La geopolitica della corsa allo spazio
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L’attacco della scorsa settimana in Siria condotto dagli Stati Uniti, insieme a Francia e Gran Bretagna, ha posto degli interrogativi. Ma al netto delle frasi di Donald Trump, apparentemente contraddittorie, il briefing tenuto sabato da alti funzionari dell’amministrazione americana e della Difesa ha indicato alcune direttive interessanti sulla strategia dietro questo attacco.

Come spiegato dal quotidiano israeliano Haaretz, quello che si è sostanzialmente capito da questo attacco è che, “mentre gli Stati Uniti condannano con veemenza la brutalità del regime di Assad, ammettono serenamente che questa non è sufficiente per giustificare il loro intervento militare”. E non a caso, l’amministrazione Usa ha chiarito da subito che quel raid non era né contro il governo siriano in quanto tale né contro gli alleati. Gli Stati Uniti, così come la Francia e il Regno Unito, hanno colpito limitatamente e in maniera ridotta soltanto alcuni siti ritenuti depositi o fabbriche di componenti di armi chimiche. Lo stesso Pentagono ha chiarito immediatamente che non era un raid incentrato su un regime change

Questo significa, in buona sostanza, che le forze occidentali hanno deciso che solo la questione delle armi chimiche può essere utilizzata come base politica per i loro attacchi. E, facendo questo, hanno sostanzialmente negato a Israele la priorità della presenza iraniana in Siria. Metre da Tel Aviv credono che l’obiettivo debba essere l’influenza iraniana che unisce Teheran a Damasco e a Hezbollah in Libano, evidentemente per le altre potenze l’obiettivo è un altro. Quale? Per esempio rifiutare l’ammissione che Bashar al Assad stia vincendo la guerra. Uno smacco per tutte le potenze che si sono unite nella coalizione internazionale. 

Ma c’è dell’altro. E deve far riflettere per capire la divergenza fra politica israeliana e strategia occidentale in Siria. Nel briefing di sabato scorso dei vertici militari americani, in cui hanno descritto scopi e misure del lancio di Tomahawk contro le basi siriane, l’Iran è menzionato solo di passaggio. Anzi, da quello che si è potuto sapere, gli ufficiali si sono fatti in quattro per sottolineare che l’azione americana non fosse diretta contro Teheran.

Anzi, c’è un dato molto interessante. Il problema principale per l’Iran, si badi bene, così come lo hanno presentato i funzionari del Pentagono, è che le avventure all’estero dell’Iran stanno prosciugando le sue risorse finanziarie. In sostanza, il problema della presenza iraniana è solo relativo e, per certi versi, viene anche “sottostimato”. Il briefing indica che Washington non considera la presenza iraniana come una minaccia diretta alla propria sicurezza, e questo nonostante Donald Trump abbia una linea estremamente anti iraniana. Lui come John Bolton, suo nuovo consigliere.

Al contrario, per il Pentagono il problema resta proprio la Russia, che, d’altra parte, è menzionata quasi 50 volte, sia come sponsor e promotore di Assad sia come ostacolo agli sforzi per eliminare il presunto arsenale chimico siriano con mezzi diplomatici. Quindi, ricapitolando, per il Pentagono è la Russia il vero problema. Per Trump e i suoi consiglieri, è l’Iran. Una questione interessante che fa capire la divergenza trilaterale fra presidenza Usa, Pentagono e Israele. Ognuno con posizioni divergenti. Posizioni cui si sommano quelle del tutto diverse di Francia e Regno Unito che pure hanno partecipato ai raid.

In tutto questo, va aggiunto un altro dato. Come scrive il quotidiano israeliano, il nome di Israele non emerge affatto né nelle domande né nelle risposte nel briefing. È possibile, spiega l’autore, che nonostante la sua storica alleanza con Israele, “l’amministrazione Trump stia portando avanti la lunga tradizione statunitense di ignorare con cura il suo miglior alleato del Medio Oriente durante i conflitti con uno Stato arabo”. Una scelta politica per evitare di creare unità d’intenti fra Paesi del Medio Oriente e unire il blocco.

Ma, allo stesso tempo, questa curiosa assenza potrebbe anche significare che la Difesa statunitense, a livello strategico non sia particolarmente interessata alle minacce e alle sfide che il governo di Israele deve affrontare nell’arena siriana. Paradossalmente, proprio il Pentagono, che non voleva ritirarsi dalla Siria, sembra poco interessato, nei fatto, alla presenza iraniana in Siria. Ma è molto interessato alla Russia. Mentre Trump, che vuole ritirarsi dalla Siria, è preoccupato dall’Iran. Uno strano incastro che però dimostra non solo una divergenza strategica fra rami dell’America, ma anche un rebus complicatissimo. E bisognerà capire quanto le volontà di Israele peseranno sulla strategia Usa in Siria.

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