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Il possibile avvicendamento tra Rex Tillerson e Mike Pompeo al ruolo di Segretario di Stato potrebbe aprire le porte a Tom Cotton come futuro Direttore della Cia. Ma chi è realmente Cotton e quale taglio potrebbe dare alla Central Intelligence Agency americana?

Una brillante carriera tra esercito e politica

Nonostante la giovane età, da poco compiuti i 40 anni, Tom Cotton può già vantare una buona esperienza sia in ambito militare che nella politica americana. Cotton nasce infatti prima come soldato, al servizio dell’Esercito degli Stati Uniti a partire dal 2005. Subito impiegato in Iraq poi in Afghanistan, Cotton ha così assistito direttamente sul campo ai due “pantani” in cui gli Stati Uniti risultano tuttora essere bloccati. Nel 2009 termina la sua carriera militare per vestire giacca e cravatta con l’obiettivo di far parlare di sé a Washington.

Nel 2012 corona la sua prima vittoria politica eletto come deputato alla Camera dei Rappresentanti per il quarto distretto dell’Arkansas, mentre due anni dopo, a soli 37 anni, diventa senatore dello stesso Stato per il Partito Repubblicano. Questa è la storia del personaggio. Ora veniamo alle idee che muovono il possibile futuro leader della Cia.

“L’unico problema di Guantanamo è che ci sono ancora troppi letti vuoti”

In un lungo editoriale uscito recentemente il portale di giornalismo investigativo americano “The Intercept” non dà una una gradevole descrizione del personaggio. Secondo i giornalisti americani, Cotton già quando frequentava Harvard, ove conseguì la sua laurea in giurisprudenza, diede dimostrazione di un carattere autoritario e poco propenso al dialogo. Uno studente di “estrema destra”, lo descrive così The Intercept. Un carattere che tuttavia non si sarebbe smussato nel tempo, ma che anzi avrebbe subito un processo di “radicalizzazione”. L’aver partecipato e l’aver visto con i propri occhi il fallimento della politica militare americana in Medio Oriente sembra non aver minimamente colpito l’indole “guerriera” di Tom Cotton.

L’ex soldato non è persona che ama i giri di parole e il linguaggio “politically correct”. Come quando durante una conferenza su Guantanamo ebbe a dire che i terroristi detenuti “sarebbero dovuti marcire all’inferno, invece che stare comodi in prigione” e che “l’unico problema di Guantanamo è che ci sono ancora troppi letti rimasti vuoti”. Dichiarazioni che sembrano essere più d’avanspettacolo piuttosto che espressione di reali intenzioni. Uno stile discorsivo che appunto richiama molto da vicino quello usato dalla presidenza Trump e forse proprio per questo il tycoon starebbe pensando a Cotton come personaggio chiave della CIA.

Iran nel mirino

Più pericoloso è invece il pensiero di Tom Cotton circa la politica estera americana. Il senatore repubblicano può rientrare infatti nella categoria dei falchi anti iraniani. Il suo odio per il regime degli ayatollah è infatti viscerale, assoluto, a tratti quasi ossessivo. Tutto ebbe inizio il 9 marzo 2015 quando Tom Cotton redasse una lettera aperta ai leader della Repubblica Islamica d’Iran (documento firmato da altri 46 senatori). Nella stessa si scoraggiava l’Iran a portare a buon fine i negoziati sul nucleare adducendo come motivo che il futuro presidente Usa avrebbe cestinato l’accordo.

In realtà si trattava di un subdolo tentativo di boicottare una trattativa che era in via di successo tra la presidenza Obama e l’Iran. Per quel documento Cotton venne anche accusato di “tradimento” e “ammutinamento”. Eppure queste gravi accuse non hanno scalfito minimamente la bellicosità di Cotton, che non esitò a paragonare l’accordo sul nucleare con gli ayatollah ai trattati di pace sottoscritti da Francia e Inghilterra con la Germania di Hitler negli anni ‘30. L’ossessione per l’Iran si è fatta così sempre più incalzante fino a rendere chiaro l’obiettivo. “La politica degli Stati Uniti deve arrivare a un regime change in Iran” ha dichiarato solo lo scorso giugno.

Guerra agli ayatollah?

Mentre in un’intervista rilasciata al Council on Foreign Relations Cotton delineava addirittura un preciso piano di attacco a Teheran. “Gli Stati Uniti devono inizialmente supportare il dissenso interno, in particolare le minoranze etniche, come gli arabi, i turkmeni e i pakistani, perché non sono entusiasti di vivere in un dispotismo di tipo sciita persiano. Se poi saremo obbligati a intraprendere un’azione, gli Stati Uniti hanno la capacità di distruggere totalmente le infrastrutture nucleari iraniane”. Divisione settaria e successiva invasione militare. Una strategia che Washington ha già sperimentato in Afghanistan, Iraq e anche, in parte, in Siria. In tutti e tre gli scenari gli Stati Uniti ne sono usciti con le ossa rotte, o non ne sono usciti proprio.

Una lezione che Tom Cotton fatica evidentemente ad assimilare. Se è vero che la CIA non è la politica estera americana, è però vero che l’agenzia di spionaggio ha partecipato attivamente in passato ad operazioni di “regime change” in Paesi considerati minacciosi. Indonesia, Nicaragua, Congo e Afghanistan sono solo alcuni degli esempi comprovati. Dunque un personaggio come Cotton avrebbe in mano un potentissimo strumento per realizzare la sua missione contro Teheran.