Dopo tre anni di incertezza e divisioni, lo scorso dicembre il Regno Unito si è affidato agli slogan e alla determinazione di Boris Johnson per chiudere una volta per tutte la questione Brexit.

Nessuno, però, avrebbe mai immaginato che il Primo Ministro, dopo aver  puntato su questo obiettivo tutta la sua storia recente – prima come giornalista euroscettico e poi come politico – si sarebbe ritrovato tra le mani un copione completamente diverso.

Il 31 gennaio scorso, davanti alla nazione, BoJo celebrava l’addio ufficiale all’Ue, salvo poi risvegliarsi in piena pandemia col rischio di mandare in lockdown anche la Brexit.

Antesignana del forte vento sovranista che oggi contagia tanti stati dell’Unione, la Gran Bretagna adesso vede mescolarsi indissolubilmente due nodi cruciali, Brexit e pandemia, ponendo l’UE di fronte all’ennesima sfida.

Per dirla con le parole di un euroscettico come il giornalista Larry Elliot, “la pandemia ha mostrato all’Europa tutti i suoi limiti lanciando un chiaro messaggio, ovvero che il progetto dell’Unione funziona quando tutto va bene, ma quando il gioco si fa duro, le persone possono fare affidamento solo sui loro governi nazionali”.

Sarà così? Come e quanto inciderà l’emergenza Coronavirus sul divorzio dall’UE?

Lo stallo

Era il 26 Febbraio quando, in una conferenza stampa a Downing Street, David Frost, delegato alla Brexit per conto del governo inglese, incontrava la stampa estera per illustrare il piano di 30 pagine da portare in Ue. Il giorno successivo, a Bruxelles, Frost avrebbe incontrato Michel Barnier, la sua controparte europea.

Mentre l’Europa veniva progressivamente travolta dal coronavirus, di lì a breve la discussione a cavallo della Manica sarebbe stata bruscamente interrotta. I due protagonisti della trattativa, oltre alle proposte, si erano scambiati anche il Covid-19.

Contestualmente, quello stesso virus ha infettato tutto il resto, impossessandosi di ogni luogo e di ogni pensiero.

Così, mentre anche la Gran Bretagna si chiudeva in se stessa per concentrarsi solo sulle azioni strettamente necessarie e consentite dal lockdown, gli uffici di Whitehall preposti alla Brexit spegnevano tutto e si svuotavano. I funzionari del governo venivano dirottati sull’emergenza quando non lasciati direttamente a casa.

Un mese dopo la brusca interruzione, l’8 aprile, Michel Barnier (guarito dal coronavirus) ha riaperto al dialogo in modalità social distancing: da adesso si proseguirà via web.

Ma, di fronte ad una situazione così imponderabile come quella che si è venuta a creare oggi, ha ancora senso mettere la Brexit in cima all’agenda politica britannica ed europea?

Una trattativa in remoto

Boris Johnson, anche lui impegnato a guarire dal coronavirus, prima di essere ricoverato al St Thomas Hospital il 5 Aprile scorso, ha continuato a rassicurare tutti sul fatto che il 31 Dicembre 2020 si lascerà l’Europa, senza se e senza ma.

Ma di questi tempi, una settimana ha il peso e la mutevolezza di un’era geologica e quello che vale adesso non necessariamente sarà ancora valido fra un’ora.

Così accade che il Guardian, riportando l’opinione di alcuni eurodeputati,  definisce “fantasy land”, pura fantasia, l’idea di continuare i negoziati in queste condizioni. Per ragioni meramente tecniche e per la delicatezza di una trattativa che si muove su due piani: quello della Commissione Europea e dei suoi delegati e, nella seconda fase, quello del Consiglio Europeo. Ed è qui che si incontrano le maggiori criticità.

Nel quartier generale dove le posizioni degli stati membri vengono coordinate, si potrebbe tenere una sola videoconferenza al giorno perché l’attività è ridotta al 25%. Cause di forza maggiore e soprattutto, scrive il quotidiano inglese, “Mancano le strutture per farlo”.

E questo è l’aspetto tecnico-logistico, poi ci sono da considerare gli effetti della pandemia sull’agenda politica.

Dal primo Giugno, la presidenza del semestre europeo passerà dalla Croazia alla Germania. In una lettera intercettata dal quotidiano Der Spiegel, l’ambasciatore tedesco presso l’Ue, Michael Clauss, avrebbe già chiarito che da questo momento in poi, “il focus dell’azione delle istituzioni europee sarà tutto incentrato sulla gestione e sull’uscita dalla crisi e sulla fase di ricostruzione”.

Tradotto: conservare l’integrazione europea avrà un costo e a pagarlo saranno tutte le questioni che non sono di primaria importanza.

E la Brexit non lo è.

