”Buon compleanno Africa!”. Sono trascorsi esattamente sessant’anni da quel 1960 passato alle cronache come l’anno dell’Africa. Dodici mesi durante i quali ben 17 Paesi africani hanno raggiunto una completa indipendenza. Un anno che, sebbene sia stato troppo spesso celebrato con eccessi di lirismo e in più occasioni abbia visto lo studio storico e l’indagine analitica perdere terreno nei confronti della retorica politica e il trasporto militante, è stato comunque un evento di portata epocale: un annus mirabilis per l’Africa e la storia contemporanea.

È stato, il 1960, un anno ricco di contraddizioni. Da un lato, infatti, dietro il nome ”indipendenze” si è assistito all’ennesimo artificio da parte delle potenze coloniali per poter continuare a scrivere la storia dell’Africa stringendone le redini dell’economia e della politica; dall’altro lato il 1960 è stato però anche un punto di svolta a livello sociale per gli africani perché ha simboleggiato la liberazione, da un punto di vista culturale, dal giogo del colonialismo e dagli orrori che questo ha comportato.

Il 1960, nel bene e nel male, è stato quindi una pietra fondante del nostro presente e oggi abbiamo il dover di rileggere e conoscere quell’anno per capire al meglio un continente che per troppo tempo e da troppi è stato considerato periferico e subordinato e che invece negli ultimi dodici lustri ha dimostrato di essere protagonista della contemporaneità e del futuro globale. A oltre mezzo secolo di distanza infatti molte delle questioni che si sono affacciate sul divenire africano, ma anche europeo, in quei giorni di inni e nuove bandiere, sono ancora attuali e inoltre fenomeni e cause, di cui in maniera lapalissiana oggi vediamo e viviamo le conseguenze, affondano le proprie radici in quel non così lontano 1960. Se quindi si vuole comprendere il nostro contingente e capire come mai in Africa dalle utopie di indipendenza si è arrivati ai neocolonialismi, dagli appelli all’unità nazionale ai massacri etnici, dalla sacralità delle frontiere alla sacralità transfrontaliera dell‘internazionalismo salafita e dall’irredentismo africano alla fuga dall’Africa dei migranti, un buon punto di partenza è ripercorrere gli schematismi storici e le strutture politiche ed economiche che hanno contraddistinto, negli anni, quei 17 Stati che hanno raggiunto l’indipendenza nel 1960 e di cui in questo 2020 si celebra l’anniversario.

Prima di addentrarsi nella storia delle singole nazioni è doveroso fare però un piccolo cappello introduttivo su quel processo rivoluzionario avvenuto al termine della Seconda guerra mondiale e conosciuto come ”decolonizzazione” e da cui, il mondo che noi oggi conosciamo, ha avuto inizio.

La ”decolonizzazione”

A partire dal 1946 le periferie del mondo, sino a quel momento appendici e riserve di uomini e materie prime delle potenze planetarie, hanno iniziato a staccarsi dalla rispettive madrepatrie e ad acquisire piena indipendenza. Le apri fila di questo processo sono state il Libano, la Siria, le Filippine, la Transgiordania e poi l’Indonesia, l’India, il Pakistan e a seguire Vietnam, Cambogia, Laos, Tunisia, Marocco, Egitto e l’Algeria che intanto aveva imbracciato le armi.

È in questo scenario che si è arrivati quindi al cruciale 1960 l’anno in cui la decolonizzazione ha abbracciato l’Africa sub-sahariana. I primi Stati a rendersi indipendenti sono state le ex colonie francesi, questo avvenne innanzitutto perché rispetto al colonialismo britannico quello francese aveva puntato maggiormente sull’assimilazione e quindi, i legami tra madrepatria e possedimenti in termini politici, economici e persino culturali, erano più stretti. E poi perché la Francia, che aveva appena perso la guerra in Indocina, aveva la necessità di concentrare tutte la sue forze in Algeria. Fu così che nel 1956 la ”legge quadro” o ”legge Defferre” stabilì un regime di autonomia per i raggruppamenti dell’Africa Occidentale francese e dell’Africa Equatoriale francese e nel 1958 Charles De Gaulle propose la creazione di una comunità, sperando di dar vita a un Commonwealth transalpino, che fu approvata il 28 Settembre. Questa soluzione però durò poco e infatti nel giro di pochi mesi, a partire dal 1960, i governi locali si pronunciarono a favore dell’indipendenza, pur mantenendo rapporti con l’ex madrepatria. Le esperienze delle ex colonie francese ispirarono altri territori come la Somalia, la Nigeria e il Congo Belga che sempre nel 1960 si resero indipendenti.

