Il dibattito televisivo tra Boris Johnson e Jeremy Corbyn si è concluso, almeno secondo un sondaggio realizzato dall’istituto demoscopico Yougov, senza vincitori ne vinti (51-49 per Johnson). La maggior parte degli elettori del Partito Conservatore, infatti, è stata affascinata dal premier mentre tra i Laburisti, come prevedibile, ha convinto di più il leader progressista. Secondo il 67 per cento dei partecipanti al sondaggio, però, sarebbe stato Corbyn a gestire meglio il dibattito contro il 59 per cento ottenuto da Johnson.  I temi dominanti sono stati la Brexit ed il Servizio Sanitario Nazionale: Boris Johnson, in merito all’uscita dall’Unione Europea, ha chiesto agli elettori la maggioranza assoluta dei seggi per poter finalizzare il suo piano mentre Corbyn ha affermato che, in caso di vittoria, negozierebbe un accordo che andrebbe ad includere un’unione doganale e rapporti più stretti con Bruxelles e che questo testo verrebbe poi sottoposto a referendum popolare. L’uomo politico non ha però chiarito se si schiererebbe con i Leavers oppure con i Remainers in questa eventualità.

Uno scontro su molti fronti

Le divisioni tra i due leader non si sono però limitate alla sola questione della Brexit. Corbyn ha infatti accusato Johnson di voler svendere, portando a suo sostegno un documento di prova, nell’ambito di un accordo commerciale da finalizzare con gli Stati Uniti, il Servizio Sanitario Nazionale a Washington ed alle grandi case farmaceutiche. Il premier ha smentito, invece, che il settore sanitario possa finire su un tavolo delle trattative e non ha nascosto che le riforme economiche proposte dai Laburisti sarebbero destinate ad avere effetti nefasti sui settori produttivi britannici. Boris Johnson ha poi elogiato il ruolo della monarchia mentre Corbyn, dalle note simpatie repubblicane, ha espresso una velata critica all’istituzione.

I Tories continuano ad essere saldamente in testa nelle intenzioni di voto dei cittadini britannici e si avviano, con tutta probabilità, ad ottenere una convincente vittoria elettorale nelle consultazioni legislative previste per il 12 dicembre. I Laburisti che, nei sondaggi meno negativi, hanno almeno 10 punti di svantaggio sono costretti ad inseguire e non è chiaro se il ridotto margine di tempo rimasto gli consentirà di sopravanzare agli odiati rivali.

Le prospettive

Non sembrano esserci molti spazi per gli altri partiti del Regno Unito. I Liberal Democratici di Jo Swinson continuano ad essere di certo i più penalizzati dal sistema elettorale maggioritario inglese. I consensi riscossi dallo schieramento si aggirano intorno al 15 per cento, ma la loro diffusione uniforme sul territorio impedisce che si tramutino in un numero consistente di seggi, che dovrebbero limitarsi a poche decine. L’alleanza progressista formata da LibDem, Verdi e nazionalisti gallesi di Plaid Cymru, che in alcuni collegi presenteranno un candidato unico, non dovrebbe inoltre incidere sugli equilibri nelle circoscrizioni. I nazionalisti scozzesi, invece, dovrebbero conseguire un’ottima affermazione alle urne mentre il Brexit Party, dopo la decisione di schierare candidati solo in alcuni seggi e di formare un’alleanza unilaterale con i Conservatori, sembra essere destinato alla marginalità.

Boris Johnson potrà riuscire a finalizzare, in caso di vittoria, il suo piano di uscita dall’Unione Europea e porre fine alla controversa questione Brexit che, per anni, ha diviso il Regno Unito. Bisognerà vedere invece, in caso di sconfitta, quale destino politico toccherà a Jeremy Corbyn e che tipo di eventuale trasformazione potranno subire i Laburisti, ormai sempre più spostati a sinistra.