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Interpretare la Brexit alla stregua dell’ennesima mossa della Gran Bretagna per non farsi comandare dall’Europa dei burocrati, in specie dai tedeschi. Può sembrare semplicistico, ma è la storia dei britannici a suggerire come la fuoriuscita dall’Unione europea sia solo una tacca di un lungo percorso di duello a distanza tra Londra e Berlino.

Gli amanti dei classici citeranno le legioni dell’imperatore Claudio. Come se l’eredità strategica e spirituale di quell’esercito dimorasse ancora in quelle zone di mondo. Anche la Roma di Giulio Cesare incontrò parecchie difficoltà: invadere quel consistente pezzo di mappa – lo hanno appreso in molti nel corso dei secoli – è pressoché impossibile. E non serve scomodare la tenacia di Wiston Churchill per afferrare un concetto semplice: “never give up” non è solo un aforisma motivazionale. È uno stile di vita, ormai quasi solo made in Uk. 1917, il film di Sam Mendes che è nelle sale in queste settimane, può fungere da ripasso.

Un altro suddito illustre di Sua Maestà, J.R.R.Tolkien, ha scritto che è “senza fede colui che dice addio quando la strada si fa buia”. Boris Johnson, che è un amante del classicismo, saprà tenere a mente l’indicazione tolkieniana. La fede gli servirà. Adesso per il suo governo si tratta di volare nel buio previsionale. Nessuno, per quanto i modelli economici si sforzino, è davvero in grado di pronosticare come andrà a finire. La Brexit del Regno Unito rimane un unicum nella storia delle istituzioni sovranazionali europee. Del resto sempre l’autore de Il Signore degli Anelli usava dire che “se volete trovare qualcosa, non c’è niente di meglio che cercare”. E il premier conservatore, così come il popolo che rappresenta, sembra intenzionato ad andare alla ricerca di un’indipendenza piena, costruita sulle nazionalizzazioni – parola che all’interno del consesso europeistico è per lo più impronunciabile – e di controlli alle frontiere. I progressisti sono allarmati sin dai tempi dell’esito referendario.

Nella “società aperta” di matrice sorosiana, i sigilli economico-sociali non sono ben visti. Anzi, non vengono proprio tollerati. Ma gli elettori britannici, confermando di avere fiducia nell’ex sindaco di Londra, hanno dimostrato coraggio, oltre che volontà di chiusura.  Nigel Farage, nel discorso pronunciato ieri nel Parlamento europeo, ha ammesso di amare l’Europa ma di odiare l’Ue. Il più, dopo il via libera all’accordo di recesso, è fatto. La Von der Leyen se n’è uscita con un laconico “vi ameremo sempre”. La Presidente della Commissione europea è conscia di come la partita vera, quella delle trattative, debba ancora iniziare.

Gli occhi degli anglosassoni possono comunque rivolgersi verso il Big Ben di Westminister: il rintocco delle 23 del 31 gennaio – come ha fatto notare anche l’edizione odierna di Repubblica – sarà l’ultimo da cittadini facenti parte di un ente sovranazionale, ma non il primo da nazione sovrana. Quello lo hanno già ascoltato in tante circostanze. Da quel suono di orologio in poi, comunque sia, bisognerà mettersi a tavolino. Undici sono i mesi di tempo che sanciranno il destino commerciale dei rapporti tra due soggetti geopolitici, l’Ue e la Gran Bretagna, che prima erano in comunione dei beni e che ora hanno necessità di separarsi nella maniera più consensuale possibile.

Non è neppure detto che le parti riescano nell’intento: lo spettro dell’hard Brexit, nonostante il clima dalla gestione Von der Leyen in poi sembri essere più favorevole, si aggira ancora tra i corridoi di Bruxelles. E poi c’è lo spettatore interessato per antonomasia: Donald Trump, che crede poco nel multilateralismo, sta aspettando Boris Johnson al varco. La riproposizione di un modello di mondo bipolare, quello che vede contrapposti gli States alla Cina, passa pure dalla stipulazione di accordi bilaterali, che facciano degli Stati Uniti il grande polo dell’aggregazione occidentale.

Quello di Boris Johnson, almeno per ora, è un trionfo su tutta la linea. Tolkien, per la terza volta, torna utile per definire l’entità del bivio: “Tuttavia dietro l’angolo ci può aspettare una nuova strada o un cancello da varcare”. I britannici hanno osato pensare che dietro l’Unione europea esistesse una nuova grande avventura nazionale. Federico Chabod questa esigenza l’ha chiamata “idea di nazione”. I cittadini britannici l’hanno definita “Brexit”. Gli europeisti sono certi della presenza di uno steccato insormontabile e della discesa ripida cui il premier e i suoi stanno per andare incontro. Vedremo chi avrà avuto ragione.





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