Sul fronte britannico, chi ritiene che sia opportuno prendere tempo e prolungare il periodo di transizione è Nick de Bois, ex capo dello staff di Dominic Raab presso il Dipartimento per l’Uscita dall’Europa (DExEU, istituito dopo il referendum del 2016). De Bois ricorda quanto, in sede di trattativa, le doti personali di Boris Johnson abbiano a suo tempo contribuito al superamento dello stallo generato dalle lunghe e vane negoziazioni condotte dal precedente Primo Ministro, Theresa May. Meno rigido ed evidentemente più empatico, Johnson era riuscito a superare anche lo scoglio rappresentato dal nodo Irlanda del Nord. Come a dire che, la chimica conta e la tecnologia a disposizione in tempi di coronavirus non permette di esprimerne a pieno l’efficacia, a danno del risultato finale.

Non solo, prosegue il ragionamento De Bois, ipotizzando che un accordo con la commissione europea possa essere raggiunto entro Ottobre, da quel momento partirebbe la trattativa con gli altri 27 stati per l’approvazione degli accordi commerciali, così come previsto dalla legge europea.

Qui, l’effetto catastrofico della pandemia sulle diverse economie farà la differenza generando un florilegio di conflitti di interesse. Le divisioni Nord-Sud, enfatizzate dalla crisi, potrebbero diventare uno strumento per Paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia per tentare di strappare condizioni più vantaggiose rendendo tutto ancora più complesso di quanto già non si profilasse prima.

Quindi, lo scenario è quello di trattative serrate che, per effetto delle misure di distanziamento sociale (prorogate sine die), non potranno neanche essere svolte in riunioni a 21, come accadeva sinora, perché al tavolo saranno allestiti solo cinque posti.

Logistica da distanziamento versus antiche logiche de visu.

L’ambasciatore tedesco Class, rafforzando questo concetto, ha concluso la sua lettera spiegando che, le videoconferenze non potranno mai sostituirsi agli incontri vis-à-vis per ragioni tecniche, umane, linguistiche e lessicali.

Ciò nonostante, il governo britannico ha fatto sapere che l’accordo verrà comunque sottoscritto entro il 2020. Punto. Ma, come si diceva, era un’era geologica fa.

L’opinione pubblica

Osservando quanto accaduto all’inizio del mese di marzo quando il Paese, autonomamente, aveva iniziato ad anticipare le misure del governo per rispondere alla pandemia, anche ora si ha l’impressione che, assorbito da questioni più stringenti, il Paese si stia già preparando ad ingoiare l’idea che la Brexit possa aspettare. Almeno un po’.

Oggi, l’unico tema all’ordine del giorno è l’emergenza sanitaria già declinata in una grave crisi economica. L’attenzione degli inglesi è tutta concentrata nel vedere sconfitto il virus piuttosto che vedere chiusa la saga della Brexit.

I commenti pubblicati su alcuni quotidiani, compresi quelli più vicini al governo, come il Times, sono lì a confermare questo trend, a partire dal rilievo realizzato tra i lettori che dimostra come la percentuale di coloro che ritengono necessario estendere il periodo di transizione, causa Covid-19, è pari al 75%.

Il rilievo di Focaldata commissionato da Best for Britain e Hope not Hate (che hanno sostenuto la campagna per restare in UE) ha registrato una percentuale di favorevoli del 64%.

Tom Harwood, notista di Free Market Conservatives, ammette che nonostante le rassicurazioni del vice di Johnson, il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, sulla capacità del governo di concludere le trattative commerciali con l’Europa entro Dicembre, pochi deputati Conservatori credono veramente che questo sia ancora possibile. “Le conseguenze della pandemia porteranno anche i più ferventi Brexiteers (sostenitori della Brexit) a pensare che una breve estensione del periodo di transizione non sarà la fine del mondo..”

“Si parta con sei mesi – gli ha fatto eco su Twitter Peter Foster del Financial Times – perchè insistere su questo calendario sarà un’auto flagellazione”.

I numeri dimostrano che, in questo momento, Boris Johnson gode di un favore straordinario e aprendo a questa possibilità, più che apparire contraddittorio (cosa alla quale il Paese è oltremodo abituato), mostrerebbe di dedicare tutte le risorse e le attenzioni disponibili alla gestione del Covid-19. Ubi maior.

Il governo, ad oggi, ha già investito molti soldi per la comunicazione e la gestione della Brexit, il calcolo fornito da The National Audit Office parla di uno stanziamento da parte del Tesoro di 6,3 miliardi di cui 4,4 già spesi.  Insomma, di questi tempi sarebbe complicato spiegare ai britannici che si mettono tempo e denaro su altro che non sia l’emergenza in corso.

Il costo della Brexit sulla pandemia

“La libera circolazione in Europa ha portato a Londra coloro che stanno salvando la vita del nostro Primo Ministro”, ha ricordato Naomi Smith di Change for Britain.