Un'immagine d'archivio dei paracadutisti francesi durante la guerra in Indocina (LaPresse)
Un’immagine d’archivio dei paracadutisti francesi durante la guerra in Indocina (LaPresse)

Tutte queste indipendenze avvennero in modo pacifico e furono più concesse che conquistate e per concludere e tirare sinteticamente le somme, da un punto di vista politico ed economico di quello che fu l’anno dell’Africa, basta rileggere le parole espresse in merito da uno dei più grandi africanisti italiani, il professore Giampaolo Calchi Novati: ”I governi coloniali assecondano nel complesso il processo verso l’indipendenza per prevenire fenomeni di radicalizzazione sull’esempio dell Algeria, assicurandosi che il trapasso dei poteri vada a beneficio di governi, espressione di classi dirigenti fidate, controllabili, in grado di gestire il ‘neocolonialismo’. È il caso soprattutto delle ex colonie francesi. Nel Congo, il tentativo di Lumumba di dare inizio – sia pure senza la preparazione politica che sarebbe necessaria – a un programma che possa rendere effettiva, se non addirittura ‘rivoluzionaria’, l’indipendenza, finisce in una tragedia. Proprio i fatti congolesi dimostrano che l’ Africa è ancora ‘sotto tutela’”.

I 17 Paesi che si resero indipendenti nel 1960 furono: Camerun, Togo, Senegal, Mali, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Benin, Niger, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ciad, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Nigeria, Mauritania.

Camerun

Il primo gennaio 1960 il Camerun divenne indipendente sotto la guida di Ahmadou Ahidjo. Al potere grazie all’aiuto della Francia, Ahidjio mise subito fine al sistema federale tra la parte francofona e anglofona del Paese e iniziò una lunga guerra, che durò sino agli anni Settanta, contro l’Unione delle popolazioni del Camerun (Upc), di ispirazione marxista. Nel 1966 venne instaurato un regime monopartitico. Un forte intervento dello stato nell’economia e la disponibilità di materie prime permisero comunque una crescita economica negli anni Sessanta. Le dimissioni di Ahidjo nel 1982 e l’ascesa ai vertici della nazione di Paul Biya diedero inizio a una fase di instabilità, culminata con il tentato colpo di stato dell’aprile 1984, a cui seguì una dura repressione da parte del regime. Biya, ancor oggi alla guida del Camerun, in questi trent’anni ha governato in modo autoritario e nei fatti non ha mai dato vita a una stagione di democratizzazione dello stato. Il Paese che è travolto dalla piaga della corruzione, con un debito estero di 8,36miliardi di dollari, oggi affronta due crisi armate. Nel nord la guerra degli jihadisti di Boko Haram e nel sud la ribellione degli indipendentisti anglofoni.

Togo

Il primo presidente del Togo fu Sylvanus Olympio che dopo gli studi in Europa tornò nel suo Paese natale nel 1958 quando il Togo si distaccò dal Ghana. Fu Olympio a negoziare con De Gaulle l’indipendenza del Paese che avvenne nel Sessanta e da quel momento il leader dell’indipendenza diede vita a un regime repressivo tanto da essere assassinato nel ’63 dagli uomini di Nicolas Grunitzky. Grunitzky, una volta al potere, avviò un percorso democratico e liberale in politica interna, rispettò il multipartitismo e in politica estera adottò la strategia del non allineamento. Il 13 gennaio 1967 fu però destituito in seguito a un putsch guidato dal generale Gnassingbé Eyadéma, che rimase al poter sino al 2005 anno della sua morte. Il leader supremo del Togo diede vita a un regime autocratico, riformò la costituzione, abolì il pluripartismo fino agli anni ’90, e nazionalizzò settori produttivi di massima rilevanza come quello minerario. La sua morte improvvisa, avvenuta nel 2005, fu seguita da un colpo di stato militare e il figlio, Faure Gnassingbé prese il potere che detiene ancor oggi.

Senegal

Il 20 agosto 1960 il Senegal ottenne la piena indipendenza e Leopold Sedar Senghor venne eletto presidente. Il leader del neonato stato dell’Africa occidentale, mantenendo stretti legami politici, economici e militari con la Francia garantì una considerevole stabilità al Paese e sebbene in ambito internazionale si attivò per la formazione di un’ ”Internazionale socialista africana” e in Occidente cercò di accreditarsi come il promotore di un socialismo africano moderato, in politica interna invece accentrò il potere nelle sue mani, impose il monopartitismo e si macchiò di corruzione. Negli anni settanta, di fronte al dilagante malcontento e alle proteste di studenti e sindacati contro la politica filofrancese, fu avviata una relativa democratizzazione del Paese. Senghor diede volontariamente le dimissioni nel 1980 e il potere passò nelle mani di Abdou Diouf. In politica estera gli anni Ottanta furono caratterizzati dall’impegno personale di Diouf nel continente africano come presidente dell’Organizzazione dell’Unità Africana (Oua) e furono mantenuti i legami tradizionali con l’Occidente. Negli anni Novanta però, a causa della svalutazione del franco Cfa, il Paese affrontò una difficile crisi economica e molte persone caddero in miseria. Nonostante la democratizzazione interna, nei primi anni Duemila il Paese continuò tuttavia a essere turbato dalle violenze degli indipendentisti della Casamance ma, con la vittoria di Macky Sall, ex premier e attuale presidente, si è assistito a una pacificazione dell’area, a una distensione dei rapporti con i Paesi confinanti e a un miglioramento della situazione economica grazie anche alle rimesse e al rientro in patria di molti senegalesi emigrati negli anni Novanta.

