La Camera dei Comuni ha bocciato l’accordo fra Regno Unito e Unione europea sulla Brexit. E adesso, per Londra e Theresa May le cose non si mettono affatto bene. Il rifiuto dell’intesa da parte del Parlamento britannico getta ombre molto fosche sul futuro dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. E l’ipotesi del “no-deal”, e cioè dell’uscita senza accordo, diventa sempre più concreta. Jean-Claude Juncker e Michel Barnier hanno confermato, tra ieri sera e oggi, che lo spettro dell’uscita disordinata del Regno Unito è un’eventualità sempre più prossima. E anche nel governo May lo spettro del no-deal è agitato non più come uno spauracchio, ma come una possibilità con il popolo britannico potrebbe far presto i conti.

Il Regno Unito non è solo preoccupato per i risvolti economici e politici della vicenda, quanto per la situazione interna che rischia di far deflagrare conflitti sopiti da tempo. La Brexit sta segnando il presente britannico ma può soprattutto incidere in maniera sensibile sul futuro del Regno e sulla convivenza delle diverse nazioni che lo compongono, in particolare Irlanda del Nord e Scozia.

Il pericolo Irlanda

Il rischio, ribadito anche dalla May ieri nel suo accorato appello per il voto, è che l’uscita senza accordo possa pesare come un macigno sull’unità del Paese. E la questione non è da sottovalutare: e Londra lo sa benissimo. È stato proprio il regime di backstop per il confine fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda a scatenare la rivolta dei conservatori e del partito unionista del Dup. E molti temono che in caso di no-deal il confine irlandese possa di nuovo trasformarsi nella spina nel fianco del governo britannico.

Un’ipotesi valutata molto attentamente dai servizi di sicurezza britannici, a tal punto che l’esecutivo ha già dato ordine di addestrare un migliaio di poliziotti inglesi e scozzesi per un possibile dispiegamento in Irlanda del Nord in caso di Brexit senza accordo. Come riportato dal Guardian, la polizia nordirlandese (Psni) avrebbe già chiesto rinforzi per il timore di rivolte al confine, soprattutto se saranno ripristinati controlli doganali. Il National Police Chiefs’ Council (Npcc), l’organo che coordina le varie forze di polizia britanniche, ha negato qualsiasi richiesta di rinforzo formale da parte dell’Irlanda del Nord. Ma l’Npcc ha anche ribadito che “le forze di polizia continuano a prepararsi per le possibili eventualità mentre si avvicina l’uscita dall’Unione Europea”.

Il rischio è che l’Irlanda del Nord possa effettivamente trasformarsi in un grave problema di ordine pubblico. I nazionalisti irlandesi sono terrorizzati dall’idea che possa tornare il confine fisico fra Eire e Ulster, ne va dei loro legami politici e culturali con Dublino, ma anche dei loro interessi economici. Il ritorno della frontiera segnerebbe anche la fine degli accordi economici fra le due parti dell’Irlanda. E a quel punto Belfast e Dublino sarebbero due città di Paesi senza alcun accordo commerciale vigente. 

Dall’altra parte, gli unionisti hanno sempre temuto che il cosiddetto regime di backstop, cioè la clausola di salvaguardia per il confine, fosse in realtà l’anticamera di una differenziazione con la madrepatria britannica e un avvicinamento dell’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda. Ed è per questo che il Dup ha votato contro l’accordo fra Unione europea e Regno Unito sulla Brexit. Differenti visioni del mondo e dell’Irlanda che adesso rischiano di scontrarsi di nuovo. E il pericolo di violenze c’è, nonostante la lontananza temporale dell’Ira e dei fenomeni terroristici.

La Scozia può tornare a fare pressioni

Ma non c’è solo l’Irlanda del Nord. Se infatti i nordirlandesi, specie gli unionisti, avevano votato in massa per la Brexit, la Scozia è sempre stata particolarmente avversa all’ipotesi uscire dall’Unione europea. Edimburgo teme che l’uscita del Regno dall’Ue possa interrompere definitivamente i legami fra Scozia ed Europa e togliere ogni possibilità di dialogo con Bruxelles per ottenere maggiore autonomia rispetto a Londra.

A conferma di questa visione nettamente contraria alla Brexit e all’accordo presentato da Theresa May, sono arrivati i voti dei parlamentari scozzesi. Lo Scottish National Party ha votato in blocco contro l’intesa, idem i deputati laburisti scozzesi e i liberali. E anche fra i conservatori c’è stata qualche defezione. 

Subito dopo la bocciatura da parte della Camera dei Comuni, Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese, ha detto che “l’unica opzione credibile” sia un altro referendum sulla Brexit. “Ciò che deve accadere ora è chiaro: in primo luogo, e con la massima urgenza, deve essere fermato l’orologio del processo dell’articolo 50. Questo è l’unico modo per evitare qualsiasi possibilità che il Regno Unito esca dall’Ue il 29 marzo senza un accordo”, ha detto Sturgeon. Che poi ha continuato: “Il governo ha avuto più di due anni e mezzo per realizzare un piano di Brexit realizzabile e ha completamente fallito nel farlo: l’idea che possa farlo ora in poche settimane è farsesca”.

Ma la premier scozzese ha espresso anche un altro concetto, in un altro tweet. Ed è questo ci che temono da Londra. La Sturgeon ha infatti scritto: “Sta diventando sempre più chiaro che gli interessi più ampi della Scozia saranno protetti solo con l’indipendenza“. Un messaggio chiaro sul fatto che i nazionalisti scozzese potrebbero iniziare di nuovo a premere.

Off to London to meet with @IanBlackfordMP and @theSNP MPs ahead of no confidence vote in Commons later. We want UK to stay in EU which is why we back a #PeoplesVote. But it is becoming increasingly clear that Scotland’s wider interests will only be protected with independence.

— Nicola Sturgeon (@NicolaSturgeon) 16 gennaio 2019