Il processo della Brexit si protrae ormai da tempo. Dopo diversi mesi – diventati anni – di assemblee, incontri e negoziati, la procedura di uscita del Regno Unito dall’Unione europea non ha ancora coperto né risolto tutti i propri temi di dibattito. A prescindere dalla moltitudine di voci e rivendicazioni al riguardo, vi sono ancora questioni da discutere e, soprattutto, sistemare. Pertanto, anche se il tempo inizia a stringere, la vicenda è tutt’altro che chiusa. In questa situazione caotica e ancora aperta, potrebbe essere facile perdere la trebisonda sull’andamento che hanno seguito gli eventi; dunque, come siamo arrivati esattamente al punto in cui ci troviamo oggi?

 C’era una volta

Sin dai primi momenti, quando nel 1973 il Regno Unito entrò a far parte della Comunità europea, le relazioni tra queste due controparti sono sempre state instabili e complicate, per usare un eufemismo. Sebbene il Regno Unito approvasse la creazione di un Mercato unico europeo, che avrebbe permesso la libera circolazione di beni fisici, capitali, servizi e forza lavoro tra gli Stati Membri, fu subito chiaro che non fossero altrettanto d’accordo con le intromissioni esterne nella loro politica interna. Margaret Thatcher fu il simbolo di questa strenua opposizione britannica nei confronti di quelle che venivano percepite come eccessive tassazioni.

In seguito alle sue dimissioni, queste tensioni si allentarono: nel ’92 John Major firmò l’accordo di Maastricht dando vita all’Unione europea, e con i governi laburisti di Tony Blair e Gordon Brown sembrò avvicinarsi un nuovo periodo di relazioni più serene e distese. Tuttavia si nascondevano forti pressioni euroscettiche che esplosero con il governo conservatore successivo.

Per rendere le controparti di Bruxelles più duttili e malleabili, l’allora primo ministro David Cameron annunciò un referendum popolare, chiedendo l’opinione dei cittadini britannici sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. Questa scelta fu un semplice atto puramente dimostrativo, e non un obiettivo politico davvero perseguibile, né tanto meno una minaccia. Ciononostante, il referendum ebbe un impatto straordinario e polarizzò la società britannica in due gruppi, separati ed opposti: da un lato, l’alleanza del Remain per la permanenza all’interno dell’Ue, composta dai Laburisti, i Liberal Democratici, il Partito Verde d’Inghilterra e Galles, il Partito Nazionale Scozzese e metà dei Conservatori (tra i quali lo stesso Cameron); dall’altro lato, il fronte del Leave deciso ad abbandonare l’Ue, composto dall’altra metà del Partito Conservatore capeggiato da Boris Johnson ed il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage.

Questo referendum ebbe luogo il 23 giugno 2016 e vide la leggera ed inaspettata vittoria dei Leave ai danni dei Remain. Nonostante il referendum fosse unicamente consultivo e non legalmente vincolante, il governo di allora decise di cavalcare l’opinione popolare e di instaurare su queste basi un vero e proprio programma politico.

La Corte Suprema del Regno Unito affermò in seguito che, al fine di procedere ed applicare l’articolo 50 (quello che riguarda le procedure di uscita degli Stati Membri dall’Unione Europea), era necessario consultare unicamente il Parlamento britannico, senza intromissione dalle rispettive quattro assemblee nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Il Parlamento fu consultato correttamente e la notifica formale dell’Articolo 50 ebbe successo, dando inizio al processo ufficiale di Brexit il 29 marzo 2017. 

L’inizio delle trattative

 L’inizio di questi negoziati vide il nuovo primo ministro conservatore Theresa May informare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk circa l’intenzione del governo britannico di abbandonare sia l’unione doganale che il Mercato unico europeo, di ritirarsi dalle Comunità europee di cui era parte dal 1973 e di adattare le leggi europee a quelle britanniche (e non viceversa). La data per questa uscita fu fissata per il 29 marzo 2019, due anni dopo la presentazione della notifica, come impone l’Articolo 50.