Mali

Il 22 settembre 1960, a seguito della secessione del Senegal, nacque la repubblica del Mali. Il primo presidente della repubblica Modibo Keita, vicino alle istanze panafricane degli anni Trenta, adottò un indirizzo socialista che però aggravò la situazione economica e scatenò un diffuso malcontento sociale. Fattori che favorirono il golpe del 1968 attraverso il quale il colonnello Mussa Traoré divenne capo dello stato e del governo. In politica interna il nuovo leader attuò una dura repressione contro i sostenitori del precedente governo, nel 1974 fece approvare una nuova costituzione che prevedeva l’istituzione di un regime a partito unico e, contemporaneamente, la precaria situazione economica, causata dalla dipendenza dall’estero e dalla speculazione agricola, fu aggravata dalla drammatica siccità che negli anni Settanta e Ottanta colpì l’intera zona del Sahel. In politica estera il regime militare si lanciò nell’irrealistica impresa di ricostituire l’antico impero del Mali e ciò portò a una vera e propria guerra di confine con il Burkina Faso nell’85. Nel marzo 1991 nuove dimostrazioni di massa contro il regime portarono alla caduta di Traoré e iniziò un processo di democratizzazione e di distensione dei rapporti con i gruppi tuareg. Nel 2002, alle elezioni, vinse Amadou Toumany Touré, riconfermato poi anche in quelle del 2007, ma in questi anni il Mali vide un disastroso dissesto della situazione economica, politica e sociale: una grave siccità investì di nuovo il Paese, i rapporti con i gruppi tuareg si deteriorarono giorno dopo giorno, incominciarono a registrarsi infiltrazioni di cellule di Al Qaeda e numerosi cittadini maliani iniziarono ad abbandonare la nazione fuggendo verso l’Europa. Fu così che si arrivò alla crisi del 2012 che ancora oggi perdura. Nella primavera del 2012 un colpo di Stato militare depose il presidente Touré, parallelamente i ribelli tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) presero il controllo dell’intera parte settentrionale della nazione e, unendosi ai gruppi jihadisti, decretarono la nascita di uno stato islamico nel nord. Seguirono quindi un intervento militare francese e l’invio di un contingente di peacekeeping delle Nazioni Unite ma, nonostante i colloqui di pace e la formazione di un nuovo esecutivo con a capo Boubacar Keita, l’instabilità non cessò. I gruppi jihadisti ancor oggi imperversano e adesso si registrano anche scontri per il controllo della terra tra i diversi gruppi etnici che popolano il Mali.

Madagascar

Il Madagascar raggiunse l’indipendenza il 26 giugno 1960, restando tuttavia nell’ambito della Comunità francese. La prima fase del nuovo stato fu caratterizzata dalla figura del presidente Philibert Tsiranana. La guida della neonata repubblica, pur dichiarandosi sostenitore di un socialismo moderato e di stampo liberale, diede vita a un governo estremamente autoritario e filo-occidentale fino al 1972, anno delle sue dimissioni. Il 14 giugno 1975 il capitano Didier Ratsiraka venne nominato presidente del Consiglio supremo della rivoluzione e capo dello stato, fu promulgata una nuova costituzione, i rapporti con la Francia si fecero sempre più flebili mentre si rafforzarono quelli con l’Urss tanto che nell’isola dell’Oceano Indiano venne introdotta una politica di carattere socialista, fondata sui fokonolona, strutture comunitarie che divennero i nuclei di una nuova organizzazione amministrativa. Ratsiraka, con il crollo del mondo sovietico, cercò di aprirsi al mondo occidentale, sopratutto a fronte di un’ ondata di proteste da parte dei cittadini che chiedevano l’ abolizione della costituzione socialista. Ma sebbene nel 1992 fu approvata una nuova costituzione, un vero cambiamento al vertice del Paese avvenne solo nel 2002 , quando Marc Ravalomanana si autoproclamò presidente. Dopo una fase di tensione e scontri armati, Ravalomanana ottenne l’appoggio dei militari e costrinse Ratsiraka all’esilio. Negli ultimi vent’anni le tensioni politiche non hanno abbandonato il Madascar, disordini e tentati colpi di stato hanno caratterizzato la storia recente dell’arcipelago malgascio ma, oltre ai problemi interni che sembrano essersi esauriti dopo l’elezione di Andry Rajoelina a guida dello stato nel gennaio 2019, il Madagascar negli ultimi anni ha dovuto fronteggiare anche le crisi provocate da cicloni e uragani e nel 2017 un’epidemia di peste polmonare ha aggravato ulteriormente la situazione umanitaria di uno stato dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Repubblica Democratica del Congo

