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Politica

Bosnia-Italia: i fantasmi della guerra all’ombra della sfida per il Mondiale

È impossibile scindere la guerra dal presente: 13 dei 25 convocati dal commissario tecnico bosniaco sono nati e cresciuti all'estero.
calcio

Bosnia-Italia deciderà, martedì sera, quale delle due squadre prenderà parte al Mondiale di calcio dell’estate del 2026. Per gli Azzurri, è noto, si tratterebbe della prima partecipazione dal 2014, dopo le clamorose eliminazioni da Russia 2018 e Qatar 2022. Seppure meno blasonata, la selezione balcanica può però fare lo stesso discorso degli italiani: anche la Bosnia, infatti, manca dai Mondiali dall’edizione del 2014 in Brasile, al momento la sua unica presenza nella competizione.

Si tratta anche di una suggestiva ricorrenza storica: 30 anni fa, l’Italia fu la prima nazionale di calcio a giocare nel rinnovato stadio Koševo di Sarajevo, dopo la fine della guerra. Il 6 novembre 1996, i vice-campioni del mondo di Arrigo Sacchi si erano recati nella Bosnia-Erzegovina per quella che era prima di tutto una missione diplomatica: regalarono palloni e divise da gioco, e portarono altri regali ai bambini dell’ospedale pediatrico di Sarajevo.

Vinse la Bosnia 2-1, ma il risultato era secondario, come precisò il presidente del CONI Mario Pescante: “Siamo venuti qui per aiutare un Paese in difficoltà. Ci siamo riusciti: missione compiuta, fino in fondo”.

I fantasmi del passato

Il 31 marzo 2026, invece, si giocherà a Zenica, una cittadina a 70 chilometri a Nord di Sarajevo, nota soprattutto per le sue acciaierie. Lo stadio Bilino Polje, ristrutturato nel 2012, ospita fino a 15.600 spettatori, ma per la gara contro l’Italia la capienza sarà ridotta a soli 9.000 posti, a causa di una sanzione della FIFA. L’atmosfera sarà completamente diversa, rispetto alla partita di 30 anni fa: la Bosnia-Erzegovina di oggi è un Paese in pace, sebbene i fantasmi della guerra non siano certo svaniti.

Da anni i leader della Repubblica Srpska, l’entità serba nello Stato federale della Bosnia-Erzegovina, premono per la secessione. Lo scorso febbraio, le elezioni locali sono state vinte proprio da un separatista, Siniša Karan, delfino di Milorad Dodik, l’uomo che ha dominato la politica della Repubblica Srpska dalla fine della guerra. L’era Dodik si è conclusa nel 2025 con la condanna per non aver attuato le decisioni dell’Alto rappresentante in Bosnia-Erzegovina, ma il suo partito continua a mantenere il potere nella regione a maggioranza serba.

La sfida contro l’Italia presenta però anche contorni ben più oscuri. Se da un lato è piacevole pensare all’amichevole del 1996, dall’altro non si può ignorare che, nelle ultime settimane, nel nostro Paese sono emersi numerosi casi di connazionali che, durante la guerra in Bosnia, andarono a Sarajevo a praticare dei ‘safari umani’. Facoltosi cittadini italiani pagavano anche svariati milioni di lire per andare in Bosnia a sparare per divertimento alle persone: è attualmente in corso un’indagine della Procura di Milano su questi fatti.

Il 26 marzo, il TGR Piemonte e Il Fatto Quotidiano hanno intervistato un cacciatore piemontese 70enne che ha confessato di essere andato addirittura a combattere come volontario con i serbi, durante le guerre jugoslave. “Sono voluto andare là perché ho sempre avuto delle simpatie per l’ultradestra. – ha spiegato – L’ho fatto perché io detesto i musulmani”. Zenica, dove si giocherà Bosnia-Italia, è una città in cui i musulmani sono circa l’86% della popolazione: c’è anche questo, attorno all’ultima partita degli Azzurri nelle qualificazioni mondiali.

L’eredità della guerra in Bosnia nel calcio

È impossibile scindere la guerra dal presente della selezione bosniaca. Tredici dei venticinque convocati dal commissario tecnico Sergej Barbarez sono nati e cresciuti all’estero, principalmente in Germania, Austria e Scandinavia, perché i loro genitori avevano lasciato la Bosnia a causa del conflitto.

È la storia di alcuni nomi noti ai tifosi di calcio italiani: Sead Kolašinac dell’Atalanta, Dennis Hadžikadunić della Sampdoria, Tarik Muharemović del Sassuolo, o l’ex romanista Benjamin Tahirović. Il capitano della Bosnia, Edin Džeko (ex di Roma, Inter e Fiorentina), da bambino ha vissuto l’assedio di Sarajevo: “Non c’era molto da mangiare, e non c’erano tre pasti assicurati ogni giorno. Avevo sempre paura. Si poteva morire in qualsiasi momento” ha raccontato nel 2014 alla CNN.

Anche quello che è oggi il principale astro nascente del calcio locale, l’ala destra 21enne del PSV Eindhoven Esmir Bajraktarević, è nato e cresciuto in un altro Paese. I suoi genitori, Elmir ed Emina, sono fuggiti dalla Bosnia nel 1992, arrivando in Svizzera come profughi, e nel 2001 hanno ottenuto il visto come rifugiati negli Stati Uniti: Bajraktarević è nato nel Wisconsin, e fino al 2024 ha rappresentato gli USA a livello internazionale.

Oltre ai figli della diaspora, però, la selezione della Bosnia-Erzegovina rappresenta anche il tessuto multiculturale del Paese. La componente principale della squadra sono i bosgnacchi, i bosniaci di religione musulmana, ma ci sono anche sei giocatori croato-bosniaci. Tra questi c’è il difensore Nikola Katić, che in passato ha rappresentato proprio la Croazia e che è cugino di Darijana Filipović, vice presidente del partito conservatore Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina. Il ct Barbarez ha convocato anche due giocatori di origini serbe: gli attaccanti Jovo Lukić e Samed Baždar, che fino al 2024 giocava per la nazionale di Belgrado.

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