Chi pensava di non sentire più parlare della Brexit, se ne faccia una ragione. Boris Johnson ha vinto le elezioni con il preciso incarico di scrivere la parola fine su quella telenovela che dura da tre anni e mezzo, che gli inglesi non hanno più voglia di vedere ma che, ahi loro, non è affatto finita.

Ormai, anche la metà del Paese che si è sempre detta contraria al divorzio dall’Europa, accettando il volere dell’altra metà, ha alzato le braccia nella speranza di chiuderla qui, la questione.

A conforto di questo auspicio, la determinazione mostrata da Boris Johnson, il gambler, il grande giocatore che ha vinto l’ultima scommessa azzerando definitivamente ogni incertezza; e allora, che Brexit sia. Sì, ma come e quando è ancora tutto da vedere.

La Gran Bretagna, nella sua nuova ed inedita mappa politica, ha dato un prestito di fiducia a tempo e con uno scopo preciso: mettere alla prova le promesse di Boris Johnson e vedere se effettivamente, dal prossimo anno si potrà voltare pagina e ridare fiato al regno schiacciato da quasi dieci anni di austerità aggravati dagli ultimi tre e mezzo di incertezza. Il combinato disposto di questi due fattori ha paralizzato molti progetti mentre tante realtà industriali e produttive, straniere e non scappavano verso porti più sicuri o almeno apparentemente tranquilli.

Ora, con una maggioranza di 80 seggi nella House of Commons ci si aspetta una libertà di movimento assoluta da parte del Primo Ministro, a questo punto ritenuto in grado di dettare le regole del gioco senza lasciare prigionieri e senza a sua volta essere prigioniero di alcuno. Nè degli avversari politici, praticamente azzerati, è il caso dei Liberal Democratici rimasti senza leader per aver sbagliato tutta la strategia elettorale, nè dei laburisti che per colpa del loro leader hanno invece perso un’occasione d’oro.

Poco interessato a capire dove porterà lo psicodramma in atto nella sinistra inglese, Johnson tira dritto e riparte con promesse nel suo stile “vita o morte”. La prima da realizzare entro il 31 gennaio 2020 è: uscire dell’Europa.

Si riparte da qui.

Il crono programma della Brexit

Questo piano contiene un alto grado di fattibilità? La risposta è sì. Il crono programma è già definito e con uno sforzo da parte dei neo eletti nella House of Commons convocati prima di Natale e della House of Lords che dovrà essere attiva tra Natale e Capodanno, il primo passo per l’approvazione definitiva dell’accordo sottoscritto da Johnson con l’UE garantirebbe l’addio entro il primo mese del prossimo anno.

Come noto, però, si tratta solo del primo passo, la vera partita inizierà da  quel punto in poi. La Brexit sarà una contrattazione complessa che vedrà nuovi attori sulla scena e vecchi errori da non ripetere.

La Gran Bretagna adesso gioca una partita sicuramente più determinata, il Paese nel bene e nel male è compatto dietro al suo Primo Ministro e si aspetta risultati. Il regno ambisce a mantenere buoni rapporti con i Paesi del Continente consapevole di partire da una posizione di vantaggio per il fatto di essere stato membro dell’Unione fino al giorno prima; questo rende più semplice iniziare a negoziare i dettagli del divorzio.

Boris Johnson (le immagini dei suoi viaggi a Bruxelles lo dimostrano) grazie ad un carattere più empatico e meno rigido di quello di chi lo ha preceduto, è riuscito a creare un clima positivo con gli ex partner europei. “La chimica personale conta”; ne è certo il Prof Iain Begg, della London School of Economics and Political Science e Co-Director del Dahrendorf Forum European Institute.

A suo vantaggio, pesa anche la grande maggioranza di cui gode in parlamento che gli consentirà di giocare a mani libere da una posizione di forza, scevra dalle spinte degli ultras come l’ERG (gli euroscettici) che hanno isolato e poi abbandonato Theresa May costretta, nel 2017, a chiamare nuove elezioni nella vana speranza di ricomporre il suo partito.

Sul tavolo, le questioni chiave della ‘Fase 1’ riguardano innanzitutto il destino dell’Irlanda, i diritti dei cittadini e l’immigrazione, il ruolo della Corte di Giustizia europea ed infine i soldi, ovvero il conto da pagare per sancire il divorzio.

“Ciò che molti ancora non hanno però ben capito – spiega Iain Begg – è che quello che si aprirà dopo il 31 Gennaio 2020 sarà il vero processo che dovrà definire le relazioni future tra Europa e Gran Bretagna e difficilmente si concluderà in un anno”, come promesso e forse davvero auspicato da Johnson che, come primo atto del nuovo governo ha annunciato, o minacciato, che promuoverà una legge per impedire al parlamento di estendere il periodo di transizione aprendo un conflitto diretto con l’UE.