La storia della Repubblica democratica del Congo è stata travagliata sin dalle sue origini. A pochi mesi dalla proclamazione della sua indipendenza, nel 1960, il Paese precipitò in una sanguinosa guerra civile. Le regioni del Kasai e del Katanga ricche di materie prime e vicine agli ex colonizzatori belga e alle compagnie estrattive occidentali proclamarono la secessione. Patrice Lumumba, primo ministro e leader del partito africanista Mnc, si trovò solo ed emarginato sia a livello nazionale che internazionale e dopo il golpe del colonnello Mobutu (14 settembre 1960), venne arrestato e poi assassinato. La crisi del Katanga si concluse soltanto nel gennaio 1963 grazie a un intervento dell’Onu ma l’instabilità continuò a regnare nel Paese che divenne il teatro di una violenta guerra civile tra le forze del Consiglio nazionale di liberazione supportate dalla Cina e l’esercito lealista che godeva dell’appoggio occidentale.

Fu in seguito alla vitoria contro i ribelli che Mobutu nel novembre del 1965 compì un nuovo colpo di stato e instaurò un regime dittatoriale che durò per i successivi trent’anni. Durante il suo governo Mobutu represse duramente ogni opposizione, avviò una politica basata sull’esaltazione del carattere nazionale ribattezzando il Paese con il nome di ”Zaire”, svendette giacimenti e terre alle imprese straniere e creò un sistema basato sulla corruzione tanto da venire ribattezzato: ”cleptocrazia”. Le difficoltà economiche dello Zaire divennero insostenibili negli anni’90 e furono aggravate dall’emergenza umanitaria legata all’ arrivo di oltre un milione di profughi ruandesi. Fu in questi anni che nacque l’esercito ribelle Afdl, che con alla testa Laurent Désiré Kabila, partendo dalle colline del Ruanda, in un solo anno, arrivò sino alla capitale Kinshasa e nel 1997 mise fine al regime di Mobutu. Nel 1998 un nuovo conflitto scoppiò in Congo e questa volta vide il Ruanda e l’Uganda scontrarsi contro il governo del nuovo presidente appoggiato invece da Angola, Namibia e Zimbabwe. Nel 2001, Kabila venne assassinato e gli successe il figlio Joseph che, sebbene portò nel 2006 il Paese alle prime elezioni della sua storia non pacificò mai la regione. Il Congo ancor oggi è infatti lo scenario di continue crisi e guerriglie, la maggior parte sono condotte per procura per l’accaparramento dei giacimenti naturali, in particolare del coltan, nelle regioni orientali, al momento, sono state registrate oltre 50 formazioni ribelli e la Repubblica democratica del Congo, uno dei Paesi più poveri al mondo, con oltre quattro milioni di rifugiati interni, negli ultimi mesi si è trovata a fronteggiare anche una delle peggiori epidemie della storia del virus ebola.

Somalia

Nel 1950 l’Onu affidò la Somalia in amministrazione fiduciaria all’Italia per prepararla all’indipendenza che avvenne nel 1960. Il primo presidente del Paese fu Abdirrashid Alì Sharmarke che venne però assassinato pochi giorni prima del colpo di stato militare dell’ottobre 1969 che portò al potere il generale Mohammed Siad Barre. La nuova guida dell’ex colonia italiana avviò un esperimento di “socialismo scientifico” su modello sovietico che venne guardato con interesse dalle potenze globali. Effettuò un’aspra lotta contro le istituzioni claniche, impedì qualsiasi sconfinamento della sfera religiosa in politica e diede vita a una campagna di alfabetizzazione che conseguì rilevanti risultati. Il suo governò si rivelò autoritario e repressivo e poi, quando a seguito di una forte carestia e della sconfitta nella guerra contro l’Etiopia, fu colpito da una grave crisi economica, si trovò isolato anche a livello internazionale. La Somalia dalla fine degli anni ’70 alla fine degli anni ’80 si trovò in una situazione disperata, il Paese fu travolto dalla guerra civile e nel gennaio 1991 il regime di Barre crollò. I leader della lotta contro il regime: Aidid e Ali Mahdi, non riuscirono mai a raggiungere un accordo e avviarono un cruento conflitto che portò il Paese in uno stato catastrofico con decine di milizie, agli ordini dei ”signori della guerra”, a imporre come sola legge quella delle armi e della violenza. La nazione fu colpita anche da una feroce carestia, la distribuzione degli aiuti internazionali venne resa quanto mai difficile dalle lotte intestine e dai saccheggi, i morti furono circa 300mila e l’invio di un contingente militare sotto l’egida Onu all’interno dell’operazione Restore Hope (1992-95), non servì a risolvere le sorti di un Paese che ormai era la rappresentazione di uno stato fallito. A Gibuti nel 2000 si tenne la prima di una lunga serie di conferenze di pace che consentirono la formazione nel 2004 di un governo provvisorio ma parallelamente in Somalia emerse, in maniera sempre più radicale, il problema dell’integralismo islamico: prima con l’Unione delle Corti Islamiche, poi con Al Shabaab. Lo jihadismo di impronta qaedista ancor oggi non ha cessato la sua guerra contro il governo centrale e sebbene negli ultimi anni siano avvenute le prime elezioni dai giorni dell’indipendenza e la popolazione della Somalia abbia dimostrato di voler un ritorno alla normalità, comunque il disordine, la pirateria al largo delle coste e lo stato di crisi continuano, come dimostrano la serie di attentati che hanno ucciso centinaia di persone tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020.

