Un metalmeccanico migrato a San Paolo da una delle zone più depresse del Brasile, l’interno dello Stato del Pernambuco, è diventato protagonista della ridemocratizzazione dopo la fine della dittatura civile militare brasiliana (1964-1985), prima rifondando il sindacato di sinistra, poi creando un nuovo soggetto politico postcomunista, il Pt (Partido dos Trabalhadores), trasformandosi così nel leader indiscusso del versante progressista del Paese nonché presidente per due mandati consecutivo. È Luis Inacio Lula da Silva.

Lula si trova in carcere dove sta scontando dallo scorso 7 aprile una condanna a 12 anni per corruzione passiva e riciclaggio. A comminarla, il giudice Sergio Moro, il magistrato-simbolo delle inchieste anticorruzione in Brasile. Ora il Supremo Tribunale Federale (Stf) brasiliano esaminerà la richiesta di scarcerazione presentata dai suoi avvocati con una sentenza prevista entro il 13 settembre.

Nel suo libro intervista uscito per la prima volta in Italia (La verità vincerà) Lula contesta le due sentenze di primo e secondo grado per via dell’assenza di apparati probatori sufficienti. I capi d’accusa sono in effetti sostenuti solo dalle deposizioni dei pentiti (che riescono ad avere come contropartita enormi sconti di pena e l’accesso ai beni confiscati). Per questo, la narrazione difensiva del leader vuole che sia un perseguitato dai poteri forti. Con la magistratura a fare da tramite. Sostiene che sia il governo Lula, e non Lula in persona, ad essere finito alla sbarra.

Quella che l’ha colpito sarebbe allora una “giustizia a tesi” e a orologeria, come potrebbero suggerire le tempistiche delle due sentenze e l’arresto avvenuto prima dell’esaurirsi delle scadenze di ricorso. Il tutto per rendere incandidabile Lula per le elezioni di ottobre. Per paradosso, la Lei da Ficha Limpa (“legge della fedina pulita”), che impedisce ai cittadini condannati da decisioni collegiali del Potere Giudiziario di concorrere alle elezioni, fu ratificata nel 2010 proprio da Lula presidente.

In un Paese ancora oggi falcidiato dalle disuguaglianze sociali e in cui le élite (ma talvolta anche i ceti medi) relegano i lavori di casa alla servitù non come sistema di lavoro subordinato ma come disprezzo per le umili mansioni appannaggio della schiavitù fino ai tempi recenti (il Brasile è stato l’ultimo Paese indipendente delle Americhe ad abolirla), Lula è riuscito a trasformarsi in martire, convincendo le masse a sostenerlo come argine contro i privilegi di casta. Proprio quelle masse che vennero abbandonate a loro stesse dopo la promulgazione della Lei Aurea del 1888. Senza alcuna politica per facilitare l’accesso degli afro-brasiliani nel mercato del lavoro, gli ex schiavi si ritrovarono nella condizione di dover vivere ai margini della società. Del resto, le favelasnacquero esattamente così. Per molti è fin troppo facile stare dalla parte di qualcuno venuto dal niente e percepito come nemico dei privilegi. Di fatto ciò che Lula ha tra le mani è “la possibilità di dire al popolo brasiliano: lottiamo”. 

Un populista di sinistra, insomma, ma con una differenza sostanziale rispetto agli omologhi: lui una base elettorale non ha dovuto costruirsela da capo. Ce l’aveva già. Basti pensare che nel 2010 era arrivato a far registrare un indice di gradimento dell’87%. Questa nuova narrazione politica, poi, non può che essere accompagnata da un rapporto vis a vis con il popolo, come testimoniano le grandi carovane intraprese già nel luglio 2017 (quando il suo arresto era praticamente scontato), diretto richiamo a quelle oceaniche del “cavaliere della speranza”, il segretario del Partito Comunista Brasiliano Luìs Carlos Prestes: la sua Columna Prestes degli anni Venti percorse 25mila chilometri ininterrottamente, acclamata da persone, più del doppio della lunga marcia di Mao Tse Tung.

È anche il motivo per cui la popolarità di Lula non accenna a diminuire. È in testa a tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto per le elezioni del 7 ottobre, ammesso che possa candidarsi. Ad opporsi alla sua platonica resurrezione c’è Jair Bolsonaro, il leader del Partito Social-liberale percepito dall’opinione pubblica brasiliana come il Trump verdeoro. Suoi cavalli di battaglia sono il contrasto dell’immigrazione (in queste ore quasi due milioni di venezuelani hanno lasciato il loro paese alla ricerca di nuove opportunità, soprattutto nel sud dell’America Latina, in Perù e Cile. Altri però varcano le frontiere del Brasile e si organizzano in accampamenti di fortuna) e la legalizzazione del porto d’armi per contrastare la violenza dilagante figlia anche delle politiche delle scorse amministrazioni Pt (in tutto il Paese gli omicidi sono saliti oltre quota 30 per ogni 100mila abitanti).

Come in un disegno diabolico, il 6 settembre Bolsonaro è stato accoltellato mentre veniva portato in spalla dai suoi sostenitori, in un comizio nella città di Juiz de Flora, a metà strada tra Rio de Janeiro e Belo Horizonte. A colpirlo un 40enne ex militante del partito di sinistra Psol. La lama ha trapassato l’intestino crasso e l’intestino tenue e una vena dell’addome sono stati gravemente lesionati. Riuscito a presentarsi con successo come outsider, Bolsonaro non è stato toccato dagli scandali corruzione che si sono abbattuti su gran parte della classe politica. Uno su tutti l’impeachment rimediato da Dilma Roussef, ex presidente nominata proprio da Lula decaduta nel 2016 con l’accusa di aver falsificato i bilanci statali del 2014 e 2015 per garantirsi la rielezione. L’ex metalmeccanico pernambucano non si è mai nascosto: in caso di trionfo elettorale riporterebbe Dilma con sé al governo, affidandole degli incarichi più adatti alle sue peculiarità magari, ma comunque sfidando apertamente i suoi grandi accusatori.

Il fattore Lula insomma rischia di far piombare il Brasile in una sorta di schizofrenia, di silente guerra civile. Un decorso inimmaginabile fino a qualche anno fa, quando il gigante sudamericano era considerato una tigre economica. Oggi il Pil, crollato nel 2016 del 3.6%, cresce a rilento e il reais perde terreno sul dollaro a ogni minuto che passa.