Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

I due noti marchi Calvin Klein e Tommy Hilfiger nel 2020 hanno sospeso l’importazione di cotone prodotto nella regione cinese dello Xinjiang, dove la popolazione uigura viene sfruttata e repressa in quello che viene definito “genocidio culturale“. La decisione della Pvh Corp, proprietaria dei due marchi, ha causato una reazione che ha riacceso il dibattito globale. Infatti, secondo il ministero del Commercio cinese, il boicottaggio del cotone proveniente dallo Xinjang non è giustificato da prove concrete e danneggerebbe economicamente la Cina. Il paradosso è che quest’ultima ha aperto un’indagine contro il gruppo dei due marchi che invece sembra voglia solo rispettare i diritti umani.

Una delle armi della Cina è la lista dei cosiddetti “enti inaffidabili“, uno strumento di ritorsione economica utilizzato da Pechino per difendersi da sanzioni e blocchi imposti dall’Occidente, in particolare dagli Usa, finalizzati a mettere fine all’importazione di prodotti frutto del lavoro forzato.

Lo Xinjiang e gli Uiguri

Lo Xinjiang è una vasta regione autonoma nella parte Nord-Ovest della Cina, abitata da una significativa popolazione di Uiguri, minoranza etnica turcofona di fede musulmana. Da anni questa regione è al centro delle preoccupazioni internazionali: il Governo cinese è accusato di portare avanti una campagna di repressione contro gli Liguri attraverso detenzioni di massa, “rieducazione politica”, lavoro forzato e sorveglianza pervasiva della popolazione. Diversi Governi e organizzazioni per i diritti umani parlano apertamente di “genocidio culturale” o “etnocidio”, una terminologia forte ma che evidenzia come ad essere sotto attacco siano la cultura, la religione e la lingua di questa minoranza.

Una delle principali accuse riguarda proprio l’impiego di Uiguri come manodopera forzata nelle piantagioni di cotone e nelle fabbriche dello Xinjiang, che producono circa l’85% del cotone della Cina, uno dei maggiori produttori mondiali di questa materia prima. Le accuse sono sostenute da diversi rapporti, tra cui quelli dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), che ha documentato il trasferimento forzato di Uiguri in fabbriche di tutta la Cina come parte di una campagna sistematica di sfruttamento.

Le attività vanno dal lavoro forzato al trasferimento in campi di internamento, in cui vengono perpetrate violenze fisiche e psicologiche. Qui vengono anche sottoposti a corsi di formazione ideologica e di lingua, il cinese mandarino, e gli è vietato praticare la religione islamica. Dopo questi “programmi di formazione professionale”, per usare il termine ufficiale utilizzato dal governo cinese, vengono trasferiti in miniere, aziende agricole, fabbriche, dove lavorano alla realizzazione di beni di consumo destinati al mercato occidentale. Oltre al settore della moda, lo sfruttamento del popolo figuro riguarda anche il settore automobilistico, dei pannelli fotovoltaici e l’industria tecnologica.

Il boicottaggio del cotone dello Xinjiang

In questo contesto, la Pvh ha preso la decisione di sospendere l’acquisto di cotone proveniente dalla regione nel tentativo di allinearsi ai principi di responsabilità etica e di rispetto dei diritti umani. Questa mossa segue una tendenza già intrapresa da altri marchi occidentali, come H&M, Nike e Adidas, esclusi per mesi dai principali e-commerce cinesi poiché i marchi avevano cercato di prendere le distanze dallo sfruttamento del lavoro forzato nella regione.

Nel dicembre 2021, gli Stati Uniti hanno introdotto l’Uyghur Forced Labor Prevention Act, una legge che impone severe restrizioni sull’importazione di prodotti realizzati, anche parzialmente, con il contributo di manodopera forzata uigura. Questo quadro legale potrebbe aver indotto numerose aziende, inclusa Pvh, a rivedere le catene di approvvigionamento per evitare sanzioni e danni alla reputazione.

Nonostante le giustificazioni etiche e legali alla base di questa decisione, il Governo cinese ha risposto con durezza. Il ministero del Commercio cinese ha affermato che non esistono prove concrete per giustificare il boicottaggio del cotone dello Xinjiang, etichettando queste azioni come una forma di pressione politica mascherata da preoccupazioni per i diritti umani. Pechino ha sostenuto che il boicottaggio rappresenterebbe un grave danno economico per la regione, colpendo non solo l’industria del cotone ma anche i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali, Uiguri inclusi.

Il paradosso della Cina: accusare chi rispetta i diritti umani

In questa complessa dinamica, emerge un paradosso. La Cina ha infatti denunciato con forza quei marchi che tentano di rispettare i diritti umani, accusandoli di danneggiare l’economia locale e di alimentare tensioni politiche. In particolare, Pechino ha condannato le aziende come Pvh che, nonostante le dichiarazioni di impegno etico, sono viste come pedine di un gioco geopolitico più ampio, orchestrato dagli Stati Uniti per limitare la crescita economica cinese.

Secondo la narrazione cinese, i marchi occidentali che boicottano il cotone dello Xinjiang non sarebbero realmente motivati da considerazioni umanitarie, ma piuttosto da una volontà di seguire le direttive di Washington e di sabotare le relazioni commerciali con la Cina. Questo ha portato a campagne di boicottaggio interne, con cittadini cinesi che hanno smesso di acquistare prodotti di aziende come H&M, Nike e Pvh, accusandole di ipocrisia e di disprezzo verso il popolo cinese.

Il boicottaggio del cotone dello Xinjiang ha implicazioni profonde non solo per la Cina, ma anche per le aziende occidentali coinvolte. Il cotone dello Xinjiang è di fondamentale importanza per l’industria tessile globale e sospendere la sua importazione può portare a costi più alti e a difficoltà nel garantire materie prime alternative di qualità comparabile. Inoltre, molte delle grandi aziende della moda, Pvh inclusa, dipendono fortemente dal mercato cinese. Qualsiasi azione che possa alienare i consumatori cinesi rischia di compromettere i profitti aziendali e la presenza di questi marchi in Cina.

Dal punto di vista etico, tuttavia, la decisione di Pvh e di altri marchi simili rappresenta un tentativo concreto di affrontare le sfide legate alla responsabilità sociale d’impresa. Sempre più consumatori, soprattutto in Occidente, richiedono trasparenza sulle condizioni di produzione dei beni che acquistano e premiano le aziende che si dimostrano allineate a principi di giustizia sociale e sostenibilità.

In un contesto di crescenti tensioni tra Cina e Occidente, il boicottaggio del cotone dello Xinjiang diventa un simbolo delle sfide globali contemporanee, dove le questioni di giustizia sociale si intrecciano inevitabilmente con la geopolitica e il commercio internazionale.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto