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L’ultima foto-ricordo di Thierry Breton a Bruxelles prima di lasciare la Commissione Europea è uno schiaffo a Ursula von der Leyen, che di fatto ha “licenziato” dal suo incarico il titolare del prestigioso portafoglio dell’Industria, forzando Emmanuel Macron a non nominarlo per un secondo mandato a Palazzo Berlaymont. Breton ha incontrato Viktor Orban nella sua veste di presidente di turno del Consiglio Europeo. E lo ha fatto poco dopo il braccio di ferro tra Orban e Von der Leyen. Inutile aggiungere, dunque, che il politico francese, ambizioso stratega dell’autonomia europea in campo militare, tecnologico, scientifico e, di conseguenza, industriale abbia marcato definitivamente la sua distanza dalla sua ex superiore. Bocciandone definitivamente l’agenda politica.

Mentre Ursula von der Leyen ha provato a mettere all’angolo Orban sulle sue posizioni, Breton ha teso la mano in occasione della sua uscita, scrivendo significativamente su X che l’autonomia strategica debba essere “costantemente rinforzata”. E per esserlo, bisogna capire come dialogare con le frange politiche che in Europa possono apparire meno inclini a digerirla, piaccia o meno. Orban ha un’agenda che furbescamente sfrutta il ruolo dell’Ungheria come Paese-cerniera e, dai migranti al sostegno all’Ucraina, fa valere spesso il potere di veto in capo a Budapest. Ha mostrato attenzione alla sovranità nazionale magiara, trascurando su tanti temi, dalle sanzioni alla Russia alla contribuzione ai fondi per armare Kiev, le posizioni comuni di Bruxelles e con la Commissione di cui Breton era membro ha duellato sullo Stato di diritto: tutto questo può essere discutibile e criticabile, ma esiste. E se l’Ue vuole dar voce in capitolo a tutti i Ventisette non può non farlo anche con l’Ungheria.

Breton, da francese, ragiona realisticamente: figlio del pensiero politico di destra che fa riferimento al generale Charles de Gaulle, l’ex manager di Atos e ministro dell’Economia di Parigi sa che l’Europa è, prima di tutto, l’Europa degli Stati sovrani. Lo dicono le stesse norme comunitarie, che indicano nel Consiglio, ovvero nell’organo che riunisce capi di Stato e di governo, prima che nella Commissione l’autorità sovrana dell’Unione per eccellenza. Il punto di caduta delle decisioni strategiche. E dunque i singoli Governi non vanno ignorati. Del resto, sarebbe riduttivo indicare solo nella provocazione a Ursula von der Leyen la giustificazione della mossa di Macron.

Breton sa, del resto, che a Budapest il Governo Orban non ha chiuso all’idea di una politica europea più sovrana. Certamente, non nella maniera intesa nei corridoi di Bruxelles. Ma tra Breton, che da membro dei Repubblicani francesi non ha escluso future ambizioni presidenziali dopo Emmanuel Macron, e Orban una sintonia si potrà esser trovata sulla comune freddezza verso la linea di convergenza euro-atlantica impostata da Ursula von der Leyen. Per l’autonomia strategica sulla Difesa, il peso eccessivo dato ai baltici nell’Ursula-bis scontenta la Francia e non fa certamente felice l’Ungheria; la volontà di sostenere l’Ucraina senza integrare al meglio le industrie della Difesa rende più cogente il peso degli Usa in Europa; la primazia della narrazione anglosassone su quella continentale evita lo sviluppo di una posizione originale europea, quel che la Francia di Emmanuel Macron, vicino a Breton, ha provato timidamente a sviluppare in contesti come quello di Kiev o del conflitto israelo-palestinese e che Orban sulla guerra a Est ha tentato di sviluppare con la sua missione diplomatica di pace a luglio.

Orban, del resto, ha dichiarato di approvare il rapporto sulla competitività europea firmato da Mario Draghi, che contiene diverse prescrizioni che, dal green al debito comune, bocciano la linea Von der Leyen implicitamente e sono filosoficamente simili alle ambiziose proposte di Breton. In un recente discorso all’Università Nazionale di Budapest, del resto, Orban ha collegato la visione francese e quella di Draghi per aprire la strada alla sua visione dell’autonomia strategica.

Orban ha dichiarato che a suo avviso la principale prospettiva critica della spinta di Macron e dei suoi alleati sull’autonomia strategica è il fatto che questa spinta “è venuta solo da leader che immaginano un’Europa federale come parte di essa”. Quindi, “non stanno parlando di autonomia strategica su base nazionale, ma di autonomia strategica per un’Europa federale“. Breton, libero della rappresentanza dell’Ue, potrà potenzialmente apparire più vicino a una posizione su base nazionale in virtù del suo retaggio politico. Orban, nel discorso, ha chiosato: “Se l’Unione europea vuole rispondere in modo efficace a questo importante declino della competitività, dovrebbe sostenere l’autonomia strategica, non su base federale ma su base nazionale”. Ovvero, l’Europa come “alleanza di nazioni” che condividono scala, investimenti e obiettivi comuni nei settori strategici senza annacquarsi.

Proposta che ricalca e riscopre le proposte del “Piano Fouchet proposto da De Gaulle nei primi anni dell’Europa unita, in sostanza, che di sicuro avrà trovato in Breton un ascoltatore interessato. Nella diversità, i due hanno sicuramente un terreno d’incontro nella comune volontà di non apprezzare la torsione ultra-atlantista della seconda Commissione von der Leyen: capire quanto questo possa creare una pressione politica per modifiche di rotta dell’Europa sarà cruciale per comprendere se tali visioni del futuro dell’Ue avranno un peso nei prossimi mesi e anni.

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