L’annuncio del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che Trump ha riconosciuto come nuova capitale di Israele, ha avuto l’effetto di una bomba. Bizzarro destino per un simbolo di pace quale è un’ambasciata. Le poteste del mondo arabo sono solo le prime avvisaglie della Tempesta in arrivo.

Nel dare l’annuncio, Trump ha parlato di un “Tributo alla pace”. Purtroppo rischia di essere un diverso tipo di Tributo: un Tributo di sangue. Infatti alto è il rischio che l’incendio dilaghi, infiammando ancora di più lo scontro di civiltà, immaginato dai neocon e alimentato anche grazie all’apporto del loro avversario necessario, il Terrore globale, ché gli opposti estremismi si alimentano.

Accadrà in ambito palestinese, dove i votati allo scontro irriducibile con Israele rischiano di prendere il sopravvento sui più ragionevoli. E ciò accade proprio mentre la riconciliazione delle diverse anime palestinesi, avvenuta in questi giorni, attutendo le asperità di Hamas, avrebbe potuto rilanciare il processo di pace tra israeliani e palestinesi, come ha spiegato ieri sulle pagine della Repubblica Abraham Yeoshua.

Ma accadrà anche nel più ampio ambito dei Paesi arabi, dove i moderati faranno fatica a contenere le spinte revansciste dei movimenti radicali. Non solo: la nuova conflittualità offre nuovo slancio al Terrore, al quale si spalancano nuovi spazi di manovra.

Trump ha giustificato il suo strappo spiegando che Gerusalemme è ormai il cuore nevralgico di Israele, nel quale sono ubicati importanti organi dello Stato. Quindi si tratta solo di prendere atto della realtà. E ha aggiunto che si tratta di cercare vie nuove alla pace tra israeliani e palestinesi, ché quelle precedenti hanno fallito.

Si tratta di due affermazioni vere. Che nessuno nega, stante che Gerusalemme Ovest è da tempo designata come futura capitale di Israele, ma, appunto, si tratta di parte della città.

E se è vero che la soluzione dei due Stati è logora, il rilancio di prospettive di pace, anche diverse dalle pregresse, non può passare per una soluzione unilaterale, ma tramite negoziati tra le parti.

L’iniziativa americana peraltro rende più arduo anche il piano di pace dell’Arabia Saudita, quello più congeniale ai neocon e alla destra israeliana.

Tale piano non può aver inizio dalla definizione dello status di Gerusalemme, che non può che essere punto di arrivo e non di partenza.

Peraltro il piano era stato elaborato in altri tempi. Oggi che Ryad ha creato un esplicito asse con Tel Aviv in funzione anti-iraniana, verrà visto dai palestinesi né più né meno come il piano di pace israeliano. E in quanto tale non può che suscitare sospetti, ingigantiti dall’improvvida iniziativa Usa.

Così la determinazione di Trump appare solo un favore a Netanyahu, il cui trono vacilla in patria a causa delle inchieste che lo riguardano e per le proteste che sta suscitando il suo disegno di legge volto a contrastare il lavoro della magistratura.

Oggi Netanyahu può ostendere agli israeliani il suo massimo successo politico e sperare di aver tacitato le forze oppositive. Ha buon gioco, ma potrebbe rivelarsi un boomerang se ciò provocherà conflitti che gli israeliani, dopo anni di relativa pace e prosperità, come da rivendicazioni dallo stesso premier, speravano di essersi lasciati alle spalle.

Probabile che la decisione sia il pedaggio che Trump ha dovuto pagare per l’esplicito sostegno che Netanyahu gli ha offerto in campagna elettorale (a proposito delle interferenze russe sulla stessa…).

E che con questa mossa, Trump speri di evitare le forche caudine dell’inchiesta sul Russiagate, grazie alla quale i neocon lo stanno stringendo in un angolo, togliendogli spazi di manovra.

