C’è davvero stata un’ingerenza russa nel voto sulla Brexit? A giudicare dalle dichiarazioni del responsabile della politica pubblicitaria di Twitter rilasciate al Parlamento del Regno Unito pare proprio di no. Il motivo è semplice: mancano le prove. Come aveva già reso noto la piattaforma social, soltanto l’1% dei 13.000 account “bot” riscontrati durante il voto sulla Brexit sarebbero riconducibili alla Russia. Rispondendo alle domande del deputato Damian Collins – il conservatore alla guida dell’inchiesta sulle fake news nel Regno Unito nonché presidente del Comitato per il digitale, la cultura, i media e lo sport – il quale aveva chiesto a Twitter di riesaminare gli account alla caccia delle presunte ingerenze, la società ha nuovamente ribadito che le prove contro la Federazione Russa al momento non ci sono. A riportarlo è il Telegraph.

Le dichiarazioni di Pickles “scagionano” la Russia

“Nel riesaminare gli account identificati dalla City University, abbiamo scoperto che l’1% di questi erano registrati in Russia”, ha dichiarato Nick Pickles, responsabile della politica pubblicitaria di Twitter. “Mentre molti degli account identificati dalla City University violavano le regole di Twitter sullo spam, al momento non disponiamo di prove sufficienti per ciò che riguarda il ruolo della Russia o della Internet Research Agency”,  la celebre “fabbrica di troll” con sede a San Pietroburgo. Dunque, nonostante una narrazione che ha sempre sostenuto il contrario, dell’ingerenza russa – a detta di Twitter – non vi è traccia. 

La Gran Bretagna contro Twitter

Le dichiarazioni di Pickles non sono affatto piaciute al deputato Collins, che ha accusato la piattaforma social di non collaborare e di non rispondere alle domande sui tentativi russi di utilizzare il popolare social network per influenzare il voto sulla Brexit. “Temo che l’incapacità di ottenere risposte dirette a queste domande, qualunque esse siano, stia semplicemente accrescendo le preoccupazioni su questi temi, piuttosto che rassicurare le persone”, ha affermato. Collins ha inoltre ribadito che “è chiaro che Twitter dovrà fare ulteriori ricerche”. Nel frattempo, i parlamentari inglesi che indagano sulle fake news sono in procinto di recarsi a Washington il mese prossimo per interrogare i rappresentanti di Google, Facebook e Twitter.

Facebook: “Meno di un pound speso dai russi”

Nemmeno Facebook ha trovato grandi prove a supporto dell’ipotesi dell’ingerenza russa. Il social network, che conta più di 30 milioni di utenti nel Regno Unito, ha infatti dichiarato di aver rilevato solo 97 centesimi (70 pence) spesi in pubblicità da agenti russi durante il referendum. Una dichiarazione molto criticata che ha costretto Simon Milner, il direttore delle politiche pubblicitarie di Facebook in Gran Bretagna, a promettere di indagare ulteriormente sulla vicenda nelle prossime settimane, su richiesta specifica – anche qui – del deputato Collins. “Accolgo con favore il fatto che Facebook abbia risposto positivamente alla richiesta della commissione. La società verificherà se il coinvolgimento delle agenzie russe nella campagna referendaria sulla Brexit proviene da fonti diverse da quelle precedentemente identificate”, ha affermato Collins, che pare non abbia alcuna intenzione di demordere, nonostante tutto.