Ora che Boris Johnson potrà dare compimento (finalmente) alla Brexit, così come hanno chiesto i cittadini del Regno Unito nel 2016, che succederà a Londra? Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, BoJo potrebbe decidere di fare di Londra una “Singapore sul Tamigi”, con poche tasse per le multinazionali estere, scarsa trasparenza e una dose di segreto bancario e molta elasticità sulle regole. L’Unione europea – e l’Italia – dovrebbero rinunciare ad altro gettito fiscale, che già viene sottratto da altri paradisi fiscali.

Secondo una ricerca citata dal Corriere e realizzata da Gabriel Zucman, Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’Università di Berkley e Copenaghen, Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Malta e Cipro sottraggono all’erario italiano circa sei miliardi di euro. Si tratta di un euro ogni cinque di entrate dall’imposta sugli utili delle società che sparisce grazie ai trattamenti di favore offerti da questi Paesi alle aziende che trasferiscono contabilmente i loro profitti in quelle giurisdizioni. Secondo questa ricerca l’Olanda sottrae all’Italia circa un miliardo di entrate fiscali, l’Irlanda quasi tre e il Lussemburgo 1,5. E se la City diventasse la “Singapore del Regno Unito”, come ipotizzato dal Corriere, le ricadute per l’Italia sarebbero certamente molto negative: ma è davvero l’ipotesi più probabile?

Londra può davvero diventare come Singapore?

Come spiega il New York Times, gli elettori che hanno dato a Boris Johnson la più grande maggioranza conservatrice dopo Margaret Thatcher vogliono posti di lavoro sicuri e maggiore protezione, un mondo che difficilmente si può conciliare con una politica economica tipicamente laissez-faire. “È l’enigma costante della Brexit”, spiega Tony Travers, professore di politica alla London School of Economics. “I conservatori sono ora diventati il ​​partito di coloro che sono rimasti indietro dalle forze della globalizzazione, pur essendo il partito del libero scambio. Tutto ciò che Boris Johnson deve fare è soddisfare entrambi”. Bojo l’ha capito. Poco dopo la vittoria, Il primo ministro ha promesso di governare come un grande conservatore , abbandonando l’austerità dei suoi predecessori tories a favore di una abbuffata di spesa in stile socialdemocratico, stanziando miliardi di sterline per sostenere le scuole della Gran Bretagna e il Servizio sanitario nazionale assumendo 20mila agenti di polizia e costruire vasti progetti di lavori pubblici.

Inoltre, il commissario europeo Valdis Dombrovskis, ha avvertito che il Regno Unito non può sperare di mantenere l’accesso ai mercati dell’Ue se si discosta dalle regole del blocco. “Quanto più sistematicamente importante è il mercato”, afferma, “tanto più vicino è l’allineamento regolamentare che ci si aspetta”. Il Regno Unito, sottolinea Dombrovskis, deve riflettere attentamente prima di allontanarsi dalle regole seguite dal resto dell’Ue. In caso di divergenza, l’accesso delle imprese finanziarie con sede nel Regno Unito ai mercati dell’Ue potrebbe essere limitato. Tuttavia, a differenza dello scenario prospettato dal Corriere della Sera, e come nota anche Project Syndicate, non esiste un sostegno politico significativo in Gran Bretagna per una deregulation bancaria. La minaccia per l’Italia e per l’Ue sembra provenire più che dalla Brexit, dalle mire della solita Francia.

Ma la vera minaccia proviene da Parigi

Come spiega infatti Howard Davies, primo presidente della Financial Services Authority del Regno Unito (1997-2003), e presidente della Royal Bank of Scotland, nessuno nel Regno Unito favorisce una significativa deregulation bancaria. “La Banca d’Inghilterra sostiene che i coefficienti patrimoniali sono ora adeguati e coloro che non sono d’accordo tendono a desiderare oneri ancora più pesanti per le banche. La questione della regolamentazione finanziaria non è stata in primo piano nei dibattiti elettorali generali, il che non è certo una sorpresa. E non abbiamo visto alcun segno che il pendolo stia tornando alla deregolamentazione, come hanno iniziato a fare negli Stati Uniti”.

La vera minaccia, sottolinea Davies, proviene dalla Francia di Macron, con il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, che “si è dichiarato favorevole a alleggerire l’onere patrimoniale per le banche francesi nell’interesse della competitività”. “Siamo andati troppo oltre nel fissare questi requisiti”, ha detto Le Maire. Secondo il ministro Basilea III, lo schema di regolamentazione internazionale per il rafforzamento delle banche e dei sistemi bancari, “deve essere semplificato e alleggerito”, ha dichiarato, sottolineando che “le banche americane non sono soggette a regole rigorose come quelle che si applicano alle banche europee”. Le Maire sembra quindi essere in rotta di collisione con Dombrovskis, il responsabile delle regole finanziarie dell’Ue, il quale afferma che “l’Unione europea è impegnata a portare a termine fedelmente le riforme finali di Basilea III”. Su questo punto Londra è d’accordo con l’Ue, Parigi no. La vera minaccia per l’Unione europea, dunque, si chiama “Frexit” e non Brexit.