Il negoziato per la Brexit si sta trasformando in una vera e propria corsa contro il tempo. Il 29 marzo è infatti la data limite entro la quale il governo capeggiato da Theresa May è chiamato a trovare un accordo con Bruxelles sui termini di uscita dall’Unione europea. A distanza di appena un mese la strada è però più che in salita.

L’Irlanda del Nord blocca la Brexit

Il negoziato sembra entrato in una fase di pieno stallo dopo che lo scorso 15 gennaio la Camera dei Comuni britannica ha rigettato con la maggioranza dei voti l’accordo che Theresa May aveva raggiunto dopo mesi di trattative con Bruxelles. Uno dei nodi principali che congela l’accordo sulla sponda britannica è il futuro dell’Irlanda del Nord.

Un’inchiesta della Bbc dello scorso dicembre aveva infatti rivelato come secondo i termini stabiliti tra Bruxelles e Londra, in caso di mancato accordo, e quindi di hard Brexit, l’Irlanda del Nord avrebbe continuato a far parte dell’unione doganale europea. Insomma, sembra che i principali ostacoli al processo di uscita della Gran Bretagna dall’Ue provengano dall’interno.

Il Parlamento britannico boccia ancora Theresa May

Giovedì scorso, questo trend è stato confermato. Il Parlamento britannico si è infatti nuovamente espresso in maniera contraria, 303 voti contro 258, al nuovo piano negoziale presentato da May in vista dell’ultimo appuntamento con Bruxelles. Il voto non è vincolante, la premier britannica potrà comunque procedere con il negoziato, ma tale voto potrà certamente rappresentare una  delegittimazione in momento delicatissimo.

L’Unione europea potrebbe essere disposta a concedere qualche piccola modifica sui termini dell’accordo, a condizione però che May abbia la certezza assoluta di una maggioranza favorevole in Parlamento. Il voto dimostrerebbe il contrario. Anzi, sembrerebbe che le principali perplessità sulla Brexit abbiano acquisito ormai una natura trasversale all’interno del Parlamento britannico.

Ora anche i conservatori sono scettici sulla Brexit

Secondo alcune indiscrezioni raccolte dalla Bbc l’ipotesi di un nuovo referendum, in caso di mancato accordo, sta diventando un’idea condivisa non solo tra i laburisti. In particolare sembra essere sotto gli occhi dei riflettori la fazione dei conservatori chiamata “Brexit delivery Group”, una cinquantina di parlamentari sulla carta fedeli a Theresa May, ma assolutamente contrari a qualsiasi ipotesi di hard Brexit. Ecco è proprio tra questi 50, che secondo la Bbc si troverebbero quei parlamentari con il loro piano “B”.

Esisterebbe addirittura un emendamento già pronto nel caso di mancato accordo con Bruxelles che vedrebbe sostegno trasversale tra laburisti e il gruppo di conservatori “ribelli”. In questo emendamento si propone una posticipazione sulla data della Brexit, ad oggi fissata al 29 marzo, e aprire così a qualsiasi altra ipotesi per scongiurare un’uscita “hard”. È questo dunque il primo caso di apertura dei conservatori alla possibilità di un secondo referendum che, de facto, annullerebbe l’esito del 2016.

Mettere indietro le lancette della storia non è però mai semplice, anche perché nel frattempo l’Europa è cambiata e si appresta ad affrontare delle elezioni che, con tutta probabilità, ne cambieranno struttura e obiettivi. I sostenitori di un nuovo referendum sono così sicuri che, in caso di vittoria del remain, la nuova Europa (forse populista) potrà essere pronta ad accogliere a braccia aperte il figliol prodigo pentito? L’incertezza ora regna sovrana. In ogni caso il negoziatore sulla Brexit incaricato da Bruxelles, Michel Barnier, ha recentemente dichiarato che le possibilità di un “no deal” sono altissime. Ad oggi, quindi, l’hard Brexit resta lo scenario più probabile.

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