Dopo aver ricevuto la lettera di notifica, il Parlamento europeo accettò di iniziare i negoziati, e il 19 giugno 2017, il Segretario di Stato britannico per l’Uscita dall’Unione europea David David raggiunse a Bruxelles il Capo Negoziatore Michel Barnier per cominciare a discutere insieme un accordo di ritiro che comprendesse un periodo di transizione ed il futuro delle relazioni tra Regno Unito ed Unione europea. Sin da subito ci fu la massima preoccupazione per i vari scenari possibili in questa situazione così controversa.

Ma quello che sembrava essere un processo in rapida evoluzione ed apparentemente inarrestabile si rivelò più lento del previsto a causa di più motivi, tra cui le elezioni britanniche anticipate. Finalmente, nel novembre 2018 furono stipulati l’accordo sull’uscita (vincolante) e la dichiarazione sulle relazioni future (non vincolante), documenti che vennero successivamente presentati al Parlamento britannico; tuttavia, all’interno di quest’ultimo vi erano delle profonde fratture ideologiche, che comportarono la mancata ratifica dei documenti presentati in ben tre occasioni diverse, nei primi mesi del 2019. Se da un lato i Laburisti volevano rimanere all’interno dell’unione doganale, dall’altro i Conservatori si rifiutavano di pagarne le spese a beneficio dell’Ue. Tre anni dopo, la divisione ideologica all’interno della Gran Bretagna era rimasta praticamente la stessa.

La Brexit oggi

Fu dunque stabilita una nuova scadenza – tutt’ora vigente – per il 31 ottobre 2019. Avendo fallito nel tentativo di portare a termine il processo di uscita entro i termini accordati, Theresa May si dimise dall’incarico di leader dei Conservatori e fu sostituita proprio da Boris Johnson nell’estate 2019. Fedele alla sua stoica posizione sul tema Brexit, ora Johnson intende irrevocabilmente abbandonare l’Unione europea entro la nuova scadenza, con o senza un accordo con la controparte.

Questa possibilità del no-deal è fomentata dal rifiuto da parte dell’Unione europea di abrogare il Protocollo dell’Irlanda del Nord (o Irish Backstop) come richiesto da Johnson al fine di riaprire i negoziati. L’Ue vuole mantenere un confine soft tra la Repubblica d’Irlanda (parte dell’Ue) e l’Irlanda del Nord (potenzialmente non più parte dell’Ue), in quanto si tratta di due Paesi storicamente in guerra che intravedono ora un futuro di convivenza pacifica; tuttavia, secondo Johnson, non distinguere nettamente i confini tra Regno Unito ed Unione europea rappresenta ovviamente un pericolo per la natura e l’efficienza della Brexit stessa. 

Secondo diversi esperti, la Brexit – e lo scenario del no-deal in particolare – comprometterebbe significativamente l’economia interna britannica, nonché la posizione di Londra nel panorama internazionale, e getterebbe il Regno Unito in una fase di recessione economica, finanziaria e generale senza precedenti. Questa teoria trova ampio seguito tra i sostenitori del Remain (la cui campagna politica è sempre stata di natura scientifico-economica, anziché emotiva ed irrazionale), i quali sono disposti a protrarre il dibattito nella speranza di un accordo futuro che porti benefici ad entrambe le parti.

Che Johnson ne sia consapevole o meno (e lo è), la sua risoluta visione dei fatti sulla questione è un punto di svolta tanto improvviso quanto critico, in quello che sembrava essere un processo in fase di decelerazione ed in direzione di nuovi negoziati; ma se da un lato sembrava che l’Unione Europea avesse preso il coltello dalla parte del manico, a causa della divisione interna del Parlamento britannico, dall’altro le recenti iniziative di Johnson per sospendere il Parlamento ed espellere i membri Conservatori in disaccordo potrebbero rivelarsi un altro atto di forza dimostrativo per tornare a trattare alla pari con Bruxelles – come già accadde nel 2016.

Gli scenari geopolitici ed economici del Regno Unito e dell’Unione europea verranno determinati dalla piega di eventi che prenderà il processo Brexit nei prossimi mesi; ad oggi, la questione è ancora aperta a tutte le possibilità.