Per la prima volta dopo vent’anni l’Algeria si risveglia con un nuovo presidente. La giornata di martedì segna, tra annunci e note stampa, la fine dell’era di Abdelaziz Bouteflika. A dispetto dello scarno comunicato di due righe dell’agenzia Aps, in cui si evidenzia la decisione dell’oramai ex capo dello Stato di dimettersi, la decisione sarebbe figlia di un lungo travaglio e soprattutto della consapevolezza che oramai nessuno nel paese appoggia l’anziano presidente malato. Bouteflika sceglie dunque un’uscita di scena “onorevole” o comunque senza grandi scossoni istituzionali.

Tutto inizia nel 1999

La presidenza di Bouteflika inizia nel 1999, ma in realtà l’ex leader algerino ha in programma di diventare capo di Stato già vent’anni prima. Nel 1979 infatti muore Houari Boumédiène, presidente dal 1965 e vero e proprio suo mentore politico. Bouteflika è suo braccio destro, oltre che ministro degli esteri e tutti, lui compreso, si aspettano che a succedere al defunto capo di Stato sia proprio Bouteflika. Così non è: l’esercito impone un altro nome e la presidenza va a Chadli Bendjedid. Nonostante fosse ministro, Bouteflika però non prende affatto bene questa scelta e trascorre alcuni anni all’estero emarginato dalla vita politica. Arrivano però gli anni ’90 e, con essi, il periodo terribile vissuto dall’Algeria a causa del dilagare dell’estremismo islamico. L’avanzata anche politica dei movimenti islamisti scatena la reazione dell’esercito ed il paese cade nel vortice nero della guerra civile.

È per questo che nel 1999, in occasione delle programmate elezioni presidenziali, il Fronte di Liberazione Nazionale e l’esercito pensano a Bouteflika come uomo in grado di portare il paese ad una certa stabilità. L’appuntamento con la presidenza dunque arriva con due decenni di ritardo rispetto a quanto da lui previsto. Le consultazioni hanno l’aspetto di un appuntamento appositamente programmato per dare a Bouteflika l’investitura popolare. Non ci sono concorrenti all’altezza di batterlo e l’ex braccio destro di Boumédiène diventa capo di Stato con il 75% dei consensi. Inizia così una delle più longeve presidenze vissute da un paese arabo.

Cosa rimane dell’era Bouteflika

Il primo elemento che la storia ha la possibilità di cogliere dai vent’anni appena terminati, riguarda indubbiamente la stabilità. Messo al potere proprio per questo scopo, Bouteflika riesce in pieno ad incarnare il desiderio di serenità e continuità istituzionale che negli anni post guerra civile appartiene sia alla popolazione che all’élite al potere. Anche per questo la sua leadership è indiscussa. Di prove difficili la sua presidenza ne affronta parecchie, a cominciare dal sisma del 21 maggio 2003 che causa più di duemila vittime. Un evento terribile per il paese, che mette a nudo però anche l’incapacità delle forze di sicurezza di allora di fronteggiare al meglio i soccorsi e la popolazione più volte è sul punto di scendere in piazza contro la classe politica. Durante tutti i vent’anni di Bouteflika, da più parti si afferma di come gli algerini evitino importanti manifestazioni proprio per il ricordo ancora vivo della guerra civile.

Forse è anche per questo che Bouteflika è l’unico capo di Stato del Magreb a sopravvivere alla primavera araba, che pure parte dalle piazze di Algeri nel novembre 2010 a causa dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Ma la stabilità non è comunque l’unica caratteristica del ventennio appena concluso. Una politica estera tra le meno accondiscendenti agli Stati Uniti nell’area, al pari di un posizionamento internazionale influenzato dalla necessità del paese di piazzarsi bene sul mercato delle materie prime, sono altri tratti della presidenza di Bouteflika.

L’economia, tra alti e bassi, sembra comunque reggere specie in confronto alla situazione dei paesi vicini. Ciò che viene rimproverato al presidente uscente è una mancata lotta senza quartiere alla corruzione, quasi endemica in alcuni settori del paese. E forse è proprio questo elemento, al pari di una candidatura apparsa forzata per un quinto mandato, che porta in piazza gli algerini questa volta con l’intento dichiarato di porre fine all’era di Bouteflika.

Gli scenari

Tecnicamente quelle di martedì sono dimissioni anticipate. E questo non è un elemento di poco conto. Il mandato di Bouteflika scade il 28 aprile, dunque il presidente uscente ha il tempo di aspettare ulteriori 25 giorni per uscire dal palazzo presidenziale senza dover firmare alcun atto di dimissioni. A pressare però per una fine anticipata è l’esercito. Mezzora prima della nota con la quale Bouteflika annuncia la propria rinuncia alla presidenza, vi è un comunicato del capo di Stato maggiore dell’esercito che intima la destituzione dell’uomo forte del paese. Frasi che suonano come un velato richiamo alla possibilità di rimuovere con i carri armati Bouteflika. Una forzatura a cui l’oramai ex capo di Stato non vuole sottoporsi. Da qui l’ultima firma apposta sul foglio in cui annuncia l’addio.

Non si applica dunque né quanto previsto per la fine naturale di un mandato, né il famigerato articolo 102 della Costituzione evocato dall’esercito nei giorni scorsi e che prevede la rimozione del presidente in caso di difficoltà di salute che impediscono l’esercizio delle sue funzioni. La dimissione nella sostanza non fa cambiare nulla: a succedergli è Abdelkader Bensalah, presidente della camera alta del parlamento algerino. Politicamente però la differenza è rilevante: Bouteflika infatti non è né rimosso e né termina il mandato, semplicemente risulta lui ad aver rinunciato all’incarico. Adesso la fase transitoria dovrebbe essere gestita proprio da Bensalah, coadiuvato dal governo guidato da  Noureddine Bedoui e nominato 48 ore prima dallo stesso Bouteflika.

Una fase di transizione che ha però non poche insidie ed incognite. A cominciare dalle reazioni della piazza, per passare a quelle di un esercito che preme per avere un ruolo ancora maggiore, finendo poi nell’individuazione nel giro di pochi giorni di candidati all’altezza di presentare un programma per le prossime elezioni.