Benin

Lo Stato dell’Africa Occidentale divenne indipendente il 1° agosto 1960 mantenendo il nome di Dahomey. I primi anni del nuovo stato furono segnati da una grave instabilità politica causata dai contrasti fra le etnie del nord e quelle delle sud, dalla mancanza di dirigenti preparati e dalla scarsità di materie prime. Fu per questo che dal 1960 al 1972 ci furono cinque costituzioni e dieci presidenti e continui scontri e colpi di Stato. Un cambiamento radicale avvenne nel 1972 quando il maggiore Mathieu Ahmed Kérékou prese il potere, introdusse un regime monopartitico, trasformò la nazione in una repubblica di stampo marxista e cercò di garantire al Paese una relativa stabilità politica e sociale. Nel 1975 la denominazione dello stato venne mutata in Benin, i più importanti settori dell’economia furono nazionalizzati e nel 1979 fu promulgata una nuova costituzione. Una grave crisi economica e un governo autoritario in difficoltà segnarono la fine dell’esecutivo di Kérékou nel 1989 e da quel momento ebbe inizio un processo di democratizzazione politica e di liberalizzazione economica. Alle elezioni del 1991 vinse Nicéphore Soglo di stampo filo occidentale, una nuova fiammata di disordini politici e sociali infiammò il Paese tra il ’96 e il 2000 ma con la nomina a presidente della Repubblica dell’economista Thomas Yayi Boni prima e di Patrice Talon poi, lo stato africano attuò un’aspra lotta alla corruzione, migliorò la situazione economica, grazie anche alla scoperta di giacimenti di petrolio, e si impegnò nella stabilizzazione della regione supportando i contingenti impegnati nella guerra contro Boko Haram.

Niger

Anziano deputato a l’assemblea nazionale francese, Hamani Diori fu il primo presidente della Repubblica del Niger e durante il suo governo il Paese beneficiò di una notevole stabilità politica e di una buona situazione economica grazie alla scoperta dei ricchi giacimenti di uranio. Nell’aprile del 1974 Diori venne deposto da un colpo di stato. Seyni Kountché, capo di Stato maggiore dell’esercito, prese le redini del comando: da un lato sospese la costituzione e dall’altro mantenne ottimi rapporti con la Francia. La seconda metà degli anni Ottanta fu segnata da gravi contrasti etnici ma anche da un progressiva democratizzazione della nazione. Il ’93 fu l’anno delle prime elezioni libere della storia del Niger ma la svolta democratica durò poco dal momento che un nuovo colpo di stato riportò i militari al potere sino al 2000 quando venne promulgata una nuova costituzione e Mamadou Tandja divenne presidente. Ma il nuovo leader, pure lui, cercò di accentrare il potere nelle sue mani sciogliendo il parlamento e solo un putsch militare portò alla sua destituzione nel 2010, alla formazione di un governo di transizione e all’indizione delle libere elezioni nel 2011 che portarono alla vittoria dell’attuale Presidente Mamadou Issoufou. Negli ultimi anni il Niger ha rinnovato i contratti per l’estrazione dell’uranio con l’impresa Avrea ed è divenuto anche uno dei Paesi crocevia dei migranti che dall’Africa viaggiano verso l’Europa. Il Niger assolutamente strategico per gli equilibri del continente africano e di primo piano per l’ Europa per quel che concerne il flusso dei rifugiati, negli ultimi dieci anni è entrato nelle mire dell’internazionalismo jihadista. La terra saheliana è infatti caratterizzata dalla presenza di movimenti legati sia ad Al Qaeda che a Boko Haram.

