal Paese che ne è perno politico, baricentro, pilota. Mario Draghi ed Emmanuel Macron, rilanciando un inedito asse italo-francese con vista mediterranea, hanno premuto negli ultimi tempi per aumentare la capacità europea di costruire un bilancio comune con l’emissione permanente di Eurobond. Difficile che la Germania acconsenta a tanto, ma la Merkel vuole lasciare in eredità un Paese più consapevole delle sfide in atto e meno appiattito sui dogmi dell’economicismo ordoliberista e mercantilista.

Un’Europa su misura per le nuove sfide tedesche

Per la Merkel, idealmente, può “certamente un senso avere anche delle competenze europee per affrontare determinate situazioni, come le pandemie”. Ma la Cancelliera si è spinta oltre, indicando senza ambiguità che l’interesse di riferimento per le riforme da adottare in ambito europeo è e rimane l’interesse nazionale tedesco. Con buona pace degli europeisti lirici nostrani, si conferma vero il detto di Indro Montanelli: i tedeschi, in Europa, ci vanno da tedeschi, non da europei. E così i punti del discorso della Merkel al Ppe hanno l’aria di un vero e proprio manifesto per l’era che seguirà alla sua uscita dalla politica, dopo le elezioni federali di settembre.

Come sottolinea Italia Oggi, in primo luogo la Merkel vuole “cambiare la soglia europea dei voti all’unanimità e adottare quella di una maggioranza qualificata”: segno della volontà tedesca di evitare che Berlino venga, in fasi di crisi come quella iniziata nel 2020, trascinata sul loro terreno dai falchi custodi del principio dell’austerità quando serve la necessità di negoziare. Secondo punto è una riforma della “riformare la politica della concorrenza, per facilitare la creazione di campioni industriali europei, in grado di fronteggiare i concorrenti cinesi e statunitensi”. Questo tema è assai caro alla Germania in una fase in cui questi piani sono già all’ordine del giorno del discorso con la Francia dopo la firma del Trattato di Aquisgrana e su spinta di Parigi e Berlino si stanno costruendo filiere europee nel cloud (Gaia-X), nei semiconduttori, nelle batterie elettriche per costruire una crescente autonomia strategica del Vecchio Continente. Sono seguiti, infine, richiami alla necessità di cambiare la politica fiscale e quella securitaria, adottando un’impostazione comune: segno che la Germania si continua a pensare perno del sistema europeo anche negli anni e nei decenni a venire.

Merkel tira la volata a Laschet

La Merkel si avvia alla fase finale del suo mandato rinunciando all’idea di doversi incamminare su un viale del tramonto dopo aver accarezzato, nei primi mesi del Covid-19, l’idea di condurre trionfalmente in porto la barca della Cdu/Csu sulla scia dei successi nel contenimento del virus che avevano proiettato l’Unione ai massimi da anni nei sondaggi. Ora la leadership nelle intenzioni di voto è insidiata dai Verdil’aumento delle critiche alla Merkel sulla gestione della campagna vaccinale e le titubanze sulle chiusure si saldano con il ritorno di fiamma di Alternative fur Deutschlandche cavalca il crescente euroscetticismo (“solo il 21% dei tedeschi afferma di avere molta o un certo grado di fiducia nella Commissione Ue, in calo rispetto al 30% del 2019, e in contrasto con il 50% che mostra fiducia verso il governo tedesco”, ha scritto l’economista Wolfgang Munchau su Eurointelligence) e con il perpetrarsi di una tradizione rigorista che ha i suoi alfieri neli liberali di Fdp. Da sinistra, da destra e dal centro la posizione di potere della Cdu viene gradualmente erosa, e per rafforzare le possibilità del delfino Amin Laschet di succederle la Merkel sta rilanciando in questi giorni l’azione politica.

Prima la svolta decisionista sulle nuove chiusure e i vaccini, culminata nella graduale centralizzazione di diverse prerogative sul governo federale, hanno riportato il pallino del gioco nelle mani dell’esecutivo; ora col suo discorso la Merkel segnala l’ampiezza delle sfide e ricorda ai cittadini tedeschi la necessità di una guida forte e sicura per affrontarle. Sperando di convincerli che anche dopo il suo addio alla Cancelleria di Berlino sarà sempre l’Unione Cdu/Csu a dover esser premiata come partito di governo. Per affrontare la sfida inedita del rilancio della Germania in Europa sotto forma di riscrittura dei trattati. Ovvero della proiezione con cui Berlino orienta sul fronte comunitario e sul suo ordinamento multilaterale la sua visione per il Vecchio Continente.