Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Per la Bosnia Erzegovina, il 2017 non è un anno che può ritenersi nato sotto i migliori auspici. Il Paese balcanico è preda infatti di una crisi istituzionale e politica molto seria, che sta mettendo a nudo tutti i limiti e tutte le grave lacune create dall’Unione Europea e dalle maggiori potenze occidentali quando stipularono con i rappresentanti locali gli accordi di Dayton. Perché l’accordo, o gli accordi, di Dayton del 1995, se da una parte posero fine a una guerra feroce, orribile, che insanguinò la Bosnia per anni, dall’altra parte, allo stesso tempo, forse per mancanza di lungimiranza da parte dei firmatari, forse per bieco utilitarismo, fondarono la stabilità del neonato stato bosniaco su fondamenta fragili destinate nel tempo a collassare o ad essere costantemente oggetto di revisione.La creazione di due entità amministrative autonome unite nello Stato della Bosnia Erzegovina è stata chiaramente una risoluzione che poteva essere solo il preludio di una futura e probabile crisi istituzionale e sociale, e che sarebbe presto sfociata in un confronto etnico.Da una parte, venne creata la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, a maggioranza bosgnacca e in parte croata, e di religione musulmana. Dall’altra parte, venne istituita la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, meglio nota come Repubblica Srpska, a maggioranza serba e di religione ortodossa.Naturalmente, queste due repubbliche de facto autonome hanno immediatamente seguito vie diverse nelle relazioni diplomatiche con i vicini balcanici, per ovvi motivi, sia etnici che economici. In particolare, mentre la repubblica di stampo bosgnacco ha sempre avuto un più profondo legame con l’Occidente, soprattutto in funzione di un’aspirazione europeista e atlantica, la repubblica serba ha al contrario stretto immediati accordi con la vicina Serbia.Lo stato d’eccezione con cui la Bosnia è vissuta per vent’anni, di cui è fulgido esempio la funzione dell’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina (OHR), ha portato negli anni a una convivenza molto difficile ma soprattutto ad un complicato e per ora quasi nullo processo di integrazione etnica. Un processo che in questi ultimi anni, quando sembrava che si fosse giunti a una sostanziale pacificazione, sembra al contrario esseri del tutto arenato, se non rimesso in discussione. I motivi sono molteplici e rappresentano tutti la complessità non soltanto della situazione specifica della Bosnia, ma anche del sistema multipolare che il mondo sta cominciando a conoscere negli ultimi anni. I croati di Bosnia hanno ultimamente chiesto di avere anche loro voce in capitolo, chiedendo la nascita di una terza entità a maggioranza croata. In questo, un aiuto importante è giunto dalla stessa Zagabria, per voce del presidente del Parlamento croato, Petrov, il quale ha sostenuto che una revisione della legge elettorale e degli accordi di Dayton è condizione imprescindibile per la stabilità dell’area balcanica.Contemporaneamente, il processo di centralizzazione posto in essere da Sarajevo, che è a sua volta paradigmaticamente capitale della Federazione di Bosnia ed Erzegovina e capitale dello Stato centrale bosniaco, è quanto di più temuto sia dai croati che dai serbi di Bosnia. Dal canto suo, la repubblica serba ritiene da una parte ormai del tutto superato lo stato d’eccezione che vede coinvolta la comunità internazionale e ha più volte attaccato, tramite i suoi rappresentanti di governo, chiedendo la rimozione della figura dell’Alto Rappresentante, carica a sua volta ricoperta dal diplomatico austriaco Valentin Inzko; dall’altro lato, chiede che non vengano ridiscussi gli accordi stipulati a Dayton.In questo clima, non è certamente da sottovalutare il ruolo svolto da attori esterni di particolare importanza nella politica mondiale. In particolare, ancora una volta, la Russia di Vladimir Putin e l’Occidente, rappresentato in questo caso dall’Unione Europea e dalla Nato. La Repubblica Srpska, quale repubblica serba in terra bosniaca, ha il proprio alleato naturale in Belgrado, a sua volta prezioso alleato russo nei Balcani. Per questo motivo, il ministro Lavrov, recentemente ricevuto a Banja Luka dal presidente Milorad Dodik, ha confermato il sostegno del Cremlino alla politica posta in essere dai serbi in Bosnia, ed ha richiesto a sua volta di non toccare la cornice degli accordi di Dayton. I serbi di Bosnia rappresentano non soltanto un prezioso alleato politico, ma anche economico. Dodik infatti ha recentemente rifiutato il collegamento del suo territorio ai gasdotti croati, preferendo l’aggancio alla pipeline russa che giunge fino in Serbia, esprimendo la volontà di unire la sua Repubblica al progetto South Stream, e legandosi ancora di più a doppio filo all’alleanza con Mosca. In questa cornice di interessi e scontri etnici, risulta quindi chiaro come anche in Bosnia stia giungendo il tempo di riformulare le scelte politiche nell’ottica del nuovo mondo multipolare, dove la Russia è tornata vigorosamente a far valere la sua voce ripristinando gli antichi equilibri geopolitici.

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