Così non si tratta tanto di una decisione di prospettiva e respiro geopolitico, ma di una manovra di piccolo cabotaggio, che consente a Netanyahu e a Trump di conseguire obiettivi mirati e immediati.

Certo, la variabile terrorismo potrebbe dare alla decisione una portata che non ha. Cavalcando l’ondata revanscista, esso potrebbe dare giustificazione postuma a questo azzardo.

E però anche tale variabile potrebbe non bastare a rendere permanente e duraturo ciò che non è stato concepito per durare, ma per lucrare vantaggi immediati.

Se così sarà, allora il danno potrebbe esser riparato e lo sconvolgimento globale, dopo aver mietuto le vittime del caso, rientrare.

È una speranza, certo, ma ha qualche base. Anzitutto il rigetto dell’Europa verso la mossa unilaterale Usa, che potrebbe aprire Washington e Tel Aviv a nuove prospettive negoziali. Non basterà, certo, ché l’Europa a trazione tedesca è gigante economico e nano politico, ma è per quanto ingolfato è pur sempre uno dei motori del mondo.

Dall’altra parte, la nuova dislocazione della legazione Usa consegna a Putin un ruolo ancor più forte in Medio Oriente, quello di «pompiere», come accennava ieri un articolo della Repubblica, dal momento che lo zar è diventato interlocutore necessario di tutti gli attori regionali, tanti dei quali o non parlano con l’amministrazione Usa o la considerano inaffidabile.

Proprio Putin potrebbe offrire una possibilità di realizzazione all’azzardo americano, incanalandolo in un ambito meno conflittuale. Tempo fa egli aveva offerto al governo israeliano di spostare l’ambasciata russa a Gerusalemme Ovest (vedi Piccolenote).

Allora ottenne un rifiuto ma l’offerta potrebbe tornare utile in futuro. Nel suo discorso strampalato, quello del Tributo alla pace (sic), Trump si è guardato dal dichiarare Gerusalemme una e indivisibile, accennando anche al suo ruolo fondamentale per le tre religioni monoteiste.

Ha anzi aggiunto che i «confini» della Gerusalemme d’Israele dovranno essere definiti in un negoziato. Da qui la possibilità che si possa in futuro aprire la prospettiva di un ridimensionamento dell’iniziativa americana.

Che cioè essa vada a riguardare solo la parte Ovest della città – magari con un ampliamento di facciata che salvi il guadagno politico conseguito da Israele -, nella quale anche i russi vadano a dislocare la loro ambasciata, in un riposizionamento a questo punto condiviso a livello globale.

Potrebbe giocare a favore di tale prospettiva l’edilizia. Anzitutto il nuovo sito della legazione Usa non è ancora stato individuato, cosa che ha fatto immaginare a tanti una possibile dilazione dei tempi.

In secondo luogo, almeno al momento appare difficile immaginare che gli ingegneri di Trump scelgano di fare i lavori nella zona araba, stante che rischiano di attirare ancor più furiose proteste se non attentati.

Da questo punto di vista, val la pena accennare che Erdogan, e non solo lui, criticando aspramente la decisione di Trump, ha parlato dell’intangibilità di al Quds, come gli islamici chiamano la città santa.

Una prospettiva che potrebbe aprirsi sta proprio in questa diversificazione, che non è solo lessicale: la delimitazione della zona di Gerusalemme capitale di Israele potrebbe dar vita alla gemella al Quds, con i luoghi santi alle tre religioni consegnati a una sovranità diversa.

Ma abbiamo parlato di prospettive di pace, che sono solo un ipotetico orizzonte futuro. Che, semmai si aprirà, sarà dopo l’incendio.

Peraltro tale ipotetico futuro è reso ancora più incerto dal fatto che la Tempesta in arrivo andrà a incrociarsi con l’altra Tempesta che da anni agita il Medio Oriente, quella del conflitto tra Iran (e suoi alleati) e Israele e Arabia Saudita (e loro alleati). Che ha trovato nella dichiarazione di ieri nuovo alimento. È la Tempesta perfetta.