Atene fa sul serio quando dichiara di considerare la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, sempre più assertiva nel Mediterraneo orientale, un pericoloso rivale strategico. E il governo liberalconservatore greco di Kyriakos Mitsotakis sta puntando sul rafforzamento delle capacità di difesa delle forze armate per contrastare eventuali atti ostili da parte di Ankara: l’ultima mossa, in tal senso, è stata legata all’acquisto di 18 aerei da combattimento francesi Rafale costruiti da Dassault Aviation. L’accordo è stato siglato il 25 gennaio ad Atene alla presenza del ministro della Difesa francese Florence Parly, che non ha mai fatto mistero di considerare il rafforzamento della capacità esportatrice del complesso militare industriale francese come un obiettivo strategico.

L’affare è di quelli lucrosi per l’industria francese: il contratto vale circa 2,3 miliardi di euro e porterà Parigi ad aggiungere l’alleata Atene alla lista dei Paesi che utilizzeranno il suo caccia multiruolo, di cui fanno già parte India, Egitto e Qatar, partner strategici dell’Esagono, che vuole dunque con questa mossa rinsaldare la sua vicinanza alla Grecia con cui condivide interessi fondamentali nella partita a scacchi lanciata dalla Turchia nel Mediterraneo orientale. L’arrivo dei Rafale li sommerà ai 24 Dassault Mirage 2000-5 Mk.II già in servizio in Grecia, rendendo la flotta di intercettori ellenica ancora più efficace.

Il governo greco sente come esistenziale la minaccia turca alle porte e trova, anche nel contesto di un Paese piegato dalla pandemia, nel nemico alle porte un fattore di compattamento dell’opinione pubblica. Ciononostante, la mossa del governo greco non ha mancato di suscitare contestazioni vibranti nella politica nazionale, specie dopo gli strascichi delle discussioni sull’ultima legge di bilancio. Nuova Democrazia è accusata dall’opposizione di sinistra di non aver sufficientemente sfruttato i margini di flessibilità concessi dalla sospensione delle regole europee per portare a compimento una manovra finanziaria funzionale a rilanciare un Paese segnato già da tempo da una durissima depressione economica e, anzi, di aver seguito le logiche minimali e le pratiche “austeritarie” nella redazione della legge di bilancio.

La legge di bilancio 2021, che prospetta una crescita del 4,8% per quest’ anno, scrive Il Fatto Quotidiano, “autorizza un incremento del 63% della spesa militare. L’esercito ottiene 5,44 miliardi di euro, contro i 3,35 miliardi del 2020”, e tra i programmi previsti è segnato l’avvio di un piano di investimenti da 10 miliardi di euro in dieci anni per comprare caccia e navi e assumere 15mila nuovi militari. Il punto critico è il fatto che la crescita al bilancio della Difesa è pagata con un taglio netto al cruciale settore della sanità: “il budget per la sanità scende di circa il 13%, a 4.257 miliardi di euro, contro i 4.829 miliardi di euro del 2020” perché, come ha dichiarato il ministero della Sanità greco contattato dal Fatto, si spera che “Il vaccino segnerà la fine della pandemia e l’inizio dell’era post-Covid. Le decisioni di bilancio sono state adattate a queste previsioni”. Una decisione definita “criminale” dalla sinistra extraparlamentare e duramente bocciata alla camera dei deputati ellenica dai comunisti del Kke, ma su cui l’opposizione principale, quella di Syriza, si è detta pronta a negoziare comprendendo sia le necessità di maggiori investimenti sanitari che le priorità della Difesa del Paese.

Georgios Katrougalos, ex ministro degli Esteri di Alexis Tsipras, ha dichiarato che avrebbe voluto dare priorità all’acquisto di due fregate dalla Francia; il suo partito ha votato contro la manovra ma si è simbolicamente astenuto sul caso Rafale in parlamento, a simboleggiare che le priorità della difesa nazionale sono ritenute terreno di confronto e non di rottura.

Nuova Democrazia e Syriza, al governo, hanno dovuto applicare i sanguinari memorandum di austerità che hanno affossato l’economia e la società greche ma, salvo negli anni più duri attorno al 2015, non hanno mai fermato gli acquisti di armi dai due creditori per eccellenza del Paese, la Francia e la Germania. Paesi che hanno trovato in Atene un florido mercato di sbocco per la loro industria e nei cui confronti la Grecia si è sempre dimostrata accomodante. Vuoi per convenienza, vuoi per sudditanza psicologica, vuoi per legittimo timore del turco, Atene anche nell’ora più buia dell’austerità ha sempre mantenuto come extrema ratio il taglio alle spese militari. Come se la sicurezza non fosse solo presupposto per la prosperità ma anche garanzia contro la caduta nella più nera miseria.

Ora che la geopolitica mediterranea torna a farsi bollente, la crescita delle spese militari torna a essere una priorità tutto sommato condivisa: il problema principale sta nel dualismo tra sicurezza nazionale e sicurezza sanitaria che il governo Mitsotakis sembra aver posto in essere. Dando armi retoriche a chi le considera, sul fronte opposto, inconciliabili e focalizzandosi eccessivamente sui dogmi del contenimento generale delle spese che un Paese in crisi come la Grecia, ora come ora, dovrebbe dimenticare. Non sono i Rafale, dunque, il nodo più importante per Atene. Ma la mancanza di autonomia sostanziale di una nazione oramai ridotta, da tempo, a essere l’ombra di sé stessa. E a cercare nei suoi vecchi carcerieri europei i suoi più affidabili patroni.