Burkina Faso

Il 5 agosto 1960 venne proclamata l’indipendenza dell’Alto Volta con presidente Maurice Yaméogo, leader dell’Unione democratica dell’Alto Volta (Udv). Nel gennaio 1966 il colonnello Sangoulé Lamizana attuò un colpo di Stato e diede vita a un regime militare dai caratteri però molto singolari: sebbene l’esercito e Lamizana mantennero il potere venne comunque garantita una certa libertà alla società civile: furono autorizzati i partiti politici, i sindacati e fu promulgata una nuova costituzione. Nel 1974, una lotta di palazzo tra i delfini della guida suprema dell’Alto Volta, e una grave crisi economica, portarono Lamizana ad assumere assoluti poteri fino a quando nel 1977, una nuova costituzione ripristinò la democrazia. Un cambiamento radicale nella storia del Paese africano e di tutto il continente avvenne negli anni ’80 quando i colonnelli Saye Zerbo, Jean Baptiste Ouedrago e Thomas Sankara presero il potere, ribattezzarono il paese Burkina Faso (terra degli uomini integri) e diedero inizio a una vera e propria rivoluzione. Sankara cercò di sviluppare una politica mirata all’indipendenza culturale, all’emancipazione economica dall’occidente, alla tutela dell’ambiente e alla nazionalizzazione delle materie prime. Proprio per la sua espressa volontà di non voler più pagare il debito venne ucciso nell’ottobre 1987 nel corso di un colpo di stato, presumibilmente ordito dalla Francia, e guidato dal capitano Blaise Compaoré. Il regime di Compaoré fu sanguinario, repressivo e spietato come testimoniano arresti e omicidi illustri come quello del giornalista Norber Zongo. Dopo vent’anni di repressione, nel 2014 e nel 2015 una vera sollevazione popolare fece crollare la dittatura e portò alla formazione del nuovo esecutivo con presidente Christian Kaboré. Il Burkina Faso, colpito da una forte siccità e una crisi ambientale esasperata, è divenuto oggi uno dei paesi maggiormente colpiti dall’espansione dello jihadismo e ora, l’area settentrionale della regione, è nelle mani delle formazioni legate alla galassia delle bandiere nere.

Costa d’Avorio

Ottenuta l’indipendenza in Costa d’Avorio si instaurò una repubblica presidenziale a capo della quale, per un trentennio, fu confermato ogni cinque anni Félix Houphouët-Boigny. Una situazione anomala ma che permise al Paese di godere, per i suoi primi anni da nazione sovrana, di una stabilità che in pochi altri casi si è riscontrata in Africa. I problemi emersero nella seconda metà degli anni Ottanta quando il crollo dei prezzi del caffè e del cacao causarono una grave recessione economica e contemporaneamente si inasprirono le tensioni sociali. Per far fronte alle proteste, nel maggio 1990, Boigny, come misura di facciata, si dichiarò disposto ad aprire al sistema del multipartismo ma fu solo una dichiarazione politica. Nel 1993 Boigny morì e gli succedette Henri Konan Bédié. Una grave crisi interna scoppiò nel 1999, quando Bédié fece arrestare varie centinaia di oppositori e alla fine dell’anno un colpo di stato destituì il presidente portando al potere una giunta militare. Nell’ottobre 2000 il potere passò nella mani di Laurent Gbagbo, ma un tentato colpo di stato nel 2002 gettò il Paese di nuovo nel caos facendolo sprofondare in una feroce guerra civile. Solo nel 2007, in seguito a ripetuti negoziati, fu inaugurato un nuovo governo di transizione con Gbagbo presidente e Guillaume Soro, un leader ribelle, primo ministro. Le elezioni presidenziali del 2010, che si sperava fossero un evento in grado di riappacificare la regione, segnarono invece un ritorno delle tensioni dal momento che uscirono vincitori sia Gbagbo che Alassane Ouattara e formarono, nelle rispettive aree di influenza, due diversi governi. Fu così che nei primi mesi del 2011 la crisi si riaccese, sino a quando Ouattara riassunse la carica di presidente e si impegnò a fondo nel rilancio dell’economia e nella riconciliazione del Paese. La Costa d’Avorio negli ultimi anni ha implementato il settore produttivo tanto da essere oggi la migliore economia dell’Africa occidentale, ma le tensioni politiche non sono mai scemate del tutto e un momento cruciale saranno le elezioni programmate a fine 2020.

Ciad

La storia del Ciad, dall’indipendenza ad oggi, è una delle più travagliate dell’Africa. Il Paese infatti, a causa delle sue profonde criticità: poche risorse, una collocazione geografica infelice e forti tensioni etniche, fu sempre sconvolto da guerre civili e sanguinarie dittature. Il primo presidente del Ciad fu François Tombalbaye che diede vita a partire dal ’63 a un regime monopartitico e repressivo che rappresentava unicamente gli interessi delle etnie del sud. Contro questa linea politica, nel 1966, il Fronte di liberazione nazionale del Ciad (FROLINAT), sostenuto dalla Libia, diede avvio alla prima fase della guerra civile ciadiana che contrappose il nord, appoggiato da Muammar Gheddafi che nel 1973 occupò la fascia di Auzu, al sud filo governativo. Il 13 aprile 1975, un colpo di Stato militare portò al potere il generale Felix Malloum, ma la guerra civile continuò. Nell’agosto 1979 grazie a un accordo tra Malloum e Hissène Habré, capo di una frazione dei ribelli, si arrivò a una spartizione del potere provvisoria ma, una battaglia nella capitale N’Djamena tra i due schieramenti, sancì la vittoria de facto dei ribelli del nord. La pace non fu duratura perchè una spaccatura in seno al fronte degli insorti fece scaturire una nuovo conflitto questa volta tra Hissene Habre e Goukouni Oueddei. Il primo si oppose alle mire libiche sulla striscia di Auzu, mentre il secondo si dimostrò sempre più vicino ai libici tanto da prospettare l’unione di Ciad e Libia. Grazie all’ appoggio francese le truppe di Hissène Habré conquistarono la capitale nel giugno 1982 e Habré si proclamò presidente, dando vita a uno dei regimi più sanguinari di tutta l’Africa, tanto da venire soprannominato il ”Pinochet africano”. A inizio anni ’90 però nella regione del Ouadday si aprì un nuovo fronte che vide contrapporsi i ribelli di Idriss Deby e l’esercito governativo. I primi scatenarono un’offensiva che provocò la caduta del presidente e la presa del potere da parte di Deby, che tutt’ora è a guida dello stato saheliano.

