Gli elettori del Burundi hanno approvato un referendum che estende i limiti di tempo del mandato presidenziale. Fino ad ora, la costituzione della nazione dell’Africa orientale ha permesso ai leader di poter candidarsi per due mandati di cinque anni. Ora in base alla modifica ogni mandato durerà sette anni. L’incarico di Nkurunziza sarebbe terminato nel 2020. Dopo il referendum, il leader 54enne potrà correre di nuovo e rimanere così al potere fino al 2034. Nkurunziza è un ex leader ribelle che prese il potere nel 2005 alla fine di una guerra civile in cui furono uccise circa 300mila persone.

Intanto il clima si è già surriscaldato. Le forze di sicurezza hanno creato un clima di paura e intimidazione prima del voto e gli oppositori sono stati presi di mira. L’11 maggio 26 persone sono state uccise nel nord-ovest del paese. Tre giorni dopo un attivista dell’opposizione è stato assassinato per la strada da una folla di giovani miliziani filogovernativi. I presunti oppositori sono stati “uccisi, violentati, rapiti, picchiati e intimiditi”, ha dichiarato Human Rights Watch, aggiungendo che aveva documentato almeno 15 uccisioni, sei stupri e otto rapimenti. “Il referendum del Burundi si è svolto in mezzo a diffusi abusi, paure e pressioni, un clima che chiaramente non favorisce la libera scelta”, ha detto Ida Sawyer, direttore della Ong in Africa centrale.

Il referendum in Burundi mette in evidenza come la costante erosione dei limiti del mandato presidenziale interessi negli ultimi anni in tutta l’Africa centrale. Negli ultimi dieci anni una mezza dozzina di paesi ha ignorato o revocato le leggi che limitavano i presidenti a non più di due mandati.

Ma questo referendum rappresenta anche la morte degli accordi di Arusha che posero fine alla guerra civile e imposero la condivisione del potere tra Hutu e Tutsi, i due principali gruppi etnici del paese, i cui combattimenti hanno segnato la politica burundese dall’indipendenza nel 1962.

L’ultima crisi del Burundi è iniziata nel 2015, quando Nkurunziza ha deciso di candidarsi per un terzo mandato. Il suo partito che discende dal gruppo ribelle hutu sostenne che il suo primo mandato non contava, perché il leader era stato nominato dal parlamento e non eletto. Due mesi prima di essere rieletto, il suo governo è stato rovesciato in un colpo di stato mentre era in viaggio nella vicina Tanzania. Nell’anno successivo, il Burundi è stato scosso da tremende violenze. I sostenitori dell’opposizione sono stati arrestati o molti sono scomparsi. Quasi mezzo milione di persone sono fuggite nei paesi vicini. Alcune ong per i diritti umani sostengono che 456 persone sono state assassinate solo nel 2017. Anche l’informazione è stata imbavagliata. I giornalisti indipendenti sono stati cacciati, la BBC e Voice of America sono stati chiusi.

Ma particolarmente allarmante è ciò che sta avvenendo all’interno dell’esercito. In base agli accordi di Arusha vi erano al suo interno quote hutu e tutsi a tutti i livelli, per conquistare la fiducia di entrambi i gruppi. Eppure molti degli ufficiali la maggior parte Tutsi, sono stati costretti a ritirarsi. Alcuni ufficiali sono stati assassinati. Nel frattempo, i ribelli vicini a Nkurunziza – di etnia hutu – hanno il predominio. Il prossimo passo è abolire le quote etniche, permettendo Nkurunziza di rendere l’esercito completamente dominati dagli hutu.

Per il Burundi esistono problemi anche a livello economico. Dal 2015 il Pil pro capite è diminuito ogni anno. La popolazione invece è in crescita, è aumentata del 10% arrivando a circa 11 milioni. Quasi i tre quinti dei burundesi sono malnutriti. L’unica industria in crescita è il contrabbandato di oro dal Congo, dove si dice che Nkurunziza abbia alleati tra le milizie hutu. Il timore è che si riaccenda una guerra per procura in Congo tra Burundi e Ruanda, il cui presidente, Paul Kagame, è un tutsi.