Nel sistema sanitario nazionale inglese, un addetto su 20 è cittadino europeo, così come lo è il 20% dei medici di base.

Più di 11.000 addetti del settore hanno lasciato la Gran Bretagna, dopo il referendum sulla Brexit, triplicando il numero di coloro che se n’erano già andati prima. Nel tentativo di metterci una pezza il governo, a fine marzo, ha prolungato di un anno (senza costi) tutti i permessi a restare in scadenza da ottobre di medici, paramedici e infermieri, delle loro famiglie e degli studenti. “Non dovranno perdere tempo con la burocrazia e potranno così concentrarsi sulla lotta contro il coronavirus” ha spiegato il Segretario di Stato per gli Affari Interni, Priti Patel. La misura ha interessato 2.800 persone.

Eppure non basta. Lo scorso Gennaio il Telegraph scriveva di una carenza di 40.000 operatori in un settore di vitale importanza che oggi rende le sue lacune agghiaccianti.

Mark Dayan, analista del Think Tank Nuffield Trust ha chiarito che il sistema sanitario nazionale inglese, più di ogni altro, dipende dall’immigrazione su cui si è sempre appoggiato. Recentemente, per far fronte al crollo di arrivi dall’Europa, il governo ha siglato una serie di accordi con altri Paesi come l’India e le Filippine.

Ma l’emergenza sanitaria interessa anche loro e il banco rischia di saltare. In tempi di pandemia, l’effetto Brexit è evidente in tutti i settori vitali.

L’Ufficio Statistico nazionale ha rilevato come il 50% dei lavoratori nell’agroalimentare (senza contare l’ospitalità) siano stranieri, il 40% di questi viene da paesi europei.

Pick for Britain” è la campagna di arruolamento che il governo si è visto costretto a lanciare per reclutare almeno 70.000 braccianti da dedicare al comparto agricolo visto che, ad oggi, è disponibile solo il 10% della forza necessaria. 

Lo stesso dicasi per la logistica e la grande distribuzione dove i non-Britannici rappresentano il 39%, così come nelle pulizie dove sono il 35%.

La conclusione è chiara: gli immigrati, quelli rimasti, stanno dando un contributo indispensabile a settori chiave del Paese, ma che la Brexit se ne sia già portati via troppi, non è mai stato tanto lampante.

Il tutto, senza dimenticare le polemiche legate alla mancata adesione del governo inglese al centro unico di acquisti dell’Unione Europea che avrebbe dato un importante aiuto nell’approvvigionamento di attrezzature indispensabili per la crisi sanitaria (Vedi articolo precedente “Com’è cambiata la strategia di Johnson”: Sempre più lontani dall’Europa).

La Brexit può attendere?

Naturalmente e democraticamente c’è chi continua a sostenere che la Brexit sia sempre l’unica soluzione possibile.

Dal divano di casa, con un outfit decisamente informale, Nigel Farage ha parlato dei rischi rappresentati dall’ipotesi di un rinvio. Sulla sua pagina Facebook ha ricordato che la Gran Bretagna avrebbe ancora 7 miliardi di sterline depositati nella Banca Europea per gli Investimenti, soldi che correrebbero il rischio di finire nel conto per salvare l’Unione dal collasso. “Se estendiamo la transizione oltre Dicembre – ha ammonito – pagheremo anche noi il prezzo finanziario di questa crisi ed è inaccettabile”.

Non va altresì dimenticato che Boris Johnson aveva imposto al parlamento una legge che impedisse il prolungamento del periodo di transizione perché l’ipotesi di deroga contenuta nell’accordo già sottoscritto, prevedeva al massimo uno o due anni di proroga, se le parti avessero raggiunto un’intesa entro il 30 Giugno.

L’Europa da sempre è pronta a concedere anche qualche settimana in più, ma fonti europee ricordano che la “Flextension” richiede la stesura di un nuovo trattato su basi legali per cementare la posizione della Gran Bretagna  nel mercato unico e nell’unione commerciale.

Niente di impossibile, ma in tempi di pandemia, tutto più complesso. Probabilmente questi elementi, anche sommati, non serviranno a fare cambiare idea alla dura coerenza britannica che ha voluto e rivendica la sua Brexit.

Resta però da verificare se i mutati scenari potranno contribuire almeno a fare accettare l’idea che l’incertezza, durata tre anni e finita il giorno dell’elezione di Boris Johnson, non finisce qui.

Lui potrà sempre aggrapparsi ad una valida scusa per cambiare programmi, oppure potrà scommettere sul piano B: un’uscita senza accordi. Ma a che prezzo?

Messa inaspettatamente di fronte ad una situazione così abnorme, ragionevolmente la Brexit, ancora una volta, forse potrà attendere.

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