La posta in gioco

Ma cosa succederà dal prossimo anno a Bruxelles? Se da una parte sederà la Gran Bretagna, che a gran voce ha chiesto di riconquistare la sua sovranità, dall’altra parte ci saranno gli stati membri che parlano con una voce sola ad un primo tavolo, ma nella stanza adiacente faranno valere le loro richieste specifiche.

I 27 interessi nazionali saranno tutti da vagliare e riallineare. Questo vuol dire che la Gran Bretagna pur godendo di un profilo legislativo e procedurale finora costruito in affinità rispetto all’Unione Europea, perché fino ad oggi ha parlato la sua stessa lingua – diversamente da quanto accade per stati remoti che si affacciano alle relazioni con il Vecchio Continente come il Vietnam o la Cina – dall’altra parte si troverà a negoziare sulle pretese avanzate da ogni singolo stato a questo punto diventato la controparte.

Pedro Sanchez dalla Spagna, per esempio, potrebbe riaprire la questione della contesa su Gibilterra, l’Italia potrebbe alzare le barricate per proteggere gli interessi dei produttori del Parmigiano Reggiano o del prosciutto di Parma, così come ogni componente della squadra avversaria si potrebbe fare portabandiera del suo interesse nazionale.

Ursula von der Leyen, la nuova presidente della Commissione Europea, ha già fatto sapere che entro fine anno si potrà iniziare a ragionare di alcuni temi come il commercio dei beni e le regole per la pesca, ma del resto si parlerà a tempo debito, il prossimo anno.

Di nuovo, però, Boris Johnson ha un vantaggio. Gli errori commessi in passato saranno una lezione utile per lui. Raoul Ruparel, già consigliere per l’Europa di Theresa May e oggi autore dell’ultimo report sulla Brexit pubblicato dal Think tank dell’Institute for Government, elenca per punti la migliore strategia da adottare.

Innanzitutto, spiega, è necessario che la Gran Bretagna abbia un piano e non si limiti a trattare su quello che offre l’Europa. E questo risponderebbe alle tante voci in base alle quali gli accordi finora sottoscritti sarebbero tutti stati dettati da Bruxelles e poi accettati da Londra.

Il nuovo diktat dovrà essere: “controlla il processo e controllerai il risultato”. Servirà inoltre avere una buona strategia comunicativa per continuare a godere del sostegno dell’opinione pubblica; altrettanto importante, spiega Ruparel, è che Johnson non vada a Bruxelles da solo. Un più ampio coinvolgimento degli stakeholders britannici, dei membri del parlamento e del corpo diplomatico eviterebbe l’effetto “accordo a porte chiuse” ed il conseguente senso di passività di chi con l’esito concreto di quell’accordo dovrà poi fare i conti domani.

La Global Britain di Johnson

Attento al gioco e pronto ad entrare in campo, sebbene separato da un oceano in mezzo, c’è anche Donald Trump che, per festeggiare la vittoria dell’amico britannico ha immediatamente ricordato come l’America sia lì pronta a diventare il nuovo partner privilegiato della Gran Bretagna, anzi, non aspetta altro.

Ma qual è il profilo che vuole dare al Regno Unito Boris Johnson, colui che oggi ha in mano tutti gli strumenti per ridisegnarlo?

Una risposta si potrebbe trovare rispolverando l’idea di “Global Britain” inaugurata da Theresa May e dal suo fervente sostenitore, l’allora Foreign Secretary, Boris Johnson, appunto.

Questa cornice potrebbe definire il suo disegno: “scappare dalla prigione costruita dall’Europa e creare una Gran Bretagna libera, che guarda al mondo pronta alle sfide globali”.

Tra il 2016 e il 2018, quando il concetto di Global Britain cominciò a circolare, i suoi ideologi la immaginavano come quel luogo dove connettere “vecchi amici e nuovi alleati dando al Paese una nuova e diversa collocazione nel mondo, fuori dagli stretti confini europei”, spiega Oliver Daddow, Assistant Professor in British Politics and Security all’Università di Nottingham.

Un progetto questo che, probabilmente, nella mente liberista di Johnson non è mai tramontato e prevede ancora uno spazio speciale per gli Stati Uniti.

Vero è che per aprire all’amico americano, la Gran Bretagna dovrebbe cambiare parecchio il suo modello, oggi ancora molto affine a quello europeo. Il problema è che sarebbe difficile spiegare questo cambiamento ad un Paese che dal nuovo governo si aspetta investimenti sul sistema sanitario pubblico, sulle infrastrutture e l’aumento dei salari minimi; insomma tutto ciò che un modello sociale storicamente ancorato al sistema pubblico comporta e garantisce.

Singapore-on-Thames

Quella che invece viene da molti derubricata come una semplice suggestione, se non addirittura una fake news, è l’idea che si possa realizzare una Singapore-on-Thames. Londra come Singapore.