Le rivolte e le escalation militari hanno caratterizzato il primo decennio degli anni 2000, ma oggi il Ciad si trova a dover combattere contro due nuovi nemici: Boko Haram, che nella zona del bacino del Lago Ciad ha instaurato una delle sue roccaforti, e il cambiamento climatico che sta portando a una desertificazione di tutta l’area settentrionale della nazione e a un aumento incontrollato della povertà e della miseria.

Repubblica Centrafricana

L’eroe nazionale che accompagnò il Paese verso l’indipendenza fu Barthélemy Boganda, anche se morì un anno prima che il Centrafrica divenisse indipendente. Dopo la sua morte nel 1959 divenne capo dello Stato e del governo David Dacko, ma nel 1965 il colonnello Jean Bedel Bokassa si impadronì del potere ed instaurò una scellerata dittatura, abolendo ogni libertà individuale e dando sfogo a manie mitomani tanto che nel 1976 promulgò l’impero. Nel settembre 1979 con un colpo di stato David Dacko destituì Bokassa e restaurò la repubblica, ma nel settembre 1981 il generale André Kolingba si impadronì del potere fino al 1986, quando fu approvata una nuova costituzione. La situazione economica del Paese, a causa delle politiche sconsiderate dei governanti e dell’estrema arretratezza della nazione, è sempre stata critica e il continuo stato di insicurezza ha contribuito a rendere la Repubblica Centrafricana uno dei Paesi più poveri e problematici del continente africano. Nel 2012 è esploso un conflitto civile che ha visto contrapporsi le comunità cristiane e musulmane e ancor oggi la situazione di guerra perdura condannando gli abitanti della Repubblica Centrafricana a vivere in una perenne stato di insicurezza e in una condizione di miseria assoluta.

Repubblica del Congo

I primi anni dell’indipendenza furono caratterizzati da scontri politici e colpi di stato. Nel 1963 il potere venne preso dai militari e venne proclamato presidente Alfonse Massemba-Débat che si avvicinò sin da subito al blocco socialista. Una radicalizzazione dell’ideologia marxista nel Paese si ebbe fra il 1968 e il 1970 quando Massemba-Débat dovette dimettersi e fu sostituito dal capitano Marien Ngouabi che nel 1970 proclamò la nascita della “Repubblica popolare del Congo”. Il Congo divenne allora un punto di riferimento sempre più importante per i movimenti rivoluzionari africani. All’interno del Paese si verificarono svariati tentativi di colpi di stato culminati con l’assassinio nel 1977 di Marien Ngouabi. Presidente dal febbraio 1979 fu il colonnello Denis Sassou Nguesso che nel 1990 accettò l’introduzione del pluripartitismo e abbandonò il marxismo-leninismo. La fine dell’esperienza marxista e del regime militare videro l’acuirsi delle tensioni etniche e l’inasprirsi di una grave crisi economica. Fu in questo contesto che nel 1997 Deniss Sassou-Nguesso, con un golpe, prese il potere che tutt’oggi detiene. Negli anni il Paese è riuscito a migliorare la sua situazione economica grazie sopratutto all’esportazione delle materie prime di cui è ricco (petrolio, legname, zucchero, cacao, caffè, diamanti ) e che gli garantiscono entrate superiori ai cinque miliardi di dollari l’anno.

Gabon

Il Gabon è uno dei Paesi africani che dalla sua indipendenza, nel 1960, ad oggi non ha mai conosciuto una vera fase democratica. Paese ricchissimo di risorse (petrolio, gas naturale, diamanti, manganese, uranio, oro, minerali di ferro, energia idroelettrica; legname ) ha vissuto soltanto dei lunghi periodi di autoritarismo dal giorno dell’indipendenza ad oggi. Léon M’Ba, che nel 1946 fondò il Blocco democratico gabonese (Bdg), fu il primo presidente del Gabon indipendente e traghettò il Paese verso il monopartitismo e il dominio personale. Alla sua morte, avvenuta nel 1967 il potere venne preso dal vicepresidente Omar Bongo che cercò di potenziare l’economia attraverso lo sfruttamento delle risorse minerarie (uranio, manganese) e dei giacimenti petroliferi e accentrò tutto il potere nelle sue mani. Dopo la sua morte nel 2009 fu sostituito dal figlio, Ali Ben Bongo che, nonostante diversi tumulti e un tentativo di colpo di stato a inizio 2019, mantiene ancora salde nelle sue mani le redine di un Paese che, in materia di politica interna, da più di 40 anni conosce solo l’autoritarismo della famiglia Bongo.

