La vicenda del Kashmir colpisce ancora, e questa volta minando una delle intese più forti che Islamabad abbia mai costruito, quella con l’Arabia Saudita.
L’incidente diplomatico
Alcune settimane fa, il governo pakistano aveva accusato l’Oic (Organizzazione per la cooperazione islamica ), il blocco di 57 paesi a maggioranza musulmana guidato dall’Arabia Saudita, di inerzia sulla questione del Kashmir. Così, il primo ministro pakistano, l’istrionico Imran Khan è passato al contrattacco, minacciando Riad di trattare la vicenda di fronte ad un’assise rivale, in grado di scavalcare i processi decisionali dell’Oic.
Nello specifico, era stato il ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi a chiedere a gran voce un meeting dell’Oic ad alto livello (tra ministri degli Esteri) in una controversa apparizione televisiva il 4 agosto scorso. Contestualmente a quella dichiarazione, Qureshi aveva minacciato il suo omologo saudita di voler convocare un meeting alternativo, nel quale chiedere ai Paesi islamici che contano di schierarsi a proposito della vicenda kashmira, supportando tutti “i kashmiri oppressi”.
Un “o con noi o contro di noi” che ha scosso la Umma geopolitica e la politica estera del regno di bin Salman.
Una presa di posizione senza precedenti
La presa di posizione pakistana arriva da lontano e la vicenda è andata esacerbandosi a partire dall’agosto 2019, a seguito della decisione di New Delhi di mutare lo status speciale del Kashmir. Da quel momento, Islamabad ha cercato supporto, soprattutto nel mondo islamico, per porre il Kashmir al centro di una discussione internazionale.
Tuttavia, i toni minacciosi di Qureshi costituiscono un episodio senza precedenti e le contromisure saudite non hanno tardato ad arrivare. Riad ha ritirato un prestito senza interessi da 1 miliardo di dollari che aveva concesso al Pakistan nel novembre 2018, quando il Paese navigava in pessime acque e necessitava disperatamente di riserve estere per evitare il default. A questo si aggiunge anche il mancato rinnovo di uno schema di pagamento differito e agevolato di petrolio, incluso nello stesso pacchetto di aiuti concesso due anni fa: una contromossa pesante, dal momento che il Pakistan importa circa un quarto del suo petrolio dall’Arabia Saudita.
Da qui, il timore di contromosse ancora più gravi: la prima, una possibile stretta sui tre milioni di lavoratori pakistani che lavorano in Arabia Saudita (e le cui rimesse sono un’entrata fondamentale per Islamabad) e, la più grave, che potrebbe ripercuotersi sulla partnership militare tra le due nazioni.
Un precedente importante: il meeting di Kuala Lumpur
Proprio lo scorso dicembre le due nazioni sembravano condividere una linea comune all’interno dell’Oic, all’insegna di una aperta contestazione della politica internazionale di parte del mondo islamico. Il 20 dicembre scorso, infatti, Pakistan e Arabia Saudita avevano disertato l’evento di Kuala Lumpur, trasformandosi in convitati di pietra. Khan aveva annullato il suo viaggio proprio in seguito ad una visita in Arabia Saudita nei giorni precedenti il meeting, annunciando poi di condividere le preoccupazioni dell’Arabia Saudita secondo cui l’evento avrebbe potuto “dividere” il mondo musulmano. In quell’occasione vennero affrontati alcuni temi cardine della geopolitica islamica come la vicenda degli Uighuri o la crisi dei Rohingya e l’assenza delle due grandi nazioni sembrò, da un lato, misconoscere il ruolo dell’Oic, ma, dall’altro, confermare l’entente cordiale tra i due Paesi.
Dichiarazioni incomprensibili e rumors: è davvero rottura?
Le reazioni esterne dei due Paesi sembrano però contraddittorie. Innanzitutto, colpisce la visita inaspettata del capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, il generale Qamar Javed Bajwa, in Arabia Saudita, visita che è stata immediatamente giustificata come non legata alla vicenda ma a questioni militari. Ancora più singolare l’atteggiamento del ministero degli Esteri pakistano, che ha diffuso una nota ufficiale in cui si elogia il ruolo dell’Oic nel Kashmir: a rendere tutto un groviglio inestricabile ha contribuito lunedì scorso il ministro degli Esteri Qureshi, che ha pubblicamente preso le distanze dalle affermazioni che hanno aperto la crisi, dichiarando perfino che “L’Oic ha approvato molte risoluzioni sul Kashmir e non c’è ambiguità in esse “, sono chiare, sono assertive e sono in linea con la posizione del Pakistan”, e ancora “sulla questione del Kashmir, l’Arabia Saudita non ha alcuna divergenza di opinione”.
Secondo gli osservatori internazionali l’atteggiamento schizofrenico pakistano appare davvero inspiegabile in un momento in cui Islamabad può candidarsi come pivot asiatico e potenza regionale. Più banalmente potrebbe essersi trattato di una gaffe personale di Qureshi e questo spiegherebbe le rocambolesche rettifiche delle settimane successive. Perché mai un Paese che ha un disperato bisogno di denaro, investimenti ed energia dovrebbe procedere a muso duro verso un gigante come quello saudita sapendo di aver tutto da perdere? Le alternative islamiche, poi, quali potrebbero essere? In cima alla lista figurano Turchia, Iran, Qatar e, forse, Malesia e Indonesia: un gruppo composito in cui spiccano nemici giurati di Riad.
Senza dubbio, il Pakistan oggi negozia da una posizione molto diversa da prima, soprattutto in virtù delle relazioni economiche che sta costruendo con la Cina: relazioni che però, per ora, non possono offrire la stessa solidità dei petrodollari.
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