Chi ne è fermamente convinto è il prof Begg sostenuto anche dalle parole del collega John Curtice, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Strathclyde in Scozia.

“E’ altamente improbabile che questo possa accadere soprattutto perché la Gran Bretagna ha un modello sociale molto simile a quello europeo e nel Paese non c’è nessuna intenzione di cambiarlo”, taglia corto Begg.

Dello stesso avviso Curtice che illustra come chi ha suggerito questa ipotesi non abbia capito cosa hanno chiesto veramente gli inglesi che hanno votato la Brexit.

“Anche se Boris Johnson ha evocato la Global Britain – spiega Curtice, chi ha creduto nella Brexit non ha mai pensato ad una deregulation o alla natura dei nuovi accordi di libero scambio e libero mercato”; piuttosto ha chiesto maggiore protezione degli interessi nazionali e una forte sovranità.

Nessuno, in sostanza, avrebbe nemmeno per un istante immaginato un modello di Paese a bassa tassazione, basso contenuto di regolamentazione e soprattutto bassa spesa pubblica sul modello di Singapore.

Piuttosto, conclude il ragionamento Curtice, i britannici avevano in mente un luogo dove le regole si decidono in casa e sopratutto la porta si apre a chi lo merita e a determinate condizioni.

Il punto è che: “Qui nessuno ha problemi con l’immigrazione in sé, questa è un’isola che ha vissuto da sempre di scambi, ma è la mancanza di controllo che ha reso tutto intollerabile”.

Eppure, tra coloro che avevano evocato e lodato il “Singapore model” in passato figurano proprio i nomi dell’attuale Primo Ministro e del suo fedelissimo Michael Gove, sostenuti da quell’imprenditore, James Dyson, recentemente scappato con il quartier generale della sua azienda proprio là, in Oriente.

Chi l’ha detto che il no deal è scongiurato?

Alla luce di tutta questa ritrovata incertezza che dal 31 gennaio, in barba alle speranze del popolo britannico, si riacutizzerà, l’Europa e gli esperti dubitano che questioni tanto delicate potranno essere risolte nei dodici mesi successivi, ma Johnson ha già tentato di forzare la mano.

Con una certa serenità gli osservatori politici ritengono che, una volta superato il vero punto di non ritorno, ovvero il divorzio mediaticamente significativo del 31 ottobre, gli animi rasserenati dei britannici  progressivamente torneranno ad occuparsi degli affari interni e ragionevolmente non staranno con il calendario in mano a verificare che le altre plausibili scadenze siano rispettate.

A quel punto, Johnson, non nuovo a fallire il mantenimento delle sue promesse facendola franca davanti all’opinione pubblica,  potrà lasciar intendere che servirà altro tempo perché troppo ne ha perso Theresa May, perché certi stati dell’UE non voglio cedere, insomma, tutto senza prendersi alcuna responsabilità. Meglio ancora se, come ipotizzabile, a fare richiesta di un prolungamento del periodo di transizione sarà, entro il prossimo mese di Luglio, la stessa Europa.

Contestualmente, in casa, Boris Johnson giocherà una partita più semplice di fronte a quel parlamento non più Zombie che in passato lo ha bloccato.

Ma se sarà più forte, davanti alle correnti interne al suo partito, dovrà comunque rispondere ad un Paese che, compatto, ha riposto fiducia in lui e che da lui si aspetta: la Brexit, più soldi in tasca, investimenti nel pubblico e una rinnovata attenzione per i lavoratori traditi dai laburisti in caduta libera.

L’ex responsabile delle mediazioni con l’Europa, Ivan Rogers, intervistato dall’Observer, ha spiegato come la pressione esercitata da Johnson che punta alla chiusura veloce di un accordo, potrebbe costargli cara. “Avere una forte maggioranza in casa – ha chiarito Rogers –  non significa essere più forti con la controparte europea. Anzi, la fretta che mostra il Primo Ministro potrebbe costringerlo a concedere agli altri qualcosa di più”.

La sua contraddizione, analizza Rogers, non è ancora stata superata. La Gran Bretagna vuole uscire dalle regole europee ma vuole un accordo onnicomprensivo in sostituzione di queste e lo vuole raggiungere in meno di un anno. Il problema è che la negoziazione richiederà tempo, perché quelle regole andranno tutte riscritte, una ad una..

La nuova sfida a cui è chiamato BoJo ora, dopo aver messo tutti d’accordo promettendo la Brexit, è quella di mettere tutti d’accordo sui termini e i contenuti di questa; un percorso complesso che ancora, di fatto, non esclude l’ipotesi di un’uscita senza accordo, uno spauracchio che Johnson, il gambler, potrebbe giocarsi quando, messo alle strette dovrà alzare la posta in gioco.

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