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 La Brexit è ancora al primo posto nell’agenda del governo britannico. Il governo di Theresa May teme che si possa arrivare alla rottura con l’Unione europea e alla cosiddetta hard Brexit, e cioè l’uscita senza un accordo con Bruxelles.

Questa eventualità è considerata un pericolo per la Gran Bretagna non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista dell’ordine pubblico. Molti temono che i sostenitori del “remain” scendano in strada per protestare. Ma c’è chi teme anche qualcosa di più di semplici manifestazioni: dei veri e propri tumulti di piazza.

Il documento del Times

Il governo è già all’opera per prevenire quello che potrebbe essere un vero e proprio periodo di fuoco per la Gran Bretagna. Come ha rivelato il Times, il National Police Chief’s Council (Npcc) ha già predisposto un piano di emergenza “per affrontare il diffuso disordine civile alle frontiere e nei porti del Paese in caso di Brexit senza accordo”.

Un pericolo per la sicurezza pubblica che i capi della polizia britannica sono pronti a sfidare anche grazie al supporto dell’esercito, tanto che il documento avverte che “la necessità di ricorrere all’assistenza militare è una possibilità concreta”.

La relazione sarà discussa in queste ore per essere poi definitivamente approvata. L’idea di fondo è che le forze di sicurezza britanniche reputano particolarmente elevato il rischio di disordini tre mesi prima della data di uscita dall’Ue, che dovrebbe essere il 29 marzo 2019, e durante i tre mesi successivi. In questi sei mesi, il pericolo maggiore è rappresentato dalle principali infrastrutture del Paese, tanto che sono stati individuati in particolare i porti come obiettivo delle sommosse.

Il motivo non sarebbe da ricercare soltanto nelle proteste contro la Brexit, ma nella possibile carenza di cibo e medicine. Come spiegato dal Guardian, i piani di emergenza dicono che la carenza di farmaci potrebbe “alimentare il disordine civile”, mentre, contemporaneamente, gli aumenti generali dei prezzi potrebbero provocare “proteste diffuse che potrebbero poi degenerare in disordini civili“. Un effetto domino che potrebbe minare dal profondo la sicurezza del Paese.

Il governo ammette di studiare ogni possibilità

Il governo ha commentato quanto trapelato dal Times attraverso il ministro dell’Interno, Sajid Javid. E le parole del ministro non sono state negative come ci si poteva attendere. Javid non ha negato quanto contenuto nel documento ma ha anzi ribadito che non poteva escludersi la possibilità che una Brexit senza accordo con l’Unione europea potesse causare un brusco aumento della criminalità fino a degenere in proteste e disordini diffusi.

La Gran Bretagna ha già sperimentato, pochi anni fa, le violenze delle periferie. Nel 2011, i disordini scoppiati nel quartiere londinese di Tottenham si sono espansi a macchia d’olio in tutta la capitale, sfociando in saccheggi, violenze e rivolte in diverse parti di Londra. Poi, dopo pochi giorni, la violenza si è estesa anche a Birmingham, Manchester, Liverpool e Bristol, diventando un vero e proprio problema di livello  nazionale. Anche in quell’occasione, tutto ebbe inizio da una marcia di protesta.

E il governo teme che, anche in caso di Brexit senza accordo, la miccia possa essere rappresentata dalle proteste: che in questo caso però partirebbero in contemporanea in tutto il territorio britannico. L’Irlanda del Nord è già in fermento, mentre la Scozia è sul piede di guerra e spera in nuovi concessioni di autonomia. Londra è fortemente anti-Brexit, mentre l’Inghilterra centrale, profonda, è favorevole all’uscita. Ma il pericolo che le violenze possano espandersi in tutto il Paese è altissimo.

Il ministro Javid ha ribadito ai media britannici: “Non penso che la gente debba preoccuparsi“. Il motivo,, secondo Javid, è ce la popolazione dovrebbe anzi essere tranquillizzata dal fatto che “il governo sta guardando, giustamente, a quali potrebbero essere i possibili risultati in una situazione senza accordo, e quindi a prepararsi per questo e cercando di mitigarlo”.

Scontro interno ai conservatori

Ma è chiaro che la questione è destinata ad alimentare il dibattito interno. E non è detto che il fatto che sia uscita ora questa notizia sia anche un segnale politico da alcune frange interne contrarie alla Brexit che vedono come un incubo il fatto di uscire dall’Unione europea, anche in caso di accordo con Bruxelles. Ma potrebbe anche rappresentare una soffiata frutto della sfida interna ai Tory sulla Brexit stessa.

Ieri, l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, fautore dell’hard Brexit, ha parlato di nuovo contro Theresa May definendo il suo piano per l’uscita dall’Ue come un “giubbotto esplosivo” in cui è stata avvolta la costituzione britannica e il cui “detonatore è stato consegnato” all’Unione europea. Secondo Johnson, il cosiddetto “Chequers agreement”, nato dall’incontro nella residenza estiva della premier, ha esposto il Regno ad “un perenne ricatto politico”. E adesso, c’è chi pensa che Johnson stia affilando i coltelli in vista di una prossima scalata alla guida del Partito conservatore. L’impressione che si ha è che la scadenza della Brexit, a marzo del 2019, sarà un punto di svolta senza precedenti per la politica britannica.

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