Nigeria

La Nigeria, paese più popoloso del continente africano con 190 milioni di abitanti, ha avuto sin dalle sue origini una storia complessa e articolata. La costituzione del 1954 fece della Nigeria uno stato federale, una scelta fatta prendendo in considerazione le profonde differenze etniche presenti ma soprattutto le spaccature radicali esistenti fra la regione settentrionale, quella occidentale e quella orientale. Il 1° ottobre 1960 il Paese divenne indipendente sotto la guida Abubakar Tafawa Balewa, membro del Partito del Congresso del popolo settentrionale. Il nord del Paese si rafforzò politicamente a discapito delle altre regioni e delle componenti etniche che vivevano nelle aree orientali e meridionali della nazione. Una frattura che portò in breve tempo a uno scontro armato. Il 15 gennaio 1966, avvenne infatti un colpo di stato che portò al potere il generale Ironsi dell’etnia ibo ma il 29 giugno dello stesso anno Ironsi fu assassinato, e la guida del nuovo governo militare fu assunta dal generale Yakubu Gowon, di etnia hausa, radicata nelle regioni del nord. Fu a questo punto che il colonnello Ojukwu dichiarò l’indipendenza della regione orientale e proclamò la nascita della repubblica del Biafra (30 maggio 1967). Scaturì in quei giorni il conflitto che il mondo conobbe come ”guerra del Biafra” che contrappose il nord a maggioranza hausa e il sud est popolato dall’etnia ibo e che si concluse solo nel 1970 con la capitolazione degli indipendentisti.

Una situazione economica disperata, un enorme dispendio di risorse e un tragico bilancio in termini di vite umane (circa un milione e mezzo tra morti e feriti) furono tutti fattori che contribuirono al divenire della Nigeria che per i successivi trent’anni conobbe solo regimi militari, colpi di stato e un arricchimento delle lobby del nord che, attraverso governi a loro vicini, riuscirono a mettere mano sui proventi della vendita del petrolio del sud. La dittatura terminò nel 1999 quando alle elezioni legislative fu eletto presidente il generale Olusegun Obasanjo, del Partito democratico del popolo (Pdp), che si impegnò a pacificare la nazione. Nonostante gli sforzi la Nigeria però venne investita da due nuovi conflitti: nel sud si sviluppò la guerriglia del Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (Mend), che attaccò soprattutto le raffinerie di petrolio straniere, nel nord invece nacque e si affermò la setta jihadista Boko Haram. Negli anni, nonostante l’alternarsi al potere di uomini del sud come Good Luck Jonathan e del nord come l’attuale presidente Muhammadu Buhari, il Paese non è riuscito comunque ad arrivare a una stabilizzazione. Se nel sud la guerra degli indipendentisti del Mend ha perso di intensità, nel nord invece si è assistito a un acuirsi del conflitto e dell’espansione della setta jihadista legata al sedicente Stato islamico. La nazione africana è pervasa dalla piaga della corruzione, vanta un debito di oltre 35 miliardi di dollari e nonostante le entrate derivate dalla vendita del greggio, il 65% della popolazione vive in estrema povertà.

Mauritania

La repubblica islamica di Mauritania acquisì l’indipendenza sotto la guida di Mouktar Ould Daddah che rimase al potere fino al 1978. In politica interna cercò di modernizzare il Paese, in politica estera sposò dapprima posizioni moderate filofrancesi, poi si avvicinò al blocco socialista e nel ’73 aderì alla Lega araba. Il Paese fu sempre permeato da gravi tensioni etniche dovute alla difficile convivenza tra i gruppi arabi e quelli africani, inoltre una situazione economica critica e la sconfitta nella guerra contro il Fronte Polisario furono eventi che resero Ould Daddah estremamente impopolare tanto che il 10 luglio 1978 venne rovesciato da un colpo di stato. Sino al 1984 la nazione saheliana fu soggetta a continui golpe militari e si acuì anche lo scontro con gli indipendentisti del Sahara meridionale. Il 12 dicembre 1984 divenne capo dello stato il colonnello Ould Sid Ahmed Taya, che cercò di traghettare il Paese verso le libere elezioni che si verificarono solo a fine anni ’90. Nei primi anni Duemila, il paese fu caratterizzato da una nuova fase di instabilità politica che nel 2008 portò al potere il generale Mohamed Ould Abdel Aziz. La Mauritania è oggi uno dei Paesi maggiormente impegnati nella lotta contro lo jihadismo ma è anche dei Paesi al mondo dove vige ancora un sistema di schiavitù tanto che nel 2018 l’Unione Africana ha ammonito il Paese per non aver fatto nulla per eradicare la ”schiavitù ereditaria” nonostante questa, formalmente, fosse stata messa